{"id":841,"date":"2014-12-16T11:34:29","date_gmt":"2014-12-16T10:34:29","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/sistema-pensionistico\/"},"modified":"2014-12-16T11:34:29","modified_gmt":"2014-12-16T10:34:29","slug":"sistema-pensionistico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/sistema-pensionistico\/","title":{"rendered":"Il sistema pensionistico \u00e8 di nuovo sotto pressione"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Se la Corte Costituzionale dar\u00e0 il via libera, il referendum proposto dalla Lega sulla legge Fornero si terr\u00e0 nella primavera del prossimo anno. Il mondo politico non ha fino ad oggi reagito a questa ipotesi. Nel sindacato vi \u00e8 stata una dichiarazione di appoggio della Camusso, contestata dalla segretaria dello Spi-Cgil Cantoni. La Cisl ha sottolineato la necessit\u00e0 di rivedere alcuni aspetti della Fornero senza condividere l\u2019ipotesi del referendum.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019abrogazione della legge 214\/2011 causerebbe il venir meno \u201cex-nunc\u201d delle norme abrogate. Ci sarebbero effetti sulle et\u00e0 di pensionamento di vecchiaia e anticipata e, parzialmente, sull\u2019aumento di contribuzione degli autonomi, mentre non ci sarebbero effetti sulla mancata indicizzazione della pensioni nel biennio 2012-13. Secondo le previsioni fatte dalla Relazione Tecnica di accompagnamento della legge, le norme soggette all\u2019abrogazione referendaria avrebbero prodotto risparmi pari a 6,5 mld nel 2015 e poi crescenti nel tempo fino a 16,2 mld nel 2020. A queste cifre vanno tolte le maggiori spese intervenute per i successivi interventi sugli esodati e per gli effetti comunque prodotti dall\u2019applicazione della Fornero fino all\u2019abrogazione. Si tratta, in ogni caso, di un ammontare notevole di risorse, probabilmente\u00a0 maggiore di quello utilizzato per l\u2019eliminazione dello scalone di Maroni nel 2007. L\u2019eventuale successo del referendum produrrebbe, pertanto, un non semplice problema di copertura.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La legge 214 \u00e8 stata il completamento di una serie di interventi fatti tra il 2004 e l\u2019agosto del 2011 (legge 243\/2004 di Maroni (modificata dalla l. 247\/2007), il D.L. 78\/2010, il D.L. 98\/2011, il D.L. 138\/2011). Queste leggi hanno successivamente innalzato i requisiti minimi di accesso al pensionamento anticipato, introdotto il sistema delle quote, portato a 65 anni l\u2019et\u00e0 di pensionamento delle donne nel pubblico impiego, gradualmente allineato ai 65 anni il requisito per la pensione di vecchiaia delle donne nel settore privato, eliminata la flessibilit\u00e0 di uscita nel sistema contributivo, introdotto e via via anticipato l\u2019adeguamento dei requisiti anagrafici all\u2019aumento della speranza di vita. <em>Tutte queste norme resterebbero in vigore.<\/em>\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poco cambierebbe per le pensioni di vecchiaia. Considerando le finestre, l\u2019et\u00e0 di pensionamento resterebbe quella attuale. Nel settore privato l\u2019adeguamento dell\u2019et\u00e0 di pensionamento delle donne a quella degli uomini ritornerebbe ai ritmi pre-Fornero (2026 anzich\u00e9 2020, ma con la certezza di una richiesta accelerativa da parte della UE), verrebbe meno il rinvio del pensionamento a 70 anni nel caso di non raggiungimento di una pensione pari a 1,5 volte l\u2019assegno sociale. Resterebbero tutti gli adeguamenti alla speranza di vita delle varie et\u00e0 anagrafiche e contributive e dei coefficienti di trasformazione dei montanti in rendita previsti dalle leggi precedenti (ogni tre anni invece che ogni due).\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I mutamenti pi\u00f9 significativi riguarderebbero il ripristino delle pensioni di anzianit\u00e0. Si tornerebbe nei sistemi retributivo e misto alla quota 97, con un et\u00e0 di pensionamento, tenendo conto della finestra di 12 mesi, di 63 anni e tre mesi con 36 anni di contribuzione o di 62 anni e tre mesi e 37 anni di contribuzione o, in alternativa, 41 anni di contribuzione, compresa la finestra, a prescindere dall\u2019et\u00e0 anagrafica. Era quest\u2019ultima la principale \u201canomalia\u201d del sistema pensionistico italiano. Il pensionamento anticipato a 62\/63 anni \u00e8 previsto in molti sistemi pensionistici (la stessa legge Fornero lo prevede a 63 anni nel sistema contributivo). Dal punto di vista della sostenibilit\u00e0, dopo tutte le riforme effettuate tra il 2004 e l\u2019agosto del 2011 era l\u2019unico punto su cui era \u201cnecessario\u201d intervenire. Tutto il resto rispondeva ad esigenze di cassa, di finanza pubblica, di \u201cassicurazioni\u201d all\u2019Europa.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con l\u2019abrogazione della Fornero questo punto tornerebbe ad essere un punto critico unitamente ad altri due punti non affrontati dalla legge 214, la perdita di flessibilit\u00e0 operata dalla legge 243\/2004 e l\u2019incapacit\u00e0 del sistema contributivo di assicurare pensioni adeguate in caso di carriere contributive irregolari. Nessuna risposta darebbe il referendum a questi due ultimi problemi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra i numerosi errori della Fornero vi \u00e8 stato quello di ignorare gli effetti del taglio drastico delle pensioni di anzianit\u00e0 in un momento di crisi economica. La realt\u00e0 ha poi costretto a correzioni successive che hanno comportato interventi in deroga per un totale di 162.000 lavoratori. A prescindere dal referendum, la legge 214 andrebbe sottoposta, quindi, a un robusto tagliando che affronti in primo luogo il problema di un legame pi\u00f9 stretto, specie nelle situazioni di crisi, tra ammortizzatori sociali e accesso alla pensione, e che reintroduca nel sistema un forte elemento di flessibilit\u00e0 volontaria, e che affronti il rapporto tra mercato del lavoro e sistema pensionistico in modo da assicurare sempre importi di pensione socialmente sostenibili.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel sistema contributivo \u00e8 necessario tornare all\u2019impostazione originaria della legge 335 ritornando al principio della neutralit\u00e0 di costo dell\u2019et\u00e0 di pensionamento in funzione dell\u2019et\u00e0 grazie al diverso valore dei coefficienti di trasformazione del montante in rendita, principio negato con la legge Maroni del 2004 (obbligo dei 35 anni di contribuzione)\u00a0 e negato nella legge Fornero dal requisito d\u2019importo di 2,8 volte l\u2019assegno sociale per potere accedere alla pensione a partire dai 63 anni di et\u00e0. Va quindi eliminato questo requisito d\u2019importo.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il problema maggiore, tuttavia, anche e soprattutto dal punto di vista delle coperture da trovare, sta nel reintrodurre una flessibilit\u00e0 di uscita oggi, nel sistema retributivo\/misto. Il problema da risolvere \u00e8 se si vuole continuare con provvedimenti ripetuti su nuovi contingenti di esodati o se si sceglie di rimodulare l\u2019et\u00e0 di pensionamento in funzione del mercato del lavoro e della struttura degli ammortizzatori sociali, coinvolgendo anche le imprese nei costi di queste modifiche. Le regole del sistema pensionistico non possono prescindere dalla struttura del mercato del lavoro e questo vale anche per la determinazione della copertura pensionistica.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il sistema attuale, sia quello pubblico che quello integrativo, sono modellati su di un lavoratore regolare a cui, complessivamente, \u00e8 assicurato una buona copertura. Chi non rientra in questa figura non \u00e8 invece sufficientemente tutelato dal sistema pubblico e tanto meno da quello integrativo. Il sistema va quindi ripensato per il futuro anche sotto questo aspetto<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel necessario tagliando vi sono altri punti specifici sui quali sarebbe utile\/necessario intervenire oltre a disboscare il sistema da privilegi vari. Il primo riguarda il sistema di rivalutazione annua dei contributi versati o, nel retributivo, di rivalutazione delle retribuzioni pensionabili. L\u2019indice stabilito dalla l. 335 per la rivalutazione dei montanti contributivi (la variazione media quinquennale del Pil nominale) per la prima volta ha assunto un valore negativo con la conseguente possibilit\u00e0 di diminuzione del montante.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo effetto paradossale pare scongiurato, ma ha sollevato l\u2019attenzione sul fatto che negli ultimi anni la rivalutazione dei montanti \u00e8 stata sistematicamente inferiore al tasso di inflazione, tanto che nell\u2019ultimo quadriennio sono diminuiti in termini reali del 4,2% con effetti negativi sull\u2019ammontare di pensione. L\u2019indice che sembrava cos\u00ec \u201cgarantista\u201d non ha retto rispetto a un periodo lungo di crisi accompagnato da una caduta di inflazione. Si pu\u00f2 sostenere che questo fatto sia lo scotto da pagare per rendere sostenibile il sistema pensionistico che non pu\u00f2 esserne immune da una caduta prolungata del Pil.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa tesi, tuttavia, diventa insostenibile se riferita alla rivalutazione dei montanti confrontata con la contemporanea rivalutazione delle retribuzioni pensionabili nel sistema retributivo. In quest\u2019ultimo sistema la retribuzione pensionabile utile per il calcolo della quota A della pensione (periodi fino al 1992) \u00e8 rivalutata in base al costo della vita, mentre la retribuzione pensionabile utile alla quota B (periodi dal 1992 al 2011) \u00e8 rivalutata in base al costo della vita pi\u00f9 1 punto ogni anno. Il valore della retribuzione utile per la quota A non ha perso valore in termini reali, mentre il valore di quella utile per la quota B \u00e8 cresciuta in termini reali di 1 punto ogni anno. In questo caso non c\u2019\u00e8 alcun legame tra sistema pensionistico e Pil.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 detto che uno dei due sistemi sia sempre pi\u00f9 favorevole dell\u2019altro; in un periodo di forte crescita del Pil nominale \u00e8 probabile che l\u2019indice con base Pil sia pi\u00f9 favorevole dell\u2019indice con base prezzi. Negli ultimi anni, tuttavia, gli effetti di questi diversi sistemi di rivalutazione sono stati paradossali. Nel settore del pubblico impiego, ad esempio, in cui il blocco contrattuale ha comportato una diminuzione in termini reali delle retribuzioni, i lavoratori con la parte prevalente della pensione nel retributivo hanno goduto di un aumento in termini reali della retribuzione pensionabile, e quindi della pensione futura, mentre i lavoratori in tutto o in buona parte nel contributivo hanno subito una diminuzione reale del montante con effetti negativi sulle pensioni. Appare urgente evitare strutturalmente gli affetti negativi prodotti dall\u2019indice con base Pil, ma anche la riunificazione dei sistemi di rivalutazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Altro punto bisognoso di manutenzione \u00e8 certamente il sistema di rivalutazione annua delle pensioni. Le pensioni pi\u00f9 basse, quelle inferiori a tre volte il minimo (1.486 euro lorde nel 2014 pari a 1.217 euro nette), sono state sempre integralmente coperte rispetto all\u2019aumento del costo della vita, nei limiti in cui questo \u00e8 rappresentato dagli indicatori Istat. Le pensioni pi\u00f9 alte hanno invece goduto di indicizzazioni via via pi\u00f9 ridotte al crescere del loro importo.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se prendiamo il periodo tra il 2007 e il 2014 osserviamo come, a fronte di un aumento del costo della vita pari al 13,5%, le pensioni fino a tre volte il minimo siano aumentate del 15%, le pensioni tra 3 e 5 volte il minimo del 8,5%, le pensioni tra 5 e 6 volte il minimo del 7,8%, le pensioni tra 8 e 9 volte il minimo del 5,4% e cos\u00ec via Il problema, quindi, in termini di indicizzazione non riguarda le pensioni pi\u00f9 basse, integralmente coperte, o quelle pi\u00f9 alte chiamate a un indiretto contributo di solidariet\u00e0 attraverso un ridotto sistema di perequazione in funzione dell\u2019importo, ma le pensioni medie indebitamente bloccate dalla legge 214 e sulle quali vanno impediti nuovi interventi.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Vi \u00e8 tuttavia un problema pi\u00f9 generale che si pone dal punto di vista della sostenibilit\u00e0, in particolare del rapporto spesa\/Pil. Sempre nel periodo 2007-14 a fronte dei valori sopra ricordati della perequazione dei vari importi di pensione vi \u00e8 stato un aumento del Pil nominale dello 0,9% e una diminuzione del Pil reale del -9%. Che le pensioni, specie quelle pi\u00f9 basse, vadano tutelate non vi \u00e8 dubbio, ma \u00e8 anche irragionevole pensare che la loro perequazione sia totalmente indipendente dall\u2019andamento di quella ricchezza nazionale che \u00e8 chiamata a sostenerle. Era ed \u00e8 giusta la rivendicazione di un legame rispetto alla crescita del Pil, ma questo legame non pu\u00f2 non esserci anche nei momenti di diminuzione della ricchezza nazionale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se la Corte Costituzionale dar\u00e0 il via libera, il referendum proposto dalla Lega sulla legge Fornero si terr\u00e0 nella primavera del prossimo anno. Il mondo politico non ha fino ad oggi reagito a questa ipotesi. 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