Non possiamo permetterci di fare a meno dell'Europa

Dopo le elezioni del 26 maggio, il Parlamento Europeo avrà una fisionomia del tutto nuova rispetto a quello precedente. E’ più frastagliato, le famiglie politiche aumentano a scapito di quelle tradizionali, deve guadagnarsi un consenso più solido in corso d’opera. Se questo è vero, è altrettanto vero che la logica politica sovranista non ha riscosso un consenso maggioritario, come molti temevano o auspicavano. E questo provoca molto più di un respiro di sollievo.

Sia pure con tassi di sensibilità differenti, i sostenitori del prosieguo della difficile marcia verso l’integrazione europea sono in maggioranza. Punto incontrovertibile, non scontato in partenza, consolidato da un numero crescente di partecipanti al voto. Per questo, sarebbe irragionevole – come sembra dalle prime dichiarazioni del vincitore delle elezioni europee, Salvini - collocare l’Italia in una posizione di “estraneità” dalle decisioni che verranno prese a Bruxelles. Nelle sue esternazioni aleggia un “me ne frego” d’infausta memoria. 

Questo atteggiamento, non provocherebbe nessun ripiegamento sovranista nelle scelte di metodo e di contenuto finora conosciute. Forse, come molti commentatori fanno notare, il rigorismo nella tenuta dei conti pubblici non favorirà ampliamenti delle flessibilità e paradossalmente, saranno proprio i Paesi leaders del fronte sovranista a rifiutare proposte di allargamento dei parametri in vigore e a chiedere l’attuazione di un conservatorismo fiscale senza se e senza ma.

Un minore titanismo nelle parole sarebbe prudente, anche perché in agguato c’è sempre la reazione dei mercati finanziari internazionali. Ingordi quanto si voglia credere e far credere, ma se ci si rivolge ai mercati per farci comprare il debito casalingo, una qualche attenzione alle loro richieste andrebbe riconosciuta. Ricordiamoci che l’anno scorso la tattica di ignorarle è costata 3 miliardi di euro. Ripetere il copione sarebbe ottusità gratuita ovvero l’anticamera di una uscita dall’euro le cui conseguenze sarebbero così disastrose da non immaginarle neanche.

Al contrario, sarebbe più utile e producente adottare un atteggiamento negoziale finalizzato ad ottenere condivisione su scelte necessarie per non vivacchiare sull’orlo di una recessione tutta italiana, sia pure in un contesto di rallentamento della crescita europea e mondiale. Se invece, si volesse seriamente rimanere in Europa sarebbe tanto più convincente, se al centro delle richieste ci fossero investimenti ecosostenibili in infrastrutture vitali (TAV, risanamento ambientale, riqualificazione territoriale a partire dal Sud e dalle zone terremotate).

Tali richieste andrebbero accompagnate da una proposta che è stata illustrata da Maurizio Ferrera sul Corriere della sera del 20/05/2019, rilanciando una proposta di Euvisions. Istituire una Unione Sociale Europea come “ampio contenitore istituzionale per ordinare e creare sinergie e massa critica fra i vari strumenti già esistenti, inclusi quelli nazionali e sub-nazionali” allo scopo di “rendere più visibile il volto protettivo dell’Europa”. Accanto a questo contenitore, andrebbe fornita ad ogni cittadino europeo una “carta sociale…capace di farci vedere, concretamente, il volto buono dell’integrazione” perché conterrebbe tutte le indicazioni sui servizi e gli interventi cofinanziati dall’Europa ogni qualvolta ciascuno di noi volesse accedere ad essi o ne cerca le condizioni per accedervi.

Sulla stessa lunghezza d’onda si colloca il Manifesto 2019-2023 approvato recentemente dal congresso della Confederazione europea dei sindacati. La CES da anni denuncia la messa in discussione del modello sociale alla base dell’economia europea e lancia un Piano di azione per un rinnovato contratto sociale per l’Europa.

Se l’Italia si facesse protagonista di questa nuova faccia dell’Europa, sarebbe vista con meno diffidenza e più rispetto. Ringhiare in un contesto di così spessa composizione di Stati e di schieramenti politici, si rischia semplicemente di non essere ascoltati. E a pagare sarebbero tutti gli italiani, indipendentemente dalle età, dal livello sociale e da come hanno votato.