{"id":966,"date":"2015-03-03T13:20:01","date_gmt":"2015-03-03T12:20:01","guid":{"rendered":"http:\/\/5.249.146.118\/i-sindacati-oggi-culture-divise-e-mestiere-incerto\/"},"modified":"2015-03-03T13:20:01","modified_gmt":"2015-03-03T12:20:01","slug":"i-sindacati-oggi-culture-divise-e-mestiere-incerto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/nuovi-lavori.it\/index.php\/i-sindacati-oggi-culture-divise-e-mestiere-incerto\/","title":{"rendered":"I sindacati oggi: culture divise e mestiere incerto"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Sono tempi difficili per i sindacati, in Italia, in Europa, in giro per il mondo. La travolgente crisi economico-finanziaria che si \u00e8 scatenata negli ultimi mesi del 2008, nel mentre ha scosso molte certezze di quel \u201cpensiero unico\u201d (di impronta pi\u00f9 o meno individualista e neo-liberale) che nel corso dell\u2019ultimo quarto di secolo aveva vaticinato la progressiva inutilit\u00e0 dei sindacati se non la loro scomparsa, ha\u00a0 svelato ancora di pi\u00f9 le debolezze e le inadeguatezze della rappresentanza e della azione sindacali nel muoversi nei nuovi contesti dei mercati globali e delle identit\u00e0 perdute. L\u2019avvento della crisi forse ha arrestato i giudizi sulla \u201cinutilit\u00e0\u201d dei sindacati, ma ha potenziato quelli\u00a0 sulla loro presunta \u201cincapacit\u00e0\u201d di azione. Si susseguono le immagini del declino, pi\u00f9 o meno inarrestabile, accompagnato dal dissolversi delle identit\u00e0 sociali. Uno dei pi\u00f9 autorevoli studiosi del movimento sindacale ha usato una immagine in parte diversa dal declino, quella dell\u2019<em>accerchiamento (1)<\/em>, che non prefigura la scomparsa ma certo delinea non poche difficolt\u00e0 per l\u2019azione sindacale, destinata a perdere di rilievo e di significato.\u00a0 Nell\u2019insieme si respira un\u2019aria non favorevole e non simpatetica per il sindacato. Un\u2019aria critica, talvolta ostile o anti-sindacale. Proprio da queste critiche si partir\u00e0 in queste note dedicate ai sindacati italiani, come soggetti e come attori (pi\u00f9 o meno divisi) delle relazioni industriali, e alle loro posizioni nel corso degli ultimi mesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>1.Molte accuse, alcune immotivate<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 Le critiche ai\u00a0 sindacati spesso si trasformano in accuse che ad aggravano l\u2019atmosfera di scarsa simpatia che li circonda.\u00a0 Alcune di queste critiche (o accuse) sono comprensibili e giustificabili anche da chi apprezza, e comprende, non solo la natura dei sindacati ma anche il ruolo storico da essi svolto\u00a0 nella costruzione delle societ\u00e0 pluraliste e degli assetti politici\u00a0 liberal-democratici. Altre, fondate o meno che siano, svelano una incomprensione di questa natura e di questo ruolo, e come tali tendono a proporre non tanto una correzione o un adeguamento dei sindacati e del loro ruolo quanto, pi\u00f9 semplicemente, la loro scomparsa o un loro drastico ridimensionamento. Conviene ricordare innanzitutto queste critiche, che vengono da lontano ma che sono riproposte periodicamente, quando il contesto politico, economico, sociale sembra alimentarle con rinnovato vigore. Proprio per la loro origine lontana si prestano ad essere controbattute con richiami a grandi autori dei passati decenni. In questi tempi di\u00a0 <em>fallimenti<\/em> <em>(2) <\/em>clamorosi del mercato e della sua logica di regolazione, si rivestono di involontaria\u00a0 ironia, ma questo non sembra trattenere o modificare i giudizi degli osservatori o dei commentatori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 Una prima critica, forse la pi\u00f9 diffusa e ricorrente, si traduce in una <em>accusa di conservatorismo<\/em>, secondo la quale i sindacati sarebbero in modo irrimediabile portati a perseguire scelte di conservazione, di protezione, di difesa di situazioni talvolta indifendibili.\u00a0 Non \u00e8 una accusa nuova; verso di essa il modo migliore per reagire, da parte di chi conosce il significato e il ruolo della azione sindacale, \u00e8 quello di accettarla, richiamando il pensiero di uno dei grandi teorici del sindacato, Frank Tannenbaum che nell\u2019incipit del suo famoso libro del 1951 affermava: \u201cil sindacalismo \u00e8 il movimento conservatore del nostro tempo\u201d <em>(3)<\/em>. La rappresentanza e la tutela del lavoro richiedono sempre dei tratti difensivi, di conservazione. Chi non accetta questo semplicemente non accetta il ruolo dei sindacati. Di certo i sindacati, nella nostra epoca, non possono essere solo questo, e sono costretti a misurarsi con l\u2019innovazione e la disponibilit\u00e0 al cambiamento,\u00a0 tuttavia poco capiremmo della loro natura profonda se non accettassimo, non solo in modo paradossale, la sfida di questa accusa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 La seconda critica, connessa alla precedente, \u00e8 formulata come\u00a0 <em>accusa di inefficienza<\/em>, rammentando i numerosi ostacoli \u00a0 frapposti dai sindacati alla mobilit\u00e0 del lavoro, alla flessibilit\u00e0 dei salari e del lavoro, ecc. Anche in questo caso \u00e8 possibile rispondere con le parole di un altro grande autore, Karl Polanyi, ritornato alla memoria di molti proprio in questi tempi di crisi economica universale, tempi che richiamano per molti tratti quella certo pi\u00f9 drammatica degli anni trenta del secolo passato. Sono le parole che ritroviamo in <em>La grande trasformazione<\/em>, il famoso libro apparso nel 1944, che sulla base di una ispirazione morale con venature di socialismo umanitario, cristiano, riflette sulle soluzioni adottate per fare rinascere la convivenza sociale dalle macerie della grande crisi. A questo tipo di accuse Polanyi replicava come fosse proprio scopo della azione sindacale: \u201cquello di interferire sulle leggi dell\u2019offerta e della domanda relativamente al lavoro umano e di togliere quest\u2019ultimo dall\u2019orbita del mercato\u201d <em>(4)<\/em>. Anche in questo caso chi formula l\u2019accusa di fatto nega il ruolo della azione sindacale, che deve certo imparare a convivere con il mercato, ma in competizione con molti dei suoi criteri di regolazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 Una terza\u00a0 critica, avanzata in svariati contesti nazionali, ma che ha mostrato una vitalit\u00e0 inusitata nel caso italiano, riguarda la disponibilit\u00e0 dei sindacati ad utilizzare in modo distorto, al puro fine di preservare e di potenziare le proprie prerogative, le opportunit\u00e0 e le risorse (uomini, servizi, concessioni, ecc.) che i sistemi politici, in forme varie, mettono a loro disposizione. Potremmo definirla come <em>accusa di opportunismo<\/em>. Anche questa \u00e8 una accusa ricorrente che colpisce i sindacati, almeno da quando i governi liberali e poi in modo pi\u00f9 esplicito quelli liberal-democratici hanno ammesso la rappresentanza sindacale, in certi casi promuovendone l\u2019azione. Chi la formula non tiene conto che se di opportunismo si tratta, esso \u00e8 attuato per contrapporsi ad un altro opportunismo, ben pi\u00f9 diffuso e devastante, quello di quanti (i cosiddetti <em>free riders<\/em>) sono interessati ad usufruire dei vantaggi e della tutela dell\u2019azione sindacale, senza pagarne i relativi costi <em>(5)<\/em>. E\u2019 difficile che si raggiungano e si mantengano alti tassi di sindacalizzazione senza queste opportunit\u00e0 e protezioni. Solo con la gestione sindacale dei sussidi di disoccupazione, ad esempio, \u00e8 spiegabile l\u2019elevata sindacalizzazione dei paesi scandinavi. In Italia le distorsioni non sono mancate, e non mancano, come nel numero troppo elevato di \u201cdistacchi sindacali\u201d nella pubblica amministrazione, ma le accuse recenti, pi\u00f9 o meno strumentali rispetto a campagne pi\u00f9 ampie e fondate come quelle nei confronti della c.d. casta politica, non mi sembra tengano molto in conto queste ragioni, connesse alla natura dei sindacati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Altre critiche sono invece avanzate anche da chi non nutre necessariamente intenti di ridimensionamento o di esclusione nei confronti dei sindacati. Su queste critiche i rappresentanti sindacali sono chiamati a riflettere con maggiore attenzione. Una critica, piuttosto\u00a0 diffusa, si traduce in una <em>accusa di discriminazione<\/em>. Il termine \u00e8 aspro, forse eccessivo, anche perch\u00e9 presuppone una intenzionalit\u00e0 che non \u00e8 provata. Seconda tale accusa l\u2019azione sindacale sarebbe rivolta a proteggere solo i lavoratori <em>insiders<\/em>, abbandonando nei fatti la difesa dei lavoratori pi\u00f9 lontani dal centro della rappresentanza (come gli atipici). Le vicende italiane ne sono un esempio chiaro, se si comparano le condizioni di protezione messe in atto per i lavoratori delle grandi imprese (Alitalia in testa) con le attese non esaudite che durano da pi\u00f9 di un decennio per l\u2019ottenimento di un sistema allargato di protezione da applicare a tutte le condizioni di lavoro. Un\u2019altra critica, forse la pi\u00f9 adesiva alla natura e alla storia dei movimenti sindacali, pu\u00f2 essere espressa sotto la forma di una <em>accusa di inaridimento<\/em> della offerta di rappresentanza. Il termine metaforico rende bene l\u2019attenuarsi se non la scomparsa di quel qualcosa di pi\u00f9 (socialit\u00e0, mutualit\u00e0, solidariet\u00e0,ecc.) che in tempi passati veniva offerto assieme alla rappresentanza degli interessi. Certo oggi Simone Weil\u00a0 farebbe fatica a ritrovare quell\u2019<em>altra cosa<\/em> che i sindacati fornivano assieme alla difesa degli interessi <em>(6)<\/em>. Gli sforzi in direzione di tale riscoperta non mancano anche nelle esperienze sindacali dei nostri giorni e animano (specie negli Stati Uniti) alcuni programmi di ricostruzione o di rivitalizzazione dell\u2019offerta sindacale. Nell\u2019esperienza italiana, va detto, mi sembra non abbondino gli sforzi in tale direzione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 Sono queste le critiche che segnano di questi tempi il cammino dei sindacati, nei loro compiti di rappresentanza e di azione. Sar\u00e0 opportuno tenerle presenti, anche per evitare malintesi, e troppe incomprensioni. Sono le critiche e le accuse che, ad esempio, impediscono di apprezzare il ruolo che i sindacati, nei sistemi avanzati di relazioni industriali, continuano a svolgere nell\u2019assicurare un tessuto di riferimento, partecipato e capillare, al funzionamento delle democrazie pluraliste, in quel declino generalizzato della partecipazione politica che ha condotto alcuni a parlare di post-democrazia <em>(7)<\/em>. In fondo sono proprio i sindacati, con tutti i loro limiti, a permettere la partecipazione concreta in quello che resta del \u201cmodello sociale europeo\u201d. Nel prosieguo di queste note, i riferimenti saranno concentrati sul caso italiano, anche se la attenzione non potr\u00e0 essere del tutto distolta dall\u2019esperienza europea. La considerazione sar\u00e0 soprattutto sui sindacati come <em>attori<\/em>, delle relazioni industriali e dei rapporti con il sistema politico. Da questo punto di vista sar\u00e0 necessario dare uno sguardo anche ai caratteri (mutati o meno) degli attori imprenditoriali, troppo spesso trascurati o lasciati sullo sfondo dagli osservatori pi\u00f9 o meno benevoli delle vicende sindacali.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>2. Gli attori: i sindacati e gli altri<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Gli attori collettivi sono un elemento non rinunciabile delle relazioni industriali, come logica e come pratica di regolazione <em>(8)<\/em>. I sindacati e le altre associazioni di rappresentanza degli interessi rappresentano soprattutto per l\u2019azione, e lo fanno in forma collettiva. Non \u00e8 poi cos\u00ec scontato il ricordarlo, visto che molte delle critiche di cui abbiamo appena parlato troppo spesso se ne dimenticano. E\u2019 possibile pensare alla politica, alle relazioni che intercorrono in un sistema politico, anche senza la presenza di partiti organizzati. Qualche osservatore, specie in riferimento ai recenti sviluppi del caso italiano, ha addirittura proposto delle categorie descrittive e interpretative della politica che sono quanto di pi\u00f9 lontano si possa immaginare dalle relaziono fra attori collettivi organizzati, ad esempio quelle che si rifanno al linguaggio dei mezzi di comunicazione, al <em>format<\/em> televisivo, ad esempio <em>(9)<\/em>. Ma per l\u2019arena delle relazioni industriali questo non \u00e8 possibile, senza gli attori l\u2019arena semplicemente non esisterebbe, trasfigurata verso il mercato, o riportata verso la regolazione tradizionale, o assoggettata al dominio della legge (ma di quella <em>hard<\/em> , non di quella <em>soft<\/em>, che sempre degli attori ha bisogno).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Certo\u00a0 la natura degli attori che rappresentano le due parti dei rapporti di lavoro non \u00e8 omogenea. Le associazioni sindacali sono\u00a0 molto pi\u00f9 vulnerabili dall\u2019opportunismo dei <em>free-riders<\/em>, ovvero di quelli che pretendono di ottenere i vantaggi della azione collettiva senza pagarne i costi. Inoltre per il lavoratore singolo non \u00e8 immaginabile un suo ruolo concreto, diretto, nelle relazioni industriali. Diverso \u00e8 quanto accade per le imprese, che possono misurarsi con i sindacati, anche senza la mediazione degli attori collettivi, o con una mediazione solo formale, come accade nella contrattazione decentrata almeno per le imprese di medie o grandi dimensioni. Ma in fondo la stessa impresa singola, pu\u00f2 essere vista per molti aspetti come un attore collettivo, specie se si sottolinea come i suoi obiettivi si rivelino frutto della competizione fra i diversi comparti organizzativi e istituzionali, <em>stockholders<\/em> o <em>stakeholders<\/em> che siano. Va detto tuttavia che la pienezza del metodo delle relazioni industriali la si ritrova solo quando le relazioni (soprattutto negoziali) avvengono fra attori (e soggetti) collettivi in senso proprio, dotati di strutture organizzative di rilievo, a loro volta sedi di processi negoziali interni. Il carattere collettivo si costituisce dunque come elemento essenziale delle relazioni industriali. Dopo la diffusione delle politiche neo-liberali, con le connesse ventate individualiste, \u00e8 importante ricordarlo. Le accuse di <em>inefficienza<\/em> proprio di questo carattere si dimenticano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Gli attori collettivi inoltre sono associazioni di rappresentanza, e anche questo carattere non andrebbe dimenticato. O, detto in altri termini, la rappresentanza nelle relazioni industriali \u00e8 esercitata attraverso soggetti collettivi. I meccanismi della rappresentanza possono funzionare pi\u00f9 o meno bene, essere pi\u00f9 o meno \u201cdemocratici\u201d,\u00a0 ma sono essi a fornire alcune delle risorse pi\u00f9 importanti per la logica delle relazioni industriali, dalle possibilit\u00e0 di mediazione fra i diversi interessi rappresentati, al dovere di legittimare le scelte effettuate con il ricorso a criteri di equit\u00e0. Sono risorse che la semplice regolazione attraverso il mercato non possiede e non attiva. Va notato che il carattere della rappresentanza, e il requisito della rappresentativit\u00e0, vengono spesso ricordati per i sindacati, quasi mai per le associazioni imprenditoriali. Molti sondaggi <em>(10) <\/em>vengono effettuati sul chi, sul cosa, sul come rappresentano i sindacati con riferimento alle confederazioni, raro incontrarsi in un sondaggio che sottopone a simili giudizi di opinione organismi, scelte, politiche della Confindustria.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Lo Stato, lo sappiamo bene, non \u00e8 mai del tutto neutrale dalle vicende degli attori delle relazioni industriali: si muove con ruoli diretti come attore nelle relazioni in cui compare come datore di lavoro o quando si muove entro relazioni trilaterali, assume ruoli indiretti quando con le sue politiche promuove o scoraggia l\u2019utilizzo del metodo delle relazioni industriali, con le connesse attribuzioni e prerogative degli attori.\u00a0 Questi ruoli indiretti sono di importanza decisiva, anche se sono anch\u2019essi sottovalutati da parte di molti osservatori. Da questo punto di vista non esistono mai nella pratica modelli del tutto \u201cvolontaristi\u201d di relazioni industriali.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 I governi possono promuovere o escludere le relazioni industriali, favorendo o limitando il ruolo degli attori, dei sindacati soprattutto. Possono inoltre contribuire a definire, o a correggere, le scelte degli attori. Saranno le politiche dei governi a far s\u00ec che i sindacati non si rinchiudano in comportamenti conservatori, magari con scelte inefficienti dal punto di vista economico. In generale sono i governi di sinistra, o di centro-sinistra, a rivelarsi maggiormente disposti a promuovere le relazioni industriali e le attribuzioni degli attori, talvolta adottando con strumenti pi\u00f9 o meno <em>soft<\/em> politiche correttive delle scelte degli attori, favorendone il ruolo innovatore. Saranno i governi di destra, o di centro-destra, ad adottare politiche di esclusione, o a procedere con rigidi interventi correttivi. Saranno i governi con maggioranze parlamentari deboli, o con forti caratteri \u201ctecnici\u201d, a ricorrere con maggiore determinazione alle potenzialit\u00e0 delle relazioni industriali e alla collaborazione degli attori collettivi. Le vicende italiane dell\u2019ultimo quindicennio mostrano bene questi ruoli della politica e questi atteggiamenti dei governi: dall\u2019accordo fondamentale del luglio 1993 (con governo tecnico di centro-sinistra), decisivo per l\u2019ingresso dell\u2019Italia nel sistema della moneta unica all\u2019altro patto di luglio, quello del 2007 (governo di centro-sinistra con debole maggioranza), per passare ai numerosi segnali di <em>labour exclusion <\/em>dei governi di centro-destranel 2001-2006 , poi riproposti in questi mesi del 2008, dopo le elezioni di aprile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>3. Le culture degli attori, e le identit\u00e0 perdute<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 Sono, quelle appena formulate sulle <em>accuse<\/em> ai sindacati e sulla natura degli attori, delle premesse necessarie per cogliere, al di l\u00e0 delle polemiche giornalistiche, ragioni e caratteri del comportamento degli attori stessi nelle relazioni industriali e nei rapporti con il sistema politico. Ad un primo sguardo, se ci si riferisce all\u2019ultimo biennio dell\u2019esperienza italiana, si coglie innanzitutto una crescita della rivalit\u00e0, se non della rissosit\u00e0 <em>(11)<\/em>, fra i sindacati confederali e un aumento nei fatti, anche se non tanto nella forma, della esposizione di tutti gli attori nei confronti della politica. Per quanto attiene ai sindacati l\u2019interpretazione pi\u00f9 diffusa (e in fondo riproposta anche nel recente gi\u00e0 citato libro di Baglioni) \u00e8 costruita sull\u2019approfondirsi di una divisione fra quelli (la Cisl e la Uil) che, pur nelle difficolt\u00e0 della crisi economica, continuano a ricercare delle soluzioni nella arena delle relazioni industriali, sia pure con il supporto dei governi, e quanti (la Cgil e molte federazioni affiliate) continuano ad attribuire un sovraccarico politico alle scelte sindacali, un sovraccarico che renderebbe non apprezzabili, o non perseguibili, gli obiettivi di carattere negoziale. Ne seguirebbe, come corollario, che i primi sarebbero disposti alle \u201criforme\u201d o alle \u201cinnovazioni\u201d, sfuggendo in parte alle <em>accuse<\/em> di cui sopra, i secondi si ritroverebbero irrimediabilmente trascinati verso la conservazione, nell\u2019attesa di meno avversi tempi politici.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 E\u2019 questa, tuttavia, una interpretazione che non convince appieno, anche se sembra render conto delle dinamiche e delle apparenze pi\u00f9 vistose e pi\u00f9 immediate. Non convince perch\u00e9 sottostanti agli atteggiamenti nei confronti della politica, scopriamo l\u2019operare di culture sindacali che non si ricompongono e che, nel declino delle prospettive unitarie, fanno sentire le proprie incompatibilit\u00e0, pi\u00f9 che i tratti omogenei, svolgendo compiti di rassicurazione, di rafforzamento e di conferma per i gruppi dirigenti. Non convince perch\u00e9 tutti gli attori, nessuno escluso,\u00a0 Confindustria compresa, nonostante segnali di \u201crisindacalizzazione\u201d portati dal cambio di presidenza, sembrano incapaci di ritrovare in modo autonomo soluzioni di rilievo nell\u2019area delle relazioni industriali. Gli atteggiamenti e le scelte (quando si esprimono) della Cgil\u00a0 appaiono segnate da una insofferenza e da una riprovazione verso il governo di centro-destra che certo non favoriscono i processi di negoziazione, ma forse sorprendono ancora di pi\u00f9 gli atteggiamenti se non collusivi, almeno adesivi, mostrati di recente dalla Cisl nei confronti del governo e di alcuni suoi ministri. Atteggiamenti che mal si conciliano con la tradizione di autonomia di questa confederazione, provata anche nei lunghi periodi dei governi a guida democristiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 La cultura della Cgil\u00a0 \u00e8 uno strano composto fra la \u201ccultura della classe\u201d tipica dei primi decenni del dopoguerra e quella \u201ccultura dei diritti\u201d che ha, con l\u2019ispirazione di Bruno Trentin <em>(12)<\/em>, inaugurato un nuovo corso della confederazione agli inizi del decennio \u201990. La prima cultura era segnata da due preoccupazioni costanti, quella nei confronti dei particolarismi e dell\u2019articolarsi della rivendicazione, e quella che si traduceva nel timore del <em>distacco<\/em> dalla propria base causato da incomprensioni o dalla assunzione di responsabilit\u00e0 in senso lato di tipo gestionale. Sono tratti che ritroviamo nelle resistenze nei confronti delle proposte di decentramento della contrattazione e, per il secondo timore, nella insofferenza verso le forme varie di composizione delle controversie e nella diffidenza nei confronti dei ruoli gestionali assunti dalle istituzioni della \u201cbilateralit\u00e0\u201d, sia nel controllo del mercato del lavoro che sui temi del welfare. Entrambe queste culture, o la combinazione delle due, o la trasformazione della prima nella seconda con la scomparsa dei meccanismi di identit\u00e0 sociale forniti dalla \u201cclasse\u201d, non favoriscono certo l\u2019utilizzo innovativo e flessibile dei processi di contrattazione. L\u2019accusa di conservatorismo in questi casi sembra pi\u00f9 fondata che in altri. Non solo, queste culture sembrano condurre verso una vera e propria ritrosia negoziale, una sorta di \u201csindrome della firma\u201d <em>(13)<\/em>, con tratti del tutto atipici nel panorama dei <em>grandi<\/em> sindacati europei. Ma sono caratteri non leggibili in modo esclusivo attraverso una sorta di riduzionismo politico, che attribuisca alla Cgil una irrimediabile etichetta di politicit\u00e0 <em>partisan<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 La cultura prevalente nella\u00a0 Cisl continua ad essere\u00a0 quella del \u201cpluralismo e della contrattazione\u201d,\u00a0 nella quale la contrattazione collettiva non \u00e8 considerata solo come lo strumento principe della azione sindacale, ma anche come forma di integrazione e di partecipazione del lavoro nella societ\u00e0 pi\u00f9 ampia e nei suoi processi di sviluppo. La cultura pluralista\/contrattuale, officiata e riproposta con insistenza dai gruppi dirigenti confederali, richiederebbe per\u00f2, proprio per evitare un suo ripiegamento o una sua riduzione a dichiarazioni di principio, una dose di innovazione\u00a0 e di fantasia sia organizzativa che contrattuale che non\u00a0 \u00e8 facilmente praticabile nei contesti produttivi e di mercato che non sono pi\u00f9 quelli dei decenni tipici dell\u2019et\u00e0 industriale. E richiederebbe anche delle controparti private e pubbliche in grado di favorire l\u2019innovazione e di rilanciare l\u2019arena delle relazioni industriali per la soluzione dei maggiori problemi del sistema economico e produttivo, primo fra tutti quello del rilancio della produttivit\u00e0 (un tema di bandiera nella tradizione contrattuale della Cisl). Senza questa innovazione e queste controparti, la stessa cultura del <em>mestiere<\/em> sindacale tende ad appannarsi, e a non fornire prove eccellenti, come mostrato dalla vicenda Alitalia e da quella, non del tutto trasparente, dell\u2019accordo con il governo sul pubblico impiego (ottobre 2008). Su questo sfondo l\u2019etichetta <em>a-partisan<\/em> sembra configurarsi soprattutto come una rassicurazione per il gruppo dirigente, ma nella pratica non sembra tradursi in coerenti comportamenti sindacali. La cultura contrattuale della Cisl, avrebbe bisogno di una sorta di Intersind\u00a0 per il nuovo secolo, ma con la sensibilit\u00e0 piuttosto scarsa che l\u2019attuale governo prova per le relazioni industriali, e per la loro autonomia, non sembra una prospettiva realistica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 Di indubbio interesse \u00e8 stato un certo cambiamento nella cultura delle relazioni industriali che la Confindustria ha registrato con il passaggio di presidenza attuatosi nei mesi scorsi <em>(14)<\/em>. Si sono rivelati agli inizi atteggiamenti pi\u00f9 attenti alle opportunit\u00e0 delle relazioni industriali, e meno attratti dal coinvolgimento nella politica, che hanno condotto ad un avvicinamento con Cisl e Uil e alla stesura di un protocollo di intesa sulla riforma della struttura contrattuale non\u00a0 di eccezionale portata innovativa, ma che \u00e8 comunque di rilievo per i comportamenti contrattuali della maggiore associazione imprenditoriale italiana, e che costituisce un passo avanti sui contenuti e sul metodo rispetto al documento-piattaforma presentato alle confederazioni sindacali nel\u00a0 settembre 2005.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>4. Come spiegare le\u00a0 divisioni fra gli attori<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 Per render conto delle differenze nel comportamento degli attori altri osservatori, specie dal versante delle discipline economiche, pi\u00f9 che alle culture sembrano rifarsi alla composizione professionale o socio-economica degli iscritti, dei rappresentati, lavoratori o imprese che siano. Il <em>ci\u00f2<\/em> che un attore fa dipenderebbe insomma dal <em>chi<\/em> rappresenta.\u00a0 E\u2019 un percorso interessante, anche se non facilissimo da condurre. Dubito per\u00f2 che alla fine del percorso, raccolti i dati necessari per sostenere o respingere la tesi, si arrivi a delle spiegazioni convincenti.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 Per quanto riguarda i sindacati, non solo le composizioni degli iscritti delle confederazioni sembrano avvicinarsi negli ultimi anni, ma l\u2019aumento della eterogeneit\u00e0 del lavoro (il processo da molti definito con il termine di \u201cindividualizzazione\u201d del lavoro <em>(15)<\/em>) conduce per molte strade ad erodere le identit\u00e0 tradizionali. Di conseguenza eventuali differenze fra i sindacati in una composizione degli iscritti per tutti di gran lunga pi\u00f9 eterogenea rispetto alle fasi del predominio della industria taylorista-fordista, dovrebbero tradursi in conseguenze di minore rilievo sul comportamento dei singoli sindacati. Per di pi\u00f9, anche le macro-differenze di cui siamo a conoscenza non sembrano fornire dei fondati meccanismi esplicativi. Possiamo ritenere che una presenza maggiore di lavoratori <em>blue collar<\/em> nella Cgil, conduca a render conto del maggiore radicalismo rivendicativo di alcuni sindacati affiliati, Fiom in testa. Ma non riusciamo del tutto a spiegare come la maggiore disponibilit\u00e0 (o moderazione) della Cisl nel settore pubblico nelle trattative degli ultimi mesi sia spiegabile con la tradizionale forza rappresentativa della confederazione nel settore. La via delle culture sindacali, e della loro declinazione nei mutati equilibri politici, sembrerebbe pi\u00f9 promettente.\u00a0 In breve, pi\u00f9 che ai rappresentati sar\u00e0 ancora necessario rifarsi ai rappresentanti, visto che quando si parla di culture sindacali proprio a questi ultimi siamo costretti a fare riferimento. Si tratta comunque di un gruppo esteso, di diverse centinaia di migliaia di soggetti, se si considera, oltre ai funzionari sindacali distaccati o a tempo pieno\u00a0 (circa 15-20 mila) tutto l\u2019insieme dei rappresentanti che fanno parte in modo volontario dei direttivi sindacali ai vari livelli, territoriali e di categoria. Del resto, per quanto possono valere, i dati dei sondaggi di cui disponiamo per questi temi, su campioni generali della popolazione, mostrano una preferenza per le soluzioni sindacali \u201cunitarie\u201d che sembrerebbe non riconoscersi nelle aspre divisioni delle confederazioni <em>(16)<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 La relazione fra il <em>ci\u00f2 <\/em>che fanno gli attori e il <em>chi <\/em>si rappresenta sembra invece fornire spiegazioni almeno in parte pi\u00f9 convincenti per le associazioni imprenditoriali. L\u2019influenza dei rappresentanti sui rappresentati sembrerebbe in effetti minore nelle associazioni imprenditoriali rispetto ai sindacati, confederali soprattutto. E\u2019 questo un tema di riflessione ancora poco praticato dagli osservatori delle relazioni industriali, anche a causa della tradizionale minore trasparenza delle associazioni di imprese rispetto ai sindacati dei lavoratori, con la eccezione dell\u2019Aran (per il lavoro pubblico), la meno <em>imprenditoriale<\/em> e <em>autonoma<\/em> delle associazioni di datori lavoro, sulla quale sappiamo praticamente tutto <em>(17)<\/em>.\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 La riflessione sul panorama delle rappresentanze imprenditoriali e sui loro comportamenti negoziali, per altri versi, \u00e8 frenata dal ruolo che la Confindustria continua ad esercitare nelle relazioni industriali italiane. La confederazione ha perso la maggioranza fra gli imprenditori italiani, ma non ha perso la egemonia sulle relazioni industriali. Con la scomparsa dalla scena delle rappresentanze delle imprese a partecipazione statale (Intersind e Asap) nessuna associazione imprenditoriale \u00e8 stata in grado di sfidare tale egemonia. Ma almeno per le relazioni industriali in senso stretto una maggiore attenzione andrebbe concessa ai metodi e ai contenuti negoziali di altre associazioni (nell\u2019artigianato e in agricoltura ad esempio).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 Ritornando a Confindustria \u00e8 innegabile che i rapporti fra il <em>ci\u00f2<\/em> e il <em>chi<\/em> (o fra il fare e l\u2019essere) siano influenzato dalla origine imprenditoriale del presidente, un modo indiretto per rappresentare e valorizzare le differenze\u00a0 nella composizione economico-professionale dei soggetti affiliati. Come altre volte accaduto negli ultimi decenni quando a presidenze espressione diretta o indiretta delle grandi imprese storiche\u00a0 (di una soprattutto) si succedono presidenze provenienti o dalle imprese medio-grandi o comunque da imprese con minore ascolto istituzionalizzato nel sistema politico, aumenta l\u2019interesse e l\u2019attenzione per le relazioni industriali e si riducono le ambizioni di protagonismo politico. Questo \u00e8 avvenuto anche con l\u2019ultimo cambio di presidenza, sia pure in una tendenza di\u00a0 crescente esposizione\u00a0 alla politica e alle politiche, una esposizione accentuata dalla crisi e dalla recessione, che la Confindustria condivide\u00a0 con i sindacati confederali, nessuno escluso, sia pure con forme e accenti diversi. \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>5. Sindacati divisi, mestiere incerto<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 Le critiche e le accuse ai sindacati, l\u2019abbiamo visto, contribuiscono a delineare un ambiente e a creare una atmosfera non favorevoli ai sindacati e al loro ruolo come attori collettivi. Ambiente e atmosfera che iniziano a influenzare gli atteggiamenti dei cittadini, come gi\u00e0 rivelano alcuni sondaggi, anche se queste rilevazioni vanno considerate con cautela, nelle relazioni industriali e nelle questioni sindacali pi\u00f9 ancora che nelle vicende politiche. Nulla di significativo si \u00e8 tradotto nei tassi di sindacalizzazione che restano tutto sommato stabili dopo la sensibile (ma non drammatica) discesa negli anni \u201990 <em>(18)<\/em>, ma gli andamenti potrebbero cambiare nei prossimi anni. Il governo di centro-destra, come i suoi simili quasi sempre negli altri contesti europei (e negli Stati Uniti), persegue obiettivi di <em>labour exclusion<\/em>, rilevabili non tanto e non solo nelle intemperanze di alcuni ministri (non a caso i ministri del lavoro e della funzione pubblica), ma soprattutto nei risvolti di alcune politiche, che sfuggono alla polemica giornalistica o al dibattito politico pi\u00f9 generale. Ricordiamo fra queste i provvedimenti in tema di flessibilit\u00e0 degli orari di lavoro, che prevedono deroghe alle disposizioni legislative non solo attraverso la contrattazione collettiva (secondo la tradizione italiana) ma anche tramite la contrattazione individuale, e la previsione di sgravi fiscali per le retribuzioni di produttivit\u00e0 anche qualora le erogazioni siano decise unilateralmente dal datore di lavoro. Inoltre, e questo \u00e8 pi\u00f9 anomalo in Europa, l\u2019esclusione viene ricercata dal governo anche con intenti espliciti di selezione fra gli interlocutori sindacali. In questa \u201cselezione\u201d sembra indulgere anche la Confindustria, e questo pu\u00f2 risultare sorprendente specie sugli argomenti che riguardano regole o procedure di carattere generale (interconfederale) come quelli legati alla riforma della struttura contrattuale, per i quali mal si conciliano le intese parziali, stese \u201ccon chi ci sta\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0 \u00a0 Questa atmosfera \u00e8 a sua volta resa ancora pi\u00f9 fosca dal clamoroso peggioramento delle relazioni unitarie. Sono tempi grami per quanti (fra i partecipanti e gli osservatori) hanno sempre perseguito l\u2019obiettivo dell\u2019unit\u00e0 sindacale, con motivazioni non solo di tipo ideologico o sentimentale. Di questi ultimi tempi \u00e8 apparso un motivo ulteriore di preoccupazione, ovvero il peggioramento del \u201cmestiere\u201d del sindacato come conseguenza delle aspre, e progressive, divisioni. Un mestiere gi\u00e0 in declino, soprattutto sugli aspetti rivendicativi. I sindacati sembrano in grado di portare a termine con successo solo operazioni difensive, ad esempio nelle ristrutturazioni aziendali, ma in difficolt\u00e0 clamorosa nell\u2019aprire e gestire, con la mobilitazione collettiva corrispondente, delle vere e proprie vertenze rivendicative, specie sul piano salariale. In questi compiti difensivi l\u2019apprezzamento delle controparti imprenditoriali per questo ruolo insostituibile dei sindacati \u00e8 molto elevato, facendo suonare come paradossale l\u2019accusa di <em>conservatorismo<\/em> di cui abbiamo parlato agli inizi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 \u00a0 \u00a0 Il mestiere decade perch\u00e9, fra le due serie di obiettivi che i sindacati sempre perseguono\u00a0 nelle vertenze e nelle trattative, obiettivi di contenuto per i rappresentati e obiettivi di \u201criconoscimento\u201d da parte degli stessi rappresentati\u00a0 e da parte degli \u201caltri\u201d (altri sindacati, attori politici, attori imprenditoriali, osservatori, ecc.), in situazioni di aspra competizione e rivalit\u00e0 i secondi tendono a prevalere, con effetti raramente virtuosi sugli espliciti contenuti negoziali. Fra gli obiettivi di \u201cfirmare\u201d in tempi stretti e comunque (perseguiti da Cisl e Uil) e quelli di \u201cnon firmare\u201d (tipici della Cgil) sono i contenuti degli accordi a non trovare le risoluzioni migliori, sia pure realistiche. Qualcosa di questo tipo \u00e8 accaduto in due negoziati dello scorso ottobre, quello con la Confindustria sulla struttura contrattuale e quello con il\u00a0 governo sui temi delle relazioni sindacali nel settore pubblico. Il futuro non sembra arridere con tratti positivi. Forse una svolta potrebbe accadere con un cambiamento di scenario, e con uno sforzo dei sindacati confederali di rispondere in modo diretto e esplicito alle altre due accuse, quella di <em>discriminazione<\/em> e quella di <em>inaridimento<\/em>, formulate da quanti hanno a cuore i destini del movimento sindacale. Il cambiamento \u00e8 possibile, reso pi\u00f9 problematico ma anche pi\u00f9 richiesto dalla crisi economica in corso, ma non so quanto probabile.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>Note<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>1 Mi riferisco al recente libro di Guido Baglioni, L\u2019accerchiamento. Perch\u00e9 si riduce la tutela sindacale tradizionale, Il Mulino, Bologna, 2008.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>2 Uso questo termine nel senso proprio di market failure, che descrive situazioni nelle quali il mercato non riesce a realizzare o a consegnare ci\u00f2 che promette. Ricordo che una parte rilevante del pensiero economico (quella di impronta neo-classica) respinge questa espressione ritenendola niente pi\u00f9 che un ossimoro. Il mercato come tale, per definizione, non potrebbe generare fallimenti. Sulla base delle recenti vicende del capitalismo finanziario lascio al lettore il giudizio sulla fondatezza di queste tesi.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>3 Il titolo del libro, nell\u2019edizione americana, era A Philosophy of Labor. L\u2019ultima edizione italiana \u00e8 Tannenbaum F., Una filosofia del sindacato, Edizioni Lavoro, Roma 1995.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>4 La citazione \u00e8 dall\u2019edizione italiana: Polanyi K., La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974, p.227.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>5 Richiamo qui gli argomenti di uno dei testi pi\u00f9 famosi di teoria economica e sociale della seconda met\u00e0 del XX secolo: Olson M., La logica della azione collettiva, Feltrinelli, Milano, 1982 (I ediz. originale 1965).<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>6 Il richiamo \u00e8 alla\u00a0 bellissima Lettera aperta a un operaio iscritto ai sindacati scritta nel 1937, dopo l\u2019esperienza di fabbrica: \u201cnon credere che il sindacato sia semplicemente un\u2019associazione di interessi. I sindacati padronali sono associazioni di interessi; i sindacati operai sono un\u2019altra cosa\u201d In Weil S., La condizione operaia, SE, Milano, 1994, p. 211. Sul qualcosa d\u2019altro legato alla rappresentanza sindacale, cfr. anche Ferraris P., Domande di oggi al sindacalismo europeo dell\u2019altro ieri, Ediesse, Roma, 1992.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>7 E\u2019 il termine lanciato in Crouch C. Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>8 Sugli attori nelle relazioni industriali cfr. i contributi (fra cui quello di chi scrive) contenuti in\u00a0 L\u2019annuario del diario del lavoro. Un anno di relazioni industriali, Roma, Il diario del lavoro, dicembre 2008.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>9 Come ha fatto qualche settimana fa Edmondo Berselli sulle colonne della Repubblica.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>10 L\u2019ultimo fra questi, condotto da Renato Mannheimer, sul Corriere della Sera del\u00a0 10\/11\/2008.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>11\u00a0 Il quadro sembra addirittura peggiore rispetto a quello tratteggiato in un mio contributo, di alcuni anni addietro, proprio su questa rivista, v. L\u2019unit\u00e0 sindacale possibile, \u201cAggiornamenti sociali\u201d, 54, n.2, febbraio 2003, pp. 123-133.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>12 Si vedano gli scritti di questo grande dirigente, scomparso nel 2007, raccolti in Trentin B., Lavoro e libert\u00e0, a cura di M.Magno, Roma, Ediesse, 2008.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>13 Sono molti gli episodi che testimoniano l\u2019operare di questa ritrosia, o di questa sindrome, alimentate dai timori dei particolarismi e, soprattutto, del distacco. L\u2019ultimo in ordine di tempo riguarda il contratto degli artigiani (novembre 2008), concluso con la sottoscrizione di Cisl e Uil ma non della Cgil che, pur riconoscendo nell\u2019accordo \u201cun\u2019ipotesi che rappresenta avanzamenti positivi e condivisi\u201d (cos\u00ec nelle dichiarazioni di un autorevole segretario confederale), rinvia l\u2019assenso ricercando un pi\u00f9 completo \u201cpercorso di valutazione\u201d, giustificato dalle \u201ccaratteristiche del settore artigiano\u201d che rendono difficile \u201cesercitare una diffusa rappresentanza\u201d (v. Il Sole 24 Ore, 23\/11\/2008). E\u2019 difficile, con questi timori, giocare un ruolo responsabile e credibile come attore negoziale.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>14 Si veda su questo il contributo di G.Berta nel gi\u00e0 citato Annuario del diario del lavoro.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>\u00a0<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>15 Per una presentazione di queste tesi v. Paci M., Nuovi lavori, nuovo welfare, Il Mulino, Bologna, 2005. Per una discussione cfr. gli interventi contenuti in \u201cPolis\u201d, n. 2, 2006, pp. 229-265.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>16 Il sondaggio SWG\u00a0 del 2008 mostra come il 53% del campione ritenga importante l\u2019unit\u00e0 sindacale e il 57%\u00a0 ammetta esplicitamente che vada rafforzata (dal 68% della classe d\u2019et\u00e0 18-24 anni, al\u00a0 49% degli oltre 64 anni). Le domande su questo argomento, tuttavia, nascondono un pregiudizio, in quanto la parola unit\u00e0 \u00e8 comunque contrassegnata in senso positivo.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>17 Per uno dei contributi pi\u00f9 recenti cfr. Dell\u2019Aringa C. e Della Rocca G., a cura di, Pubblici dipendenti. Una nuova riforma?, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"font-size: x-small;\"><em>18 Nel 2007 il tasso complessivo di sindacalizzazione di Cgil,Cisl,Uil fra gli occupati (lavoratori dipendenti) si aggirava attorno al 33%, collocandosi cos\u00ec ad un livello medio nel panorama europeo<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0* gi\u00e0 Professore di Sociologia economica Universit\u00e0 di Milano<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00a0 L\u2019articolo \u00e8 stato pubblicato su Aggiornamenti Sociali n.2, 2009; \u00e8 la rivista del Centro S.Fedele\u00a0dei Gesuiti di Milano<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono tempi difficili per i sindacati, in Italia, in Europa, in giro per il mondo. 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