Europa, occorre una politica post-crescita

Assieme a tutte le donne e a tutti gli uomini che rifiutano di essere le prossime vittime del neo-liberismo, dobbiamo non solo cambiare le nostre modalità di vita quotidiana, ma anche esigere e attuare delle politiche globali, macro-economiche, che siano all’altezza dei disastri planetari in corso. E per far questo è necessario liberarci dai dogmi: da tutte quelle favole inventate, a partire da John Locke, dalle élite finanziarie occidentali: la “mano invisibile” del mercato, la concordanza miracolosa dell’egoistico interesse personale con l’interesse generale, la deificazione dei mercati finanziari, la necessità di aumentare il Pil per vivere in pace...

La favola della “crescita” fa evidentemente parte di questo discorso. In verità, gran parte degli economisti non sa perché la crescita del Pil acceleri o rallenti, o diminuisca decisamente. Perché, ad esempio, i tassi di crescita dell’economia occidentale sono rallentati a partire dagli anni Ottanta del Novecento, quando il prezzo del barile di petrolio è tornato a scendere dal 1985 allo stesso livello che deteneva prima del primo shock petrolifero del 1973? Perché il rallentamento si è accompagnato a un forte aumento del debito pubblico e privato in quasi tutti i Paesi, indipendentemente dalle politiche pubbliche messe in atto, dal colore politico dei governi, dalla qualità del clima sociale? Da parte degli economisti mainstream, ci si perde in congetture. Perché, al contrario, abbiamo conosciuto durante i “trenta gloriosi” [il trentennio 1945-1975, caratterizzato da una forte crescita economica nel mondo occidentale, NdR] tassi di crescita da fare impallidire d’invidia gli odierni sostenitori della crescita? La maggior parte degli economisti risponderà: grazie al “progresso tecnico”. Significa forse che dagli anni Ottanta siamo “progrediti” meno velocemente in ambito tecnologico? 

Ma che cos’è, propriamente, il “progresso tecnico”? In verità, si tratta del nome di battesimo dato da Robert Solow (nel suo A Contribution to the Theory of Economic Growth, 1956, che le pagine seguenti richiameranno più volte) a quella parte della crescita degli Stati Uniti che il suo modello macro-economico semplicista non riusciva a spie- gare. Ossia il 60% della crescita osservata. L’economia neo-classica ne sa di più oggi su come il “progresso tecnico” alimenta la crescita? No. Ha semplicemente raffinato le sue tecniche statistiche di stima di quella frazione maggioritaria della crescita la cui causa le sfugge. E anche il dibattito in merito alla “stagnazione secolare” dà da pensare. Siamo forse alla vigilia di una grande rottura tecnologica che rilancerà l’economia mondiale? Forse le statistiche non permettono di comprendere in modo pertinente lo straordinario impatto delle “nuove tecnologie della comunicazione”, che dovevano procurare la prosperità per tutti e le cui tracce nella contabilità della crescita si fanno attendere da dieci anni? Sembra di leggere la pagina dell’oroscopo di una rivista popolare. Nel frattempo, il permafrost continua a fondersi. 

In altri termini, la nostra fissazione sulla crescita del Pil come alfa e omega delle nostre politiche pubbliche ha a che fare con il pensiero magico. Il nostro attaccamento alla crescita è il sintomo della permanenza del sacro nelle nostre società considerate post-moderne. Un inizio di risposta convincente alle domande precedenti non può dimenticare la dipendenza delle nostre economie (e quindi della crescita) dall’estrazione e dalla metabolizzazione delle risorse energetiche e della materia. I “trenta gloriosi” coincidono con una crescita esponenziale dell’estrazione di energia e di materia. E, nel caso della Francia, questo prelievo si opera principalmente al di fuori del Paese: da un secolo, importiamo più risorse naturali di quante ne esportiamo (cfr. N. Magalhães et alii, The Physical Economy of France (1830-2015). The History of a Parasite, 2018). Il che fa di noi dei parassiti altamente dipendenti (e dunque vulnerabili) dal resto del mondo. Inversamente, se le economie occidentali rallentano tutte da quarant’anni, questo non può essere affatto indipendente dall’evoluzione della nostra attitudine a saccheggiare il sottosuolo. Questa capacità si riduce semplicemente perché sfiniamo il pianeta: la densità delle riserve disponibili a buon mercato di certi minerali (soprattutto il rame) crolla, il picco convenzionale di estrazione del petrolio è già stato raggiunto nel 2006 su scala planetaria... 

In verità, le nostre economie funzionano come grandi processi metabolici: estraggono risorse, le metabolizzano producendo lavoro e rilasciano rifiuti. Una frazione di questo “lavoro” è molto utile. Il resto, per la maggior parte, è non solamente inutile, ma socialmente nocivo: così è per la finanza di mercato e i suoi battaglioni di trader, sale, manager, quadri, consulenti e altri guru. Il solo mezzo per rendere “sostenibile” questo ciclo di energia e di materia consiste nel riciclare la maggioranza dei nostri scarti e nel sopprimere la parte inutile del “lavoro” fornito. O meglio: nel selezionare le attività di metabolizzazione alle quali teniamo veramente rispetto a quelle di cui possiamo, vogliamo o dobbiamo fare a meno in modo da ridurre il nostro prelievo di risorse minerarie non rinnovabili. 

Ciò finirà col provocare la decrescita di quel cattivo indicatore monetario che è il Pil? Forse, ma non è sicuro e non è questa la domanda pertinente. Sostituire con energie rinnovabili gli idrocarburi fossili farà meccanicamente abbassare la “produttività del lavoro” (che misura solo, in gran parte, la quantità di energia che un “lavoratore” può dissipare nella sua attività). Questo dovrebbe quindi far contrarre il Pil. Ma se abbiamo l’intelligenza di compensare con lavoro umano il calo di produttività delle energie che sostituiamo al petrolio, ciò dovrebbe favorire considerevolmente l’occupazione. E questo, inversamente, dovrebbe accrescere il Pil. And so what? Il Pil non è un indicatore interessante di qualsiasi cosa dia senso alla nostra esistenza. Non è, o non è più, correlato all’occupazione fin dall’inizio degli anni Novanta; al di sopra di 12.000 dollari circa di reddito annuale, esso non ci rende necessariamente più felici: in cambio, allo stato attuale delle cose, costituisce ancora la migliore approssimazione disponibile della nostra attitudine a distruggere il pianeta. 

Una delle favole più dure a morire, forse perché la sua apparente tecnicità relativa la rende credibile agli occhi dei presunti esperti, è la seguente: la crescita del Pil è imperativa per pagare gli interessi sui debiti. Dato che non c’è investimento senza credito bancario, e non c’è credito bancario senza interessi positivi, così procede l’argomento, non potremo mai fare a meno della crescita. Davvero? 

Se l’“argomento” fosse vero, la conclusione che se ne dovrebbe trarre sarebbe semplice: nazionalizzare tutte le banche e costringerle a prestare a tasso zero – cosa che, d’altronde, presto o tardi bisognerà fare per le banche di mercato e le banche “miste” (che cumulano attività di mercato e attività tradizionali di credito-deposito), tenuto conto dell’incapacità della schiacciante maggioranza di esse a rendersi socialmente utili. Il prossimo crack finanziario non dovrebbe ormai tardare, tenuto conto dell’enormità dei debiti privati e della pericolosità delle posizioni adottate dalle istituzioni finanziarie sui mercati. E poiché l’Unione bancaria europea, come ho mostrato altrove (G. Giraud - T. Kockerols, Vers une Union bancaire européenne résiliente sur le plan macro-économique, Rapporto per il Parlamento europeo, https://bit.ly/2xEWHa4, 2015), non protegge affatto i contribuenti europei, ci troveremo allora di nuovo all’ora delle scelte: distruggere ancor più le nostre economie per salvare le nostre banche? O mettere al passo la finanza di mercato per poter infine affrontare la sfida dell’oggi, la salvaguardia dell’umanità? 

Ma, in questa fase e in attesa del prossimo crack, non è neppure necessario nazionalizzare semplicemente le banche, perché l’argomento sopra riportato è falso. Dal punto di vista contabile, il rimborso de- gli interessi legati al deposito dei debiti contratti (privati e pubblici) richiede l’aumento non certo del Pil, ma della quantità di moneta in circolazione. Ora, quest’ultima non cessa di aumentare in favore del credito bancario privato (le banche creano moneta tutti i giorni, lo sapevate?). Quel che ci serve è controllare questo credito perché sia orientato verso gli investimenti sociali e “verdi”, e non verso la speculazione immobiliare o finanziaria, come accade oggi nella gran parte dei casi. Ma tutto ciò non implica affatto far crescere il Pil. 

E se il Pil ristagna o decresce mentre la massa monetaria aumenta, si creerà inflazione? Non necessariamente. Dipende tutto dalla velocità di circolazione della moneta. La quale diminuisce lentamente da diversi decenni. Alla fin fine, quand’anche creasse inflazione, che male ci sarebbe? Finché i salari tengono il passo, l’inflazione è un eccellente mezzo per ridistribuire ricchezza dai creditori (ricchi) verso i debitori (cioè coloro che investono e coloro che sono costretti a sopravvivere al credito). Da uno pseudo-imperativo moralizzante («serve la crescita per pagare i nostri debiti»), arriviamo a un vero dibattito sociale. Vogliamo continuare ad avere una crescita del Pil senza inflazione, accompagnata da una disoccupazione di massa esorbitante, da una esplosione di ineguaglianze, da un accrescersi della miseria per la maggioranza di noi e, soprattutto, dall’aggravarsi di catastrofi ecologiche rilevanti? Oppure siamo pronti ad accettare l’inflazione se non taglia il potere di acquisto dei salariati e se permette di ridurre le emissioni, di creare occupazione “verde” e di adattarci più facilmente all’impatto del riscaldamento in atto? 

La scelta è presto fatta... Ciò di cui abbiamo bisogno, collettivamente, è imparare a pensare un mondo post-crescita. E per farlo, dobbiamo liberarci dai tabù di oggi: il mito dell’inflazione, quello del deficit e del debito pubblico, che funzionano abbastanza esattamente come quello del “grande lupo cattivo” nel XIX secolo, destinato a fare paura ai bambini affinché restino tranquilli mentre giunge la catastrofe. Vogliamo continuare a essere trattati da bambini? 

 Per una riabilitazione del politico 

Resta il fatto che, per fare i conti con i disastri in corso, siamo obbligati a sostenerci a vicenda. La cooperazione, l’aiuto reciproco, l’intelligenza collettiva, la condivisione, i beni comuni sono i soli mezzi per riuscire a limitare i danni. Questo impone di gettare alle ortiche l’altra parte della favola che serve da fondamento dogmatico al capitalismo a base finanziaria di oggi: l’idea che la guerra di tutti contro tutti (ribattezzata: “concorrenza più o meno perfetta”) e la selezione darwiniana (ribattezzata: “uguaglianza delle opportunità”) siano le mediazioni necessarie alla sopravvivenza. E per farlo, la nostra società deve apprendere di nuovo a simbolizzare i suoi conflitti, a configurare una istanza politica capace di indicare una rotta e di mettere in opera una politica. 

Nel 2014 mi capitò di pranzare nei giardini dell’Eliseo con il presidente Hollande, in compagnia di Nicolas Hulot, Alain Grandjean, Ségolène Royal, un invitato nord-americano e un alto funzionario dell’Eliseo, incaricato di prendere appunti. Durante il pranzo, l’interlocutore americano apostrofò il presidente, con cortesia ma con fermezza: «Signor presidente, quando metterete fine alle sovvenzioni pubbliche alle energie fossili?». Dopo qualche battito d’ali che segnalò il passaggio di un angelo, Hollande si rivolse al suo interlocutore sorridendo: «... gradisce ancora un po’ di vino?». Quanto al consigliere dell’Eliseo che quel giorno svolgeva il ruolo di segretario, perse i propri appunti e non fece mai un rendiconto dell’incontro. Oggi fa parte dei quadri dirigenziali di una delle quattro grandi banche private francesi che fanno correre un rischio sistemico alla nostra società. 

Due anni prima, al termine delle discussioni promosse su richiesta del ministro Delphine Batho (a quel tempo non ancora silurata) all’interno del Comitato di esperti per il dibattito nazionale sulla transizione ecologica, nelle conclusioni consegnate a Hollande furono presentate quattro grandi famiglie di scenari per la transizione energetica dell’economia. Ognuno di questi “racconti” descriveva una traiettoria considerata “possibile”, che permetteva alla società francese di ridurre la sua dipendenza dal carbone barattando energie non carbonifere con gli idrocarburi fossili che essa continua ancora oggi a bruciare. Fra di essi figurava lo scenario “Negawatt” (che puntava alla chiusura dell’ultima centrale nucleare francese verso il 2035), ma anche lo scenario radicalmente opposto “Negatep” (che, invece, puntava tutto sul nucleare per uscire dal carbone). Sulla scorta di questi grandi racconti si abbozzavano quattro prospettive ben distinte per gli anni Trenta del XXI secolo. La scelta fra le quattro traiettorie non era dunque solo tecnica, ma anche sociale: in quale società francese volevamo vivere fra quindici anni? 

«Ah, non c’è una soluzione unica?» chiese il presidente.
«Sì, signor presidente, ce ne sono quattro. Bisogna scegliere...». «È frustrante...».
Credo che Hollande stesse dando voce alle fantasie di un numero significativo di alti funzionari. Ah, se tutta la politica potesse ridursi ad arbitrati “tecnici”, a una gestione “sana” che sarebbe una sorta di versione un po’ più complicata della gestione del “buon padre di famiglia”... Ridurre i propri debiti praticando l’austerità del bilancio e continuare a premere sull’acceleratore della crescita pregando che il veicolo “Francia” esca dal solco in cui, bizzarramente, sembra essersi impantanato da fin troppi anni. Che angoscia quando si tratta di decidere veramente e di assumersi le proprie scelte. Non vediamo, però, che il veicolo ha già due ruote nel vuoto e che, se continuiamo ad accelerare, finiremo nel burrone

Da parte del governo francese non sembra che si sia compresa la portata della gravità della situazione: si procede a tutto gas mantenendo, per di più, il volante girato nella direzione sbagliata. Da candidato Émmanuel Macron aveva promesso un piano di rinnovamento termico degli edifici di cui Alain Grandjean e io avevamo suggerito le linee di massima nel 2014, ma nulla ha visto la luce in questi due anni. I 30 miliardi di euro ugualmente promessi per la “transizione” energetica non sono mai esistiti. Quanto all’ex ministro della transizione ecologica e solidale, Nicolas Hulot, ha passato un anno a lottare, prima di dimettersi, contro le trappole tese dall’Eliseo, da Matignon [sede dell’ufficio del Primo ministro, NdR] e Bercy [sede del ministero dell’Economia, NdR]: dal decreto che, dall’estate 2017, ratificava la riduzione del livello convenzionale di magra dei fiumi al di qua del quale il pompaggio dell’acqua non è più autorizzato fino alla decisione, alla fine dell’agosto 2018, di allargare l’elenco degli uccelli che rientrano fra le possibili prede per i nostri cacciatori e la divisione per due del prezzo del permesso di caccia. In un contesto in cui la sesta estinzione di massa del vivente è già avviata e in cui le nostre campagne si svuotano, queste provocazioni non sono più accettabili. 

Potrebbero sembrare meri episodi, se non fossero il sintomo di un’incomprensione profonda delle sfide del tempo presente. Voler rispettare il Patto europeo di stabilità e di crescita è una scelta suicida nella situazione attuale. Richiederebbe, nel caso della Francia, di far passare il debito pubblico dal 99% del Pil nel 2018 al 92% nel 2022, cioè una riduzione delle spese pubbliche di 60 miliardi di euro all’anno da qui al 2022. Una simile cura non potrà essere somministrata senza un violento deterioramento dei servizi pubblici e la rinuncia a investimenti pubblici in favore delle energie rinnovabili e dell’adeguamento al riscaldamento, che sono invece imperativi. 

Si risponderà forse che le spese pubbliche rappresentano già la metà del Pil francese, che siamo allo stesso livello della Corea del Nord e che è urgente ridurre le spese per liberare l’iniziativa privata! Questo racconto ripetuto ad nauseam di un Paese strangolato da una potenza pubblica ipertrofica è una finzione: il valore aggiunto dell’insieme delle amministrazioni pubbliche francesi era di 375 miliardi di euro nel 2017 per un Pil di 2.292 miliardi, cioè il 16,4% del Pil. E questa frazione, molto scarsa, è pressappoco costante dagli anni Ottanta del Novecento. Il presidente della Repubblica ha un bel ripetere questo mito a volontà, le cifre sono testarde: lo Stato spende poco, troppo poco per poter farsi carico delle sue mansioni di interesse generale, e ciò spiega in gran parte la collera dei “gilet gialli”. L’insegnamento, gli ospedali pubblici, la giustizia, la polizia, i servizi pubblici locali, le cure materne e infantili sono dei benefici per tutti coloro che, lontani dalle metropoli gentrificate, in un numero considerevole di territori di Francia e di oltremare, sono in pensione o vedono la loro qualità di vita degradarsi pericolosamente. 

Altri risponderanno, nello spirito del funesto “rapporto Attali” che resta la Bibbia ideologica di Emmanuel Macron, che bisogna decisamente smagrire una funzione pubblica inefficace. La mia esperienza è del tutto diversa: di fatto, esiste un’enorme inefficienza burocratica nelle banche di mercato private in cui ho lavorato un tempo. E questo costa molto caro alla nostra società. In cambio, le donne che, ad esempio, praticano le professioni di aiuto alla persona fanno spesso un lavoro da eroine a dispetto della precarizzazione che viene loro inflitta. Per aver anche lavorato come aiuto-infermiere nel servizio di geriatria di lungo soggiorno di un ospedale, so cosa significhi correre tutte le mattine per lavare una sessantina di persone anziane allettate. Semplicemente, quando il numero di letti “da trattare” passa da 60 a 80 al giorno per il motivo che bisogna “razionalizzare la spesa”, sono, per forza di cose, le persone anziane a soffrirne. E una società che non è capace di rispettare i suoi senior non è affatto “razionale”: a maggior ragione non sarà capace di rispettare i suoi bambini né alcuno di noi umani. Essa è semplicemente sul punto di piombare nella follia collettiva. 

Ma esistono alternative desiderabili al suicidio delle restrizioni di bilancio. È urgente utilizzare i reali margini di manovra di bilancio di cui disponiamo oggi, soprattutto grazie alla debolezza dei tassi d’interesse sul debito pubblico, per investire nelle infrastrutture verdi e nelle politiche sociali che renderanno la Francia di domani sobria nel consumo di carbone e resiliente. È altresì urgente ridiscutere il Patto di stabilità e una buona parte delle regole della zona Euro: il calcolo del deficit pubblico di un Paese, ad esempio, può sicuramente essere effettuato escludendo gli investimenti a lungo termine. Questa interpretazione delle regole di Maastricht è perfettamente compatibile con i trattati europei, come ho mostrato con Alain Grandjean e alcuni altri. Che cosa aspettiamo per negoziare tale interpretazione? 

L’alternativa al risveglio salutare è purtroppo prevedibile: la soddisfazione dei criteri di Maastricht, per quanto sia possibile, non porterà a nessuna attenuazione dell’intransigenza tedesca, al contrario. Avete mai provato a negoziare una cosa qualsiasi cominciando col sottomettervi alle condizioni del vostro avversario? L’austerità non comporterà nessuna ripresa duratura della sacrosanta crescita perché, in tempi di pressione deflazionista, la riduzione delle spese pubbliche ha sempre aggravato il male – guardate l’Europa e gli Stati Uniti fra le due guerre, il Giappone, la Grecia e l’Italia di oggi. Essa provocherà un deterioramento supplementare del clima sociale e una sofferenza tali che, proprio come durante gli anni Trenta, la maggior parte dei “perdenti” – il che significa tutti noi, tranne lo 0,1% dei francesi che beneficia delle esenzioni fiscali del governo – finirà per supplicare che un regime “autoritario” venga a liberarlo dall’incubo. La supplica si farà al prezzo, beninteso, di un tragico malinteso sulle vere cause del problema: daremo la caccia ai migranti o a qualunque altro capro espiatorio che consenta di distrarre l’opinione pubblica. 

Macron, da parte sua, non ha più alcuna possibilità di venire rieletto nel 2022. Il rigetto della politica inegualitaria e anti-ecologica di cui è oggi l’incarnazione rende molto poco verosimile, secondo me, la riedizione di ciò che egli stesso ha qualificato come un hold-up elettorale nel 2017. Sarebbe tempo che i deputati che continuano a sostenerlo ne prendessero coscienza. Presentando se stesso come l’unico baluardo contro il fascismo, pur praticando al tempo stesso una politica che soffia sulle braci dell’odio, l’attuale occupante dell’Eliseo prepara il terreno al Rassemblement National e alle uscite di strada antidemocratiche di cui Laurent Wauquiez e alcuni altri demagoghi oseranno rendersi colpevoli da qui al 2022. 

Quattro Ong (Notre Affaire à tous, Greenpeace, Fondazione Nicolas Hulot e Oxfam) hanno depositato una denuncia contro il governo francese per il mancato rispetto dell’Accordo di Parigi. La loro petizione ha raccolto 2 milioni di firme. Il governo ascolterà questo messaggio? Ahimè, continua a far mostra di una finta attenzione, tinta di disprezzo. Sembra infatti che si stia inventando un nuovo “stile” politico (da parte della maggior parte dei ministri attuali, per fortuna non tutti): perdere ore, settimane, mesi facendo credere di ascoltare l’interlocutore, senza modificare di uno iota la propria politica. Dopo aver passato cinque ore nella sede del movimento di aiuto alla povertà Atd/Quart Monde (una felice prima nella storia della Repubblica), Macron è sembrato commosso: sembrava aver capito il vicolo cieco del suo “piano povertà”. Lo ha però modificato? Nemmeno di una virgola. Sarà forse perché nel frattempo altre priorità si sono rivelate più importanti che salvare i 30 mila bambini per strada in Francia e i 3 milioni di loro che vivono al di sotto della soglia di povertà? Ci piacerebbe conoscerle, queste priorità. Inoltre, la “disavventura” di Atd/Quart Monde è solo un esempio tra centinaia di altri di quel che somiglia molto a una strategia sistematica. Si tratta forse di tattiche di seduzione condotte da governanti inesperti che confondono dongiovannismo e politica? No, non solo. L’iscrizione dello stato di eccezione nel diritto comune attraverso la “legge anti-terrorismo”, denunciata con forza dall’avvocato François Sureau (in Pour la liberté, 2017), o la legge “anti- vandali”, di cui il deputato Charles de Courson afferma giustamente che ci riporta a Vichy, non sono semplici coincidenze. L’uscita fuori dalla via democratica è già in atto

(Traduzione di Mario Porro

(*) Gaël Giraud chief economista dell’Agenzia francese dello Sviluppo, direttore di ricerca del Centre national de la recherche scientifique, professore all’École nationale des Ponts Paris Tech. Nel 2013 è stato ordinato sacerdote gesuita.