Ai giovani meridionali 1,3 miliardi per fare impresa

Ministro, partiamo dall’attualità: il Decreto Mezzogiorno approda oggi in Aula. Che valore ha questo provvedimento del governo per la crescita del Sud?

«È un decreto incisivo che rafforza la nuova politica meridionalista inaugurata con il governo Renzi e proseguita dall’attuale governo Gentiloni. Svimez e Istat hanno confermato nei giorni scorsi che esistono importanti segnali di ripresa nel Sud e il Dl punta proprio a rafforzarli, incentivando le occasioni per i giovani meridionali. Uno dei pilastri del provvedimento si chiama non a caso “Resto al sud” e garantisce un miliardo e 300 milioni di finanziamenti ai giovani del Sud che vogliono fare impresa. Una somma importante, mai tanti fondi erano stati destinati a questo tipo di interventi: pensiamo di poter garantire così la nascita di almeno 100mila nuove attività produttive nelle regioni meridionali».

Ma non si rischia di ripetere gli errori del Prestito d’onore di qualche tempo fa?

«Intanto quell’esperienza non è stata del tutto negativa. Permise la nascita di tante imprese, soprattutto a forma di cooperative, che a distanza di anni sono ancora in attività per il 70%. Ma allora c’erano molte meno risorse di quelle che abbiamo previsto oggi. Qui parliamo di finanziamenti da 40mila euro a persona in un percorso temporale di durata triennale. Non va inoltre dimenticato che questo provvedimento si inserisce in un quadro che ha già importanti punti di riferimento, dal Masterplan ai Patti per il Sud che hanno permesso di sbloccare qualcosa come 6mila miliardi inutilizzati. Sappiamo benissimo che c’è un enorme lavoro da fare considerate le sofferenze dei territori e l’inaccettabile livello di disoccupazione giovanile e di Neet: proprio per questo l’obiettivo del governo è di riaprire la speranza per i giovani».

Anche incentivando gli investimenti pubblici e privati?

«Naturalmente. Con il provvedimento sul credito d’imposta riservato solo a chi investe al Sud abbiamo ottenuto risposte forti. A maggio le domande per accedere alle risorse stanziate avevano già raggiunto i 700 milioni di importo, pari a circa 2 miliardi di investimenti, a conferma del fatto che esiste una indiscutibile nuova attrattività del Mezzogiorno. E poi ci sono le Zes…».

Le Zone economiche speciali, appunto, altro capitolo strategico del decreto Mezzogiorno. Il governo punta su Gioia Tauro e sul sistema portuale Napoli-Salerno per la prima sperimentazione: teme colpi di mano nel dibattito in Parlamento?

«Il clima che si è respirato nella discussione generale è stato molto positivo, credo che si possa mantenere fino all’approvazione. Fermo restando che il governo è aperto a qualsiasi proposta migliorativa del testo. Di sicuro invece saremo fermamente contrari ai tentativi di difendere interessi particolari e comunque non relativi al Mezzogiorno: perché il decreto è riservato solo al  Mezzogiorno».

Sarà necessario il voto di fiducia?

«Mi auguro di no. Mi pare che le premesse di una discussione serena ci siano tutte».

Ma i porti del Nord chiedono che le Zes siano estese anche a loro, dal momento che il volume di traffici è già assai rilevante…

«Nella domanda c’è anche la risposta. Sappiamo bene che Genova, Trieste e anche Venezia hanno una loro dimensione già rilevante nell’ambito del trasporto marittimo europeo e non hanno dunque bisogno di ulteriori provvedimenti fiscali o di incentivi. Al contrario sono i porti del Sud che devono essere sostenuti per poter attrarre sempre maggiori investimenti. E in tale direzione i segnali sono incoraggianti: tra poco sarà riaperto il molo polisettoriale di Taranto, ad esempio, e il nuovo corso dell’autorità portuale di Napoli-Salerno e i progetti per Gioia Tauro anche per ciò che concerne il sistema retroportuale confortano la speranza che essi possano diventare il detonatore più forte per lo sviluppo del Sud. Oltre tutto la rinnovata centralità del Mediterraneo nell’ambito del trasporto internazionale marittimo garantisce opportunità enormi che proprio i porti meridionali non possono non cogliere».

Ma quale dev’essere la missione dei porti del Sud? Secondo Srm la loro funzione è al servizio dell’economia del Paese mentre  quelli del Nord devono continuare a interagire, come già fanno adesso, con i mercati del Nord Europa. Lei è d’accordo con questa visione? 

«Io credo che i porti del Sud hanno tre funzioni: la prima è appunto quella indicata da Srm e cioè di essere al servizio dell’economia e del commercio dell’intero Paese. La seconda è di accrescere la loro competitività verso i porti dei Paesi del Mediterraneo e della sponda Sud del grande mare per intercettare in maniera efficiente e continua i nuovi traffici garantiti dal raddoppio del canale di Suez. La terza missione si collega direttamente all’emergenza migranti perché quando come governo proponemmo nel 2016 il “Migration compact”, ovvero politiche di sostegno ai Paesi da cui provengono i migranti, pensavamo proprio all’esigenza di investire sullo sviluppo economico e dunque marittimo di quelle realtà. Su questo punto l’Italia e l’Europa devono avere una loro posizione comune: se non si interviene sulla sponda Sud del Mediterraneo sarà difficile porre fine all’emergenza».

È quanto ha detto anche di recente l’ex premier Matteo Renzi. Ma intanto è difficile dare torto a chi, come l’editorialista del Mattino Gianandrea Gaiani, sottolinea che l’Italia è poco coerente: da un lato costruisce motovedette per la Libia e addestra i loro marinai a impedire le partenze pattugliando bene il mare, e dall’altro concede alle Ongla possibilità di intervenire anche contro le disposizioni della Guardia costiera.

«Non c’è incoerenza. Noi dobbiamo supportare la Guardia costiera libica all’interno di un impegno di civiltà europea che non è in discussione: noi non lasciamo morire in mare nessuno. Ma dobbiamo anche poter gestire, e penso anche all’Europa e non solo all’Italia, flussi che non possono essere così confusi e disordinati. Non possiamo perciò continuare ad accettare che questi flussi siano incontrollati. Ecco perché c’è bisogno di una risposta univoca dell’Europa..».

Che però non ha alcuna intenzione di venire incontro all’Italia. Macron è stato chiarissimo: niente accoglienza per i migranti economici. Come se ne esce?

«La responsabilità comune deve essere considerata una regola comune. Ha fatto benissimo il presidente Gentiloni ad aprire un fronte nuovo nei confronti dell’Europa ottenendo peraltro risposte incoraggianti. Si parla ora di sanzioni nei confronti dei Paesi che rifiutano l’accoglienza dei migrati. E si riparla del “Migration compact” in termini più concreti: l’Europa deve capire che dagli accordi con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo deriveranno opportunità economiche importanti per tutti i suoi Stati».

Torniamo al Decreto mezzogiorno: incentivare il ritorno all’imprenditoria giovanile, come avvenne per la legge 44, non rischia di avere ricadute modeste sul mercato dal momento che la spinta allo sviluppo arriva sempre più dalle grandi filiere e dalle medie e grandi aziende?

«La legge 44 sull’imprenditoria giovanile ha dato risultati sicuramente molto positivi. Ma il Decreto legge incentiva la nascita di nuove imprese e non escludo che a determinate condizioni i contributi previsti possano essere rafforzati. Non dimentichiamo poi che con le altre misure già accennate si spinge molto in direzione degli investimenti di grandi imprese: lo dimostra proprio il caso Campania, con la Regione protagonista in modo molto concreto di una serie di misure, attraverso ad esempio i contratti di sviluppo, che hanno garantito la crescita del Pil oltre il 2%. Del resto gli esempi di piccole imprese che oggi sono sul mercato con grandi numeri e prospettive importanti non mancano al Sud: penso al gruppo Goel nato 20 anni fa nella Locride grazie a un pool di giovani che volevano sottrarsi alle tentazioni della malavita locale e che oggi produce un tessuto vegetale, il Cangiari, che oggi è richiestissimo in tutto il mondo. E lo stesso vale per il rilancio delle antiche seterie di San Leucio a Caserta grazie al lavoro del Consorzio locale».

 

Eppure ministro al Nord tornano spinte per emarginare la rinascita del Sud anche sul piano produttivo. Assolombarda ad esempio pensa di fare tutto per sé dimenticando che il successo della Germania di Kohl fu l’integrazione economica e sociale tra le sue due anime. Che ne pensa?

«Ad Assolombarda vorrei rispondere proprio citando l’esempio della Campania dove i numeri del Pil, dell’export e degli investimenti del 2016 sono cresciuti molto più della media nazionale. Dati che vanno raccontati senza enfasi o trionfalismi perché c’è ancora tantissimo da fare ma che non possono essere trascurati».

Si resta però a dir poco perplessi di fronte ad atteggiamenti anche della politica che sembrano incoraggiare il nuovo dualismo. Come nel caso del sindaco di Milano, Sala, che si è schierato a favore del referendum per l’autonomia della Lombardia in programma il 22 ottobre. Sala è un uomo di punta del Pd…

«L’amico Sala sa bene che il referendum è inutile perché la nostra Costituzione già prevede la possibilità di accrescere l’autonomia delle Regioni laddove ce ne sia la richiesta e ovviamente se ne ravvisino le condizioni. La Carta prevede che il governo e la Regione interessata discutano della proposta e decidano se e come attuarla. Di sicuro l’iniziativa del governatore Maroni è uno spreco di denaro pubblico e di tempo che suona quasi come un paradosso per una Regione ricca di imprenditoria che conosce bene quanto siano preziosi i soldi e il tempo e la necessità di non utilizzare male gli uni e l’altro nell’interesse dei cittadini. Ma vorrei anche cogliere l’occasione per spiegare a chi ancora rifiuta di accettare la crescita del Sud degli ultimi anni che esiste ormai una nuova funzione nazionale del Mezzogiorno. Mi auguro che anche al Nord se ne prenda atto e che industrie, attività produttive e valori che pure sono fortissimi al Nord “dialoghino” sempre di più con il Mezzogiorno. Perché è vero anche il contrario, e cioè che il Sud può trainare l’Italia. Ricordo ad Assolombarda che sono in costante aumento le imprese del Nord che producono per quelle del Mezzogiorno e che i collegamenti produttivi tra le une e le altre ormai non sono più un’eccezione».

Lo sostiene da tempo anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia.

«E io condivido e apprezzo in pieno il suo ragionamento. Il suo costante richiamo all’unità del Paese anche dal punto di vista imprenditoriale è da sottolineare senza riserve».

Parliamo di fondi Ue: al Sud la spesa ordinaria è stata ormai sostituita quasi per intero dalle risorse garantite ciclicamente da Bruxelles…

«Non è del tutto vero. Non è vero cioè che stiamo spendendo i fondi strutturali come sostituti della spesa ordinaria. Facciamo un po’ di calcoli: i fondi Ue 2014-2020 ammontano a 73 miliardi di euro, di cui 41 miliardi di risorse europee e 32 di co-finanziamento nazionale. C’è poi il Fondo sviluppo e coesione che ammonta a 55 miliardi e che è anch’esso nazionale, e che viene già utilizzato da Regioni e Città metropolitane nell’ambito dei Patti per il Sud. Quindi se facciamo le somme possiamo dire che i due terzi delle risorse destinate alle politiche di Coesione provengono dal bilancio nazionale. Per quanto concerne le sole risorse europee del ciclo 2014-2020 sono già state spese per il 30% del totale e abbiamo ricevuto i complimenti dalla Commissaria agli affari regionali dell’Ue, Corina Cretu: a differenza di quanto ho letto in alcuni editoriali, l’Italia non è affatto indietro. Poi c’è la clausola del 34%, la riserva cioè di risorse pubbliche da assegnare in maniera equilibrata tra le varie aree del Paese di cui proprio oggi (ieri, ndr) ho letto sul Mattino nell’intervista del Direttore Giannola: anche in questo caso si tratta di risorse aggiuntive ma sempre nazionali».

Detto ciò i dubbi sulla quantità e le modalità dell’uso delle nuove risorse Ue sono all’ordine del giorno: l’uscita degli inglesi ridurrà il budget e paradossalmente continueranno a chiedere e a ottenere soldi europei i Paesi meno sensibili alla solidarietà per i migranti, dalla Polonia all’Ungheria.

«Noi siamo uno dei tre Paesi fondatori dell’Unione europea ed è giusto che riceviamo meno di quanto mettiamo nel bilancio comunitario. Proprio di recente a Bruxelles ho però ribadito che l’Italia sarà contraria a qualsiasi taglio di risorse per effetto della Brexit e al tempo stesso ho detto che anche per noi sarà utile un sempre maggiore controllo della spesa dei fondi. I Paesi che oggi sono poco o nulla solidali sull’emergenza migranti dovrebbero essere sanzionati come ha annunciato la Commissione».

Si parla già della nuova manovra di autunno. Renzi chiede il deficit al 2,9%, Calenda e poi anche Padoan non sono d’accordo: governo in difficoltà?

«Renzi e Calenda la pensano in fondo alla stessa maniera. Il vero nodo è il futuro del fiscal compact. Renzi ha detto chiaro e tondo che non va reso obbligatorio nel bilancio e Padoan ha chiesto all’Ue che ogni Paese deve avere margini per fare investimenti. Lo stesso Gentiloni si dice convinto che incentivando il piano Junker i ritorni siano positivi.

 

 (*) Ministro per la Coesione territoriale e il Mezzogiorno, Intervista collettiva su Il Mattino, 11 luglio 2017