Il fascino dello “zero virgola”

Il Governo, tra qualche giorno, taglierà il traguardo del primo anno di vita. E’ un tempo sufficiente per poter tracciare un bilancio del suo operato, con particolare riferimento all’economia e al lavoro. Certo, non si è dedicato soltanto a questi argomenti; anzi, autorevoli commentatori sostengono che si è concentrato maggiormente e sicuramente con più passione, ad altri. Ma, per le preoccupazioni degli italiani, le due questioni indicate sembrano prevalenti perché non solo hanno a che fare con il portafoglio di ciascuno di essi, ma interferiscono con la certezza delle proprie prospettive, con la serenità della vita privata e pubblica.

La prima considerazione che si può fare è che le scelte compiute si sono collocate inizialmente in uno scenario favorevole all’espansione della produzione industriale, che qualche illusione ha suscitato nella compagine governativa. Soprattutto quella che si potesse spendere e spandere. Il prezzo pagato dal Paese, più che dal Governo, è stato quello che - per il rientro in una definizione della legge di stabilità più ragionevole - ha perso credibilità in Europa e nel mondo. Il percorso contorto che ha avuto la gestazione di quella legge, ha alimentato intorno all’Italia una cortina di incredulità che non sembra di natura politica, ma va da Macron a Kurz, lambendo finanche Orban. Recuperare questa incresciosa situazione non sarà impresa facile, indipendentemente dai risultati elettorali per il rinnovo del Parlamento europeo.

Nel frattempo, le turbolenze tra le maggiori potenze mondiali, hanno peggiorato le prospettive a breve del ciclo economico e la fragilità del sistema italiano ne ha immediatamente risentito. Allo stato, ad attutire l’impatto negativo, c’è soltanto la buona tenuta delle esportazioni industriali. Invece, la domanda interna è boccheggiante, sia perché i salari sono rimasti al palo complessivamente, dato che cresce soltanto la quota del lavoro low cost, sia perché gli investimenti pubblici e privati non sono stati ossigenati dall’intervento dello Stato. Finanche lo “sblocca cantieri” è ancora in gestazione. Così si attendono, con spasmodica curiosità, i dati mensili dell’Istat sull’andamento dei macro indicatori economici. In base agli ultimi, è stato fatto ricorso dal Governo all’alchimia della “recessione tecnica” per sostenere che era apparsa nei mesi precedenti ma ora non c’è più. E’ bastato un 0,2% di crescita del PIL per tirare un respiro di sollievo. Eppure la produzione industriale continua la sua discesa libera e in termini di ore lavorate, siamo sotto di 1 miliardo rispetto al 2008. Tanta fiducia nella crescita invisibile da parte governativa non aiuta a guardare con un margine di certezza il futuro dell’economia italiana.  

Così ci avviciniamo alla seconda considerazione. Le politiche del lavoro sono state finora contraddittorie. Quota 100, reddito di cittadinanza, decreto dignità, detassazione delle partite iva non servono né ad accrescere la domanda interna a breve, né a svuotare il serbatoio del lavoro instabile. La diminuzione del lavoro a tempo determinato è più che compensata dal boom delle partite iva. L’uscita anticipata per pensionamento non è compensata da nuove assunzioni. Il lieve incremento del lavoro a tempo indeterminato non è un segnale di inversione della tendenza a espandere l’area del precariato. Bisognerebbe ripensare tutta la politica del lavoro, sulla base di queste constatazioni. Ma chi l’ha impostata in modo così sgangherato non accetterà mai di ammettere l’errore strategico fatto.

La terza riguarda la logica dominante i comportamenti del Governo. Ha continuato a non ascoltare e a non coinvolgere la società civile. Così ci ritroviamo che le politiche per la povertà si sono sgonfiate, che il sostegno finanziario all’integrazione degli immigrati è stato dimezzato, che si agita lo slogan del salario minimo come panacea contro il sotto salario. Le organizzazioni del volontariato sono in agitazione. I sindacati, a partire dai metalmeccanici, sono sul piede di guerra. Cresce la preoccupazione di un attacco in grande stile ai corpi intermedi. E’ un Governo che ha rilanciato la disintermediazione, non comprendendo che le esperienze passate di pratica di questa logica sono state disastrose per chi le ha volute non per chi le ha subite. Il populismo è la matrice della “nuova” disintermediazione. Scrive nel suo ultimo libro Padre Sorge: “..il populismo ha in sé una vocazione anti-pluralista” (“Perché il populismo fa male al popolo”, ed. Terra Santa). Ma allo stato non si vede all’orizzonte una vocazione per il bene comune, per il quale tutti vengono coinvolti per realizzarlo.

Un bilancio, dunque, carico di problematiche pesanti, condizionanti il futuro, di difficile correzione in corso d’opera. L’imminenza delle elezioni acuisce questa situazione imballata, perché aggiunge la benzina della identità di parte, anche tra i partners di Governo, a tanto fuoco. Ma resta baldanzosamente alta la bandierina della “crescita zero virgola”, foglia di fico fino al 27 maggio, cioè fino a… ieri.