{"id":64,"date":"2013-07-07T16:39:50","date_gmt":"2013-07-07T14:39:50","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/risacca-o-siccita\/"},"modified":"2013-07-07T16:39:50","modified_gmt":"2013-07-07T14:39:50","slug":"risacca-o-siccita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/risacca-o-siccita\/","title":{"rendered":"Risacca o siccita&#8217;?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Lo scorso 24 giugno presso il <span>Palazzo della Cooperazione <\/span>in Roma \u00e8 stata presentata l\u2019ultima pubblicazione di Pierre Carniti, intitolata significativamente <span>La Risacca. Il lavoro senza lavoro <\/span>(Altrimedia Edizioni 2013). Un volume che, come si legge nella prefazione di Chiara Saraceno, \u00e8 una sintesi ben articolata del pensiero che Carniti ha oramai da anni proposto in altri scritti e in varie occasioni pubbliche, \u201ccon il suo pessimismo realistico e il suo indomito idealismo che un cambiamento sia possibile e che non occorra mai smettere di tentare.<\/p>\n<p><!--more--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sono le caratteristiche che gli permettono di provare a pensare al di l\u00e0 dell\u2019esistente, incluse alcune consolidate categorie che pure ha maneggiato con maestria nella sua vicenda di sindacalista per molti versi eccentrico (nel senso di spiazzante, fuori dagli schemi)\u201d (Prefazione di Saraceno, p. 8).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Carniti discute le conseguenze per la societ\u00e0 occidentale di una imminente e drastica riduzione del lavoro disponibile, o meglio dei posti di lavoro, esito di oramai noti mutamenti nelle organizzazioni e nella struttura della produzione occidentale verso la smaterializzazione, la delocalizzazione, la finanziarizzazione. Ma in questa occasione l\u2019Autore, pi\u00f9 che in passato, si spinge oltre l\u2019analisi \u00abdi quantit\u00e0\u00bb per riflettere sulla valenza etica e sociale del lavoro e sulla sua funzione identificante per il singolo e di collante sociale per la comunit\u00e0. Perch\u00e9 ancora oggi \u201ccontinuiamo a \u00abessere\u00bb anche in rapporto a ci\u00f2 che \u00abfacciamo\u00bb. Per questo la mancanza di lavoro, la disoccupazione, determinano una ferita grave sia alle persone che al corpo sociale\u201d (p. 8).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per farlo, Carniti parte da una breve ricostruzione dei mutamenti occorsi nella concezione del lavoro esibendo come nella storia \u201c\u00e8 cambiata la cultura del lavoro; \u00e8 cambiato il rapporto tra l\u2019uomo e il lavoro; \u00e8 cambiata l\u2019organizzazione del lavoro; \u00e8 cambiata l\u2019etica del lavoro\u201d (p. 8). Si ripercorrono le concezioni del mondo greco (Socrate, Platone, Esiodo&#8230;) e romano (Virgilio, Lucrezio&#8230;), l\u2019etica cristiana antica e medioevale (Sant\u2019Agostino, San Benedetto, San Tommaso), la nuova etica protocapitalistica insediatasi dal Rinascimento (Pico della Mirandola, Giovanni Calvino) e consolidatasi nell\u2019et\u00e0 industriale, in cui si sperimenta la parcellizzazione del lavoro meccanizzato e razionalizzato esito del connubio tra scienza, tecnica e capitale. L\u2019organizzazione di fabbrica si riverbera sull\u2019organizzazione sociale, ne detta i tempi e la composizione in classi, la geografia delle citt\u00e0 e i consumi. La pervasivit\u00e0 del fenomeno, non a caso appellato come \u00abrivoluzione\u00bb anche per la fede positivista nelle possibilit\u00e0 dell\u2019uomo e della sua tecnica, vede invocare nel pensiero occidentale una nuova concezione di societ\u00e0, in cui proprio la divisione del lavoro o la progressiva specializzazione funzionale avrebbero richiesto e consentito nuove forme di solidariet\u00e0 tra organi funzionalmente preposti alla produzione di beni e servizi diversificati (Comte, Spencer, Durkheim&#8230;).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come noto, \u00e8 in questa fase che comincia a palesarsi la condizione disumana del lavoro di fabbrica, che rende visibile e concentra nuove forme di povert\u00e0 industriale in cui alla deprivazione materiale (bassi salari, condizioni abitative, sanitarie e igieniche precarie ecc.) corrisponde un\u2019alienazione, frutto \u2013 in sostanza \u2013 della spoliazione dei lavoratori dal prodotto dei propri sforzi (Hegel, Marx, Engels&#8230;). Effetti \u2013 o eccessi \u2013 negativi di un\u2019organizzazione sociale diseguale a lungo affrontati nel pensiero ecclesiastico, che Carniti richiama dalla Rerum Novarum (1891) fino alla Redemptor hominis di Giovanni Paolo II. Si sottolinea una soluzione cattolica di tipo realistico, distante dal liberismo cos\u00ec come da un socialismo che vede in alcune pretese del lavoro un eccesso di rivendicazione, e in cui la concezione stessa del lavoro e il modo con cui si esplica non \u00e8 separata dalla condizione dell\u2019uomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La ricostruzione proposta dall\u2019Autore semplifica la storia del pensiero ma \u00e8 di certo utile, morbida alla lettura e chiarificatrice del file rouge che \u2013 come anticipato \u2013 fa da sfondo a tutto il volume; le concezioni del lavoro nel passato (organizzazione, etica, senso&#8230;) ci servono ad affrontare con maggiore complessit\u00e0 \u201cla novit\u00e0 dei problemi del lavoro nel mondo contemporaneo. Soprattutto a tenere conto che, considerandoli solo dal punto di vista della tecnica, dell\u2019efficienza economica, equivarrebbe esporsi a errori gravidi di pericolose conseguenze. Perch\u00e9 l\u2019uomo vive \u00abmentre\u00bb lavora e sarebbe vano sperare in un\u2019umanit\u00e0 che possa sopravvivere in quanto tale, se la ricerca di soli obiettivi economici a breve e medio termine mutilasse l\u2019uomo del \u00absenso\u00bb del lavoro, della sua dignit\u00e0, del suo riconoscimento economico e sociale. In sostanza della sua vita\u201d (p. 56).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La situazione contemporanea \u00e8 affrontata da Carniti dal secondo capitolo, centrato sulle conseguenze che la seconda ondata di globalizzazione (quella a cavallo tra XX e XXI secolo) sta avendo sulle economie e sui mercati del lavoro in Occidente e, di conseguenza, sulle condizioni e sul ruolo stesso del lavoro. Seconda ondata globalizzante, poich\u00e9 Carniti sottolinea \u2013 come non sempre accade \u2013 che la crescente velocizzazione degli scambi e delle telecomunicazioni, l\u2019interdipendenza nei destini dei governi e dei mercati e la de-territorializzazione delle relazioni economiche e sociali non \u00e8 invenzione del nostro tempo. Gi\u00e0 la forza produttrice dell\u2019et\u00e0 industriale, una volta appaiata al colonialismo politico e mercantile e ad innovazioni tecniche per le telecomunicazioni e i trasporti, aveva avviato crescenti spinte globalizzatrici. Ci\u00f2 che connota la globalizzazione attuale, oltre alla intensificazione del fenomeno, riguarda alcuni mutamenti qualitativi dell\u2019economia e del lavoro, almeno in Occidente. Pi\u00f9 nello specifico, \u201cil dato di fatto da tenere presente \u00e8 che di quella \u00absociet\u00e0 industriale\u00bb il capitalismo del XXI secolo ha organizzato deliberatamente la distruzione. Sia perch\u00e9 ha considerato la protezione sociale un compito del tutto estraneo alle proprie responsabilit\u00e0, ma soprattutto perch\u00e9 ha progressivamente dissociato le diverse fasi dell\u2019attivit\u00e0 produttiva le une dalle altre. Non stupisce quindi pi\u00f9 di tanto che nella dialettica politica ed economica vengano continuamente sollecitate misure tendenti a incoraggiare cure dimagranti per il sistema di protezione sociale e nello stesso tempo provvedimenti per favorire delocalizzazioni, le esternalizzazioni, i subappalti, per le funzioni ritenute complementari al cuore dell\u2019attivit\u00e0 produttiva\u201d (p. 63-4).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sotto il cappello della new economy ci si \u00e8 spostati dalle funzioni di produzione a quelle di ideazione e commercializzazione dei prodotti e dei marchi costruiti altrove. Per il resto si tratta di operazioni di riparazione e manutenzione e di tutta quella serie di attivit\u00e0 connesse al terziario tradizionale o poco qualificato, spesso coperto da manodopera immigrata. \u00c8 in questo ambito che si concentra la diffusa flessibilizzazione delle posizioni lavorative, tendenza e scelta apparentemente inevitabile per \u201cresistere\u201d nell\u2019economia globale, attrarre investimenti e creare occupazione (sic). Ed \u00e8 in questo quadro che si registra un acuirsi della differenza nella distribuzione delle risorse, e i ricchi diventano sempre pi\u00f9 ricchi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019Occidente \u00e8 dunque in costante perdita di lavoro materiale \u2013 delocalizzato o meccanizzato \u2013 e vede completarsi quel processo di terziarizzazione incapace di assorbire, per ora, l\u2019offerta di lavoro disponibile. Il dilemma resta allora il seguente: come si affronta l\u2019aumento della disoccupazione? Le risposte consuete appaiono clamorosamente inadatte e informano la produzione stessa degli interventi per l\u2019occupazione: si parla spesso di \u2018congiunture sfavorevoli\u2019, di cicliche depressioni e si propongono riforme strutturali o politiche degli incentivi tarate sull\u2019offerta convinti che si possa far rientrare o quantomeno riorientare la dinamica in positivo, verso la piena occupazione. Ed \u00e8 su questo punto che la tesi di Carniti \u2013 gi\u00e0 espressa ampiamente nelle sue precedenti uscite \u2013 rimarca la sostanziale impossibilit\u00e0 di tornare a un\u2019occupazione piena, stabile e regolare come nei \u201ctrenta gloriosi\u201d, anche basandoci su un\u2019insperata ripresa dall\u2019attuale crisi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ciononostante, non occorre abbandonarsi al pessimismo, non siamo sconfitti. Ma di fronte a un fenomeno epocale occorre una scelta di campo, una nuova concezione del lavoro e della sua organizzazione, cos\u00ec come della sua etica, che permetta la redistribuzione del lavoro esistente sul massimo numero possibile di persone. Nelle sue proposte per il caso italiano, Carniti individua quattro interventi che si possono implementare nell\u2019immediato e un mutamento pi\u00f9 consistente dal quale avviare tale ridefinizione del lavoro. I 4 interventi riguardano:<span>\u00a0<\/span><\/p>\n<ul style=\"text-align: justify;\">\n<li>Adeguamento degli orari di lavoro italiani alla media europea (tra i Paesi OCSE in Italia lavoriamo pi\u00f9 di tutti, 1774 ore annue a persone contro le 1704 in Usa, le 1625 in UK, le 1476 in Francia e le 1406 in Germania);<\/li>\n<li>Impulso al part-time volontario, come strumento di conciliazione e non solo per le donne;<\/li>\n<li>Promozione del pensionamento flessibile per superare il blocco del turn over quale barriera all\u2019ingresso dei giovani nel lavoro;<\/li>\n<li>Attivazione di un \u201cservizio civile obbligatorio\u201d per i giovani tra i 20 e i 25 anni di ambo i sessi, da impiegare in attivit\u00e0 socialmente utili dietro compenso, per abituarli al lavoro e socializzare loro una cultura della solidariet\u00e0 de della coesione sociale.<\/li>\n<\/ul>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si tratta di misure utili e fattibili, ma che non costituiscono la risposta definitiva alla sempre pi\u00f9 grave questione della mancanza di lavoro, che va affrontata invece andando oltre, tramite \u201cun cambiamento pacifico della mentalit\u00e0, tale da consentire una trasformazione radicale. Una rivoluzione pacifica che non comporter\u00e0 n\u00e9 morti n\u00e9 feriti, ma soltanto piccoli affanni. Come richiede ogni fase di adattamento. Ogni cambiamento di abitudini\u201d (p. 123). Se si vuole davvero affrontare alla radice il problema, \u201cla strada maestra da imboccare \u00e8 quella di una progressiva riduzione degli orari, in funzione di una diversa distribuzione del lavoro\u201d (p. 126). In modalit\u00e0 differenziate e di sicuro con interventi non sistemici, questa via \u00e8 stata affrontata gi\u00e0 in Francia (riduzione a 35 ore della settimana lavorativa) e in Germania (il Kuzarbeit, cd. lavoro breve, via di mezzo tra Cig e \u00abcontratti di solidariet\u00e0\u00bb).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In altre parole, se il progresso tecnologico nella produzione di beni comporta strutturalmente una riduzione del fabbisogno di manodopera e se le ristrutturazioni, i ridimensionamenti e le \u00abcure dimagranti\u00bb sono premiate dal mercato, ci si deve misurare con questa nuova sfida con una \u201cdecisiva battaglia politico-culturale (anche in funzione di una pi\u00f9 equa distribuzione)\u201d (p. 129). Occorre decidere di imboccare coraggiosamente strade nuove rispetto a quelle improduttivamente seguite finora, mettendo il tema del lavoro realmente al centro del dibattito per evitare che la disoccupazione si trasformi, nei fatti, essenzialmente in un problema dei disoccupati, spesso con conseguenze drammatiche, come per l\u2019accadimento emblematico riportato da Carniti nel capitolo conclusivo (a p. 133) e di seguito ripreso integralmente:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u201c\u00c8 sabato notte degli inizi di febbraio 2013, a Guarrato, in un paese di 1.300 abitanti in provincia di Trapani, Giuseppe Burgarella, un edile senza lavoro da tre anni, si mette una corda al collo e si toglie la vita. Lascia un \u00abpizzino\u00bb disperato, tra le pagine della Costituzione. Il libro che \u00e8 il fondamento della Repubblica. Su quel biglietto Burgarella ha elencato tutti i morti \u00abper disoccupazione\u00bb degli ultimi due anni. L\u2019ultimo nome in fondo alla lista \u00e8 il suo. A fianco dell\u2019elenco due frasi secche: \u00abSe non lavoro non ho dignit\u00e0. Adesso mi tolgo dallo stato di disoccupazione\u00bb\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u00a0<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo scorso 24 giugno presso il Palazzo della Cooperazione in Roma \u00e8 stata presentata l\u2019ultima pubblicazione di Pierre Carniti, intitolata significativamente La Risacca. Il lavoro senza lavoro (Altrimedia Edizioni 2013). 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