{"id":720,"date":"2014-09-30T13:06:26","date_gmt":"2014-09-30T11:06:26","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/oltre-le-rendite-di-posizione-associative\/"},"modified":"2014-09-30T13:06:26","modified_gmt":"2014-09-30T11:06:26","slug":"oltre-le-rendite-di-posizione-associative","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/oltre-le-rendite-di-posizione-associative\/","title":{"rendered":"Oltre le rendite di posizione associative"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">In un recente articolo su \u201cItalianiEuropei\u201d provavo a mettere sul banco degli accusati l\u2019ideologia dei corpi intermedi, cercando di sostenere quanto i costi sociali dell&#8217;associazionismo forte abbiano pesato nella vicenda storica del nostro paese dagli anni settanta in poi. La retorica tradizionale, infatti,\u00a0 sia di destra che di sinistra, ha sempre sottolineato il ruolo positivo svolto dai corpi intermedi, considerati fattori di stabilizzazione politica del paese e cinghia di trasmissione tra classi dirigenti e cittadini.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E se invece la realt\u00e0 fosse diversa? \u00c8 possibile avanzare l\u2019idea che alcuni dei grandi problemi del paese siano, per una parte molto ampia, diretta conseguenza della cristallizzazione di una congerie di interessi organizzati in solide associazioni di rappresentanza, tutte protese a difendere il loro particolare, senza responsabilit\u00e0 reale verso le sorti del paese e senza verifica di qualsiasi tipo di compatibilit\u00e0 generale? Per certi versi, insomma, il guaio italiano sembra derivare da una filiazione diretta del corporativismo (irresponsabile), senza cio\u00e8\u00a0 i correttivi rintracciabili tanto nel modello di rapporti tra stato e interessi\u00a0 basato sul\u00a0 pluralismo delle <em>lobbies<\/em> \u2013 instabile,\u00a0 provvisorio, magmatico, ma sempre strutturato sulla logica delle pressioni su di un decisore pubblico forte e autonomo &#8211;\u00a0 quanto nel modello neocorporativo, dove le grandi organizzazioni di rappresentanza degli interessi sono investite in modo ufficiale della responsabilit\u00e0 dei conti pubblici (internalizzazione del vincolo esterno nella contrattazione collettiva) e dell\u2019efficienza di alcuni servizi pubblici (modello <em>ghant<\/em>). \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Detta senza mezzi termini, la domanda da porsi \u00e8 se tra le cause del declino italiano ci siano anche le associazioni di rappresentanza degli interessi: quelle vere, grandi, radicate nel territorio, con decine di migliaia di funzionari e dipendenti, non le generiche <em>lobbies <\/em>e corporazioni di cui a volte si discute in termini sommari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La trappola strutturale in cui \u00e8 caduto il nostro paese \u00e8 caratterizzata da tre grandi emergenze, tutte e tre giunte contemporaneamente tra capo e collo, in forme tanto estreme quanto drammatiche. La prima emergenza riguarda la gravissima crisi che, a partire dal 2008, si \u00e8 riversata dal mondo della finanza sull\u2019economia reale, innescando una profonda recessione dalla quale fatichiamo pi\u00f9 di altri a uscire. Per le aziende questo significa, tra le altre cose, problemi di accesso al credito e maggiore competizione per intercettare un potere d\u2019acquisto in contrazione. Tale contrazione non \u00e8 probabilmente legata esclusivamente a un andamento ciclico di passaggio, ma anche a una strutturale saturazione dei mercati interni all\u2019area OCSE per molti beni e servizi di tipo tradizionale. Di qui la necessit\u00e0 per tutti i paesi industriali avanzati \u2013 e un obbligo per noi \u2013 di aumentare il pi\u00f9 rapidamente possibile la propria quota di esportazioni su base mondo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La seconda emergenza \u00e8 relativa alla mancata soluzione del problema del nostro debito pubblico, che ha ridotto al lumicino i gradi di libert\u00e0 nella scelta delle strategie per fronteggiare la crisi economico-finanziaria degli ultimi cinque anni. Invece di sfruttare la congiuntura positiva della seconda met\u00e0 degli anni Novanta e della prima met\u00e0 degli anni Duemila per risanare le finanze pubbliche si \u00e8 preferito rinviare le inevitabili riforme strutturali e sperare in una prosecuzione della congiuntura positiva <em>sine die<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In terzo luogo, nonostante un dibattito politico e associativo durato oltre vent\u2019anni, l\u2019Italia ha rinviato qualsiasi decisione relativa ai suoi assetti istituzionali (governo e Parlamento, Regioni, Province, Comuni), innescando un ulteriore fattore di criticit\u00e0 derivato da un aumento di spese periferiche che oggi ci si accorge essere state del tutto non controllate, inefficienti e inefficaci. Di qui un aumento dei divari territoriali Nord-Sud e un pi\u00f9 generale deterioramento dell\u2019efficienza del paese.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La responsabilit\u00e0 di questi ventennali esiti negativi \u00e8 esclusivamente da attribuire alla politica oppure c\u2019entrano qualcosa anche i cosiddetti \u201ccorpi intermedi\u201d, ovvero le associazioni di rappresentanza degli interessi, sindacati e organizzazioni datoriali in primo luogo? Sotto il profilo storico, la rappresentazione retorica tipica del \u201cdiscorso nazionale\u201d, sia di destra che di sinistra, ha sempre messo l\u2019accento sul ruolo positivo dei corpi intermedi, considerati fattori di stabilizzazione politica del paese e cinghia di trasmissione tra classi dirigenti e cittadini. Ma siamo cos\u00ec sicuri che sia stato davvero cos\u00ec per il passato? E, soprattutto, che l\u2019ipotetico giudizio positivo sui decenni trascorsi prolunghi anche oggi il suo alone sulla congiuntura odierna? Detta in altro modo, si potrebbe avanzare l\u2019idea che le tre grandi emergenze prima indicate siano l\u2019esito inevitabile di pesanti \u201crendite neocorporative\u201d, ovvero della cristallizzazione di una congerie di interessi organizzati in solide associazioni di rappresentanza, tutte protese a difendere il loro particolare, senza responsabilit\u00e0 reale verso le sorti del paese e senza verifica di qualsiasi tipo di compatibilit\u00e0 generale. Non ci si faccia abbagliare dal richiamo costante di ognuna di queste associazioni all\u2019\u201cinteresse generale\u201d, perch\u00e9 fa parte del loro armamentario retorico \u2013 quasi un riflesso automatico \u2013 ammantare di roboanti buoni propositi (di tutela dell\u2019interesse generale) gli obiettivi pi\u00f9 indifendibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Del resto, va ricordato che il numero delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi nel nostro paese non ha eguali al mondo. In parte, perch\u00e9 di derivazione politica, quindi almeno moltiplicate per tre (ex PCI, ex DC, ex socialisti e laici), visto che l\u2019esaurirsi della matrice originaria non ha avuto come conseguenza \u2013 Michels <em>docet <\/em>\u2013 le tanto auspicate fusioni (<em>mergers<\/em>) associative, esclusi i casi delle rappresentanze delle ex aziende pubbliche. In parte, perch\u00e9 sussidiate in mille modi dallo Stato e favorite da una legislazione di sostegno molto generosa: distacchi retribuiti, contributi figurativi, quote di servizio contrattuale, fondi obbligatori, diritti camerali ecc., una terminologia (volutamente) oscura con la quale si cerca di mimetizzare solide guarentigie associative. In parte, infine, perch\u00e9 l\u2019associazionismo si \u00e8 esteso a macchia d\u2019olio ben oltre i confini degli interessi sindacali e datoriali strettamente intesi: basti pensare all\u2019assurdit\u00e0 di un\u2019associazione di tutela degli interessi dei Comuni (ANCI), ricalcata pari pari sul modello di un sindacato, in perenne conflitto con governo, Parlamento e Regioni. La cartina di tornasole \u00e8 farsi su ogni argomento una domanda di questo genere: senza le associazioni si sarebbe fatto prima, meglio e in modo pi\u00f9 rispettoso degli interessi davvero in gioco? Ad esempio, senza l\u2019ANCI la riforma degli enti locali \u2013 fatto compiuto in tutta Europa \u2013 sarebbe gi\u00e0 nell\u2019ordinamento di questo paese o no?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se proviamo ora a immaginare il futuro del nostro paese, assumendo come orizzonte di comodo il 2020 e immaginando \u2013 con ottimismo \u2013 che l\u2019Italia riesca a superare le tre emergenze citate prima, appare abbastanza plausibile immaginare uno scenario dell\u2019associazionismo economico che possiamo delineare a grandi tratti in questo modo: a) un numero pi\u00f9 ridotto rispetto a oggi di grandi centrali confederali, capaci di offrire in modo efficiente una grande quantit\u00e0 di servizi e prodotti alle imprese associate; b) le poche grandi centrali confederali saranno dotate di elevata trasparenza e <em>accountability <\/em>e saranno capaci di farsi carico responsabilmente di una parte significativa di politiche pubbliche in campo economico su delega dello Stato; c) l\u2019attivit\u00e0 di rappresentanza sar\u00e0 sempre pi\u00f9 filtrata dalla capacit\u00e0 di interpretare l\u2019interesse nazionale in campo economico, inteso come la massimizzazione della crescita del PIL e delle esportazioni sotto il vincolo di un debito pubblico contenuto; d) il baricentro organizzativo andr\u00e0 strutturandosi sui livelli nazionali, regionali e zonali, mentre le attivit\u00e0 di produzione di servizi e prodotti confederali saranno finalizzate a dare valore a imprese, reti e filiere, incrociando le attivit\u00e0 e i ruoli delle strutture categoriali e territoriali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non dobbiamo nasconderci quanto improbabile sia lo scenario appena prospettato, vuoi per la frammentazione del panorama associativo, vuoi per le difficolt\u00e0 dei processi aggregativi sperimentati anche di recente (vedi Rete imprese Italia e le altre aggregazioni di confederazioni datoriali). Si osservi la resistenza delle Camere di commercio verso una loro semplificazione, auspicata a parole da tutti, visto il paradosso \u2013 solo italiano \u2013 di duplicazione perfetta, Provincia per Provincia, dalla Lombardia alla Sicilia, di un coacervo di associazioni di rappresentanza datoriali e delle Camere di commercio a base provinciale. Perch\u00e9? Questo \u00e8 il problema da mettere a fuoco.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A mio avviso la risposta sta nella sottovalutazione delle trappole associative sollevate a suo tempo da Mancur Olson, sulla scia (inconsapevole) di Roberto Michels, e nella sopravalutazione del giudizio ottimistico sulla capacit\u00e0 delle associazioni di contribuire al bene comune che accomuna Tocqueville a Toniolo, Putnam a De Rita. Olson \u2013 e come lui Jack Walker \u2013 ha chiarito che senza efficaci contromisure le associazioni tendano per loro intrinseca natura ad accumulare rendite su rendite, all\u2019interno di coalizioni distributive, a danno costante dell\u2019erario pubblico. Solo in particolarissime circostanze questo esito viene evitato: in paesi di piccolissime dimensioni (secondo la lezione di Katzenstein di trent\u2019anni fa), dove sono tendenzialmente coincidenti interessi generali e interessi sezionali (<em>encompassing interests<\/em>). Fuori da questo caso estremo, solo una politica forte e severi controlli istituzionali possono impedire agli interessi associati di strozzare il bilancio statale. La furbizia tipicamente nostrana \u00e8 stata quella di ammantare della retorica dell\u2019interesse nazionale il perseguimento degli interessi particolari senza mai pagare dazio, ovvero senza che nessuno alzasse il dito e facesse vedere quanto fuorviante (e costosa) fosse questa retorica. Ma prima o poi i nodi arrivano al pettine per tutti: i sindacati; la Confindustria; le associazioni della piccola impresa, dell\u2019artigianato, del commercio, dell\u2019agricoltura; gli ordini professionali e le loro casse previdenziali; le Camere di commercio e cos\u00ec via. E la parola torna in primo luogo alla politica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A prima vista sembra impossibile che la risposta alle rendite associative stia nella politica. Tuttavia andrebbero tenute a mente due leve su cui la politica e le istituzioni possono contare in questa fase storica: in primo luogo l\u2019internazionalizzazione, che mina una parte importante del potere di interdizione in mano alle organizzazioni di interesse economico (Fiat <em>docet<\/em>); in secondo luogo la \u201cdisintermediazione\u201d via canali informatici (web), che consente per la prima volta una concorrenza con agenzie private in grado di offrire gli stessi servizi a costi minori ed efficienza maggiore. Se si tiene conto di questi due cambiamenti strutturali, le organizzazioni di rappresentanza di interesse sono in questo momento dei \u201cgiganti dai piedi di argilla\u201d, per cui anche una politica indebolita, qual \u00e8 quella nostrana, potrebbe avere buon gioco per andare a verificare l\u2019effettiva solidit\u00e0 di questo mondo, sfidandolo sul terreno della riforma\/autoriforma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E\u2019 quanto sta facendo \u2013 mi pare Matteo Renzi: abolizione della causale sui tempi determinati, ottanta euro in busta paga; taglio dei distacchi sindacali nel pubblico impiego; dimezzamento dei contributi obbligatori delle aziende alle Camere di Commercio;\u00a0 riforma dell\u2019articolo 18 \u2013 cosa sono tutte queste misure se non un modo di mostrare al paese che le \u201crappresentazioni\u201d con cui le associazioni\u00a0 pretendono di\u00a0 interpretare gli interessi economici sono totalmente disallineate con i reali\u00a0 bisogni di quegli stessi interessi economici (siano essi imprenditori, artigiani, commercianti, lavoratori dipendenti)? Ovviamente Renzi e la politica fanno \u2013 finalmente- il loro mestiere, quello di riprendersi lo scettro del comando sull\u2019orlo del burrone e mostrare ai cittadini elettori quanto poco di interesse generale vi fosse nell\u2019azione delle loro rappresentanze professionali. Si tratta di un\u2019azione che pu\u00f2 funzionare solo con una \u201crappresentazione\u201d da ultima spiaggia, ma si tratta di una costatazione che oramai appartiene al sentire comune della larghissima maggioranza degli elettori.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Stupisce, semmai, l\u2019incomprensione di tutto ci\u00f2 da parte\u00a0 delle burocrazie associative \u2013 clamoroso l\u2019imbarazzo\u00a0 di Confindustria sull\u2019articolo 18 &#8211; e da parte della vecchia guardia dei politici di professione, come nel caso degli interventi di D\u2019Alema e Bersani nella direzione del Pd del 29 settembre 2014. Come mai tanta incomprensione? Come mai le burocrazie sindacali e associative si trovano a braccetto con la vecchia politica, quella stessa che ha fallito &#8211; in modo tanto definitivo quanto \u00a0 drammatico per il paese &#8211; il suo tentativo di \u201cscalata al cielo\u201d negli anni novanta e duemila?\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span>Forse la risposta sta nei conti mai fatti fino in fondo con gli anni settanta e ottanta, insomma con il dopo Moro. Da quel momento qualcosa si rompe \u2013 tanto nei partiti quanto nei cosiddetti corpi intermedi &#8211; e le cose che si potevano e dovevano fare vengono rinviate <em>sine die<\/em>. Il problema riguarda l\u2019ultimo Berlinguer, De Mita, e via dicendo ma anche Callieri, Trentin, Carniti, Marini.\u00a0 <\/span>In questo senso\u00a0 sarebbe utile uno sforzo ulteriore di approfondimento analitico per identificare le premesse al declino insite nelle scelte (in apparenza) vittoriose fatte negli anni del sindacato e della Confindustria in auge. Ad esempio, guardando al sindacato, invece della museificazione e della santificazione dei leader del movimento sindacale degli anni settanta, bisognerebbe avviare una vera e propria \u201ccritica del sindacalismo forte\u201d, per comprendere le ragioni del cambio di strategia troppo flebile e contradditorio a partire dalla seconda met\u00e0 degli anni settanta: l\u00ec, in quel breve volgere di anni attorno alla fatidica sconfitta di Fiat \u201980, si \u00e8 giocata larga parte della partita. Se fosse vera questa ipotesi il corporativismo irresponsabile all\u2019italiana \u00e8 il frutto avvelenato delle mancate scelte di coloro che furono alla guida del sindacalismo trionfante.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parole ruvide e antipatiche, lo so. Ma quando Renzi si prende la libert\u00e0 di sbeffeggiare in malo modo sindacati e associazioni lo pu\u00f2 fare solo perch\u00e9 un fardello trentennale ha dilapidato qualsiasi credibilit\u00e0 di questi presunti benefattori che sono i corpi intermedi: prima se ne fanno una ragione,\u00a0 meglio \u00e8.\u00a0 Ovvero: prima si riprende una revisione critica sul passato e sul presente associativo, prima si possono cercare le vie per una radicale revisione delle \u201crappresentazioni\u201d che le associazioni propongono agli interessi che vorrebbero rappresentare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In un recente articolo su \u201cItalianiEuropei\u201d provavo a mettere sul banco degli accusati l\u2019ideologia dei corpi intermedi, cercando di sostenere quanto i costi sociali dell&#8217;associazionismo forte abbiano pesato nella vicenda storica del nostro paese dagli anni settanta in poi. 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