Solitudine e fatica di vivere: la nuova minaccia globale

Se è il World Economic Forum nel suo Global Risk Report 2019 a inserire la questione della «sostenibilità umana» tra i principali rischi a cui sono esposte le società contemporanee c’è davvero da riflettere e preoccuparsi. I sintomi della crescente «fatica di vivere» sono ormai numerosi e provengono da fonti molto diverse. L’indice elaborato dal Pew Research Institute sulla natura positiva o negativa delle esperienze quotidiane segna un peggioramento costante negli ultimi anni. Nel 2017, quattro intervistati su dieci (la ricerca è internazionale) ammettono di vivere con molte preoccupazioni e stress; 3 su 10 di dover fare i conti col dolore fisico associato a malattie di diverso tipo; 2 su 10 di provare rabbia. Una tendenza che trova conferma in un rapporto della World Health Organization secondo il quale la depressione e i disordini dell’ansia sono aumentati rispettivamente del 54% a del 42%, tra il 1990 and 2015. Più in generale, sempre secondo la stessa fonte, le persone che problemi di salute mentale a livello mondiale hanno ormai superato il numero record di 700 milioni.

Altre ricerche danno l’idea di quanto diffuso sia il senso di solitudine nei Paesi avanzati. I dati empirici dicono, ad esempio, che nel Regno Unito, il 22% della popolazione dichiara di soffrirne. Un dato che ha fatto così scalpore da spingere il governo di Theresa May a creare un vice ministro con delega a questo problema. D’altra parte, la solitudine altro non è che il riflesso delle profonde trasformazioni strutturali del nostro modo di vita: nei Paesi europei, la percentuale di famiglie costituite da una sola persona è raddoppiata negli ultimi 50 anni. Con problemi particolarmente acuti nelle grandi città: a Milano siamo al 40% degli abitanti, a Parigi al 50%, a Stoccolma addirittura al 60%. Anche se imbattibile rimane il centro di Manhattan dove il 90% dei nuclei è composto di una sola persona! 

Più in generale, sappiamo che le reti sociali si vanno indebolendo. Una ricerca americana ha evidenziato che il numero di amici per persona è sceso in media da 2,9 nel 1985 a 2,1 nel 2004, mentre si è triplicata la quota di coloro che dichiarano di non avere nessun amico. E c’è ragione di credere che tali tendenze si siano accentuate in questi ultimi 15 anni, dato che l’accelerazione delle nostre vite rende sempre più difficile riuscire a tutelare amicizie stabili e profonde. Come canta Vasco Rossi, quello che riusciamo a fare è ritrovarci ogni tanto a passare qualche momento insieme «ognuno perso dietro ai fatto suoi».

Tutto ciò converge nel cambiamento di clima sociale delle nostre società. Come mostrano i dati di una ricerca di taglio psicologico, il livello di empatia (cioè la capacità di «mettersi nei panni dell’altro») a sceso del 48% tra il 1979 e il 2009. Tema ripreso qualche settimana fa dal Financial Times che ha lanciato l’allarme: va cercata qui la vera radice di quel «cattivismo» che vediamo spuntare da tutte le parti e che minaccia la nostra vita sociale. Nello studio citato, il calo dell’empatia viene attribuito a tre fattori: l’aumento del materialismo e del consumerismo che ci abitua ad avere relazioni strumentali disabituandoci alla ricca e difficile complessità della relazione umana; la fragilizzazione della famiglia che non è più palestra primaria dove si impara (non senza ambiguità e contraddizioni) a stare con gli altri, ma nodo problematico dove si rafforza l’insicurezza esistenziale e dove esplode la violenza; e quella che viene chiamata «eco-camera digitale», cioè la tendenza dei social network a costruire comunità omogenee e chiuse, con la conseguenza di aumentare l’intolleranza verso chi è o la pensa in modo diverso.

La verità è che ci troviamo di fronte a un mutamento di struttura della nostra vita sociale che porta a maturazione processi avviati sin da gli anni 60. L’ipotesi è che tutto ciò produca società molto fragili esposte a rischio di rapide monopolizzazioni del potere da parte di pochi. Come è già accaduto in campo economico e tecnologico e come potrebbe accadere sul piano politico. Inoltre, una società di soli e arrabbiati è un serbatoio di violenza latente che può sempre scaricarsi contro qualcuno. È questo, secondo il World Economic Forum, il rischio da non sottovalutare e che va combattuto mettendo al centro della nostra agenda la ricostituzione delle reti sociali e dei corpi intermedi.

In una ricerca di più di cinquant’anni fa il celebre sociologo Paul Felix Lazarsfeld, studiando i processi di costruzione e diffusione delle opinioni, mostrò come le leadership locali e le organizzazioni intermedie costituivano un importante fattore di protezione dalla penetrazione dei messaggi mediatici. Esiste quindi una relazione inversa tra la densità e la vitalità delle reti sociali e la centralizzazione dell’influenza e del potere. È venuto il momento di rendersi conto dell’inadeguatezza dell’idea iperindividualistica di libertà coltivata negli ultimi decenni. Prima che collassi nel suo contrario. Per quanto possa suonare paradossale, la libertà personale è un progetto comune. Per poter prosperare, essa ha bisogno di tanti elementi, tra cui la protezione e ricostituzione delle reti di socialità. Un compito urgente a cui applicarsi.

 

*Corriere della Sera 29 aprile 2019