La dea Ansia

«Ansia» è stato il nome scelto da una bambina di quinta primaria, quando una collega ha chiesto alla classe di inventare una divinità, dopo aver spiegato loro che gli antichi divinizzavano ciò che ha potere sulla vita: Destino, Invidia, Bellezza... La decenne ha così giustificato la scelta: «Mia madre mi dice sempre che, se non mi impegno, non troverò lavoro». Gli dei contemporanei non sono meno crudeli ed esigenti di quelli antichi. I sempre più diffusi disturbi alimentari e di apprendimento sono in parte ribellioni alla vita come «concorso» basato sulla «prestazione», anziché «percorso» centrato sulla «presenza». Abbiamo rinunciato alla lettura vocazionale della vita, che è pur evidente in ogni elemento del creato, mai statico ma sempre proteso verso un compimento che lo ispira e lo guida come scopo. Dire che qualcuno è in «formazione» è come dire che è in «vocazione»: riceve istante per istante una chiamata che comporta una risposta. Ma al rispetto per la vita delle e nelle cose, che richiede tempo e cura, preferiamo più sicuri standard esteriori che danno l’impressione del compimento, ma mortificano l’originalità. Ci dicono chi essere invece di chiederci chi siamo e di aiutarci a diventarlo, come fa un giardiniere dando a ogni seme ciò che gli serve. Dice l’adagio: «Un seme nascosto nel cuore di una mela è un frutteto invisibile», perché la vita (frutto) e la sua fecondità (frutteto) è nella vita stessa (seme).

Educare è mettere l’invisibile in condizioni di rendersi visibile, ma richiede attenzione, pazienza e rischi. In questo periodo siamo «costretti» a guardare bambini e ragazzi da vicino, il che comporta più fatica del solito, ma è un’occasione da non perdere. 

Mia madre, in preda alla quarantena, sta mettendo in ordine cassetti dimenticati da Dio e uomini, e ha trovato le pagelle delle elementari dei figli. Uno dei miei fratelli, in terza, era così descritto: «Mostra interesse particolare per la storia. È molto sollecito nella ricerca di documentazione che serve come spunto di conversazione». Quel bambino di 8 anni, a 18 decise di studiare Storia, e ora la insegna all’università. Di un altro fratello si diceva: «Attenzione costante e selettiva, intuizione immediata, osservazione acuta, riflessione critica. Approfondisce le ricerche personali e di gruppo». C’era già il filosofo che è diventato. Nella mia pagella di quarta si leggeva: «I temi sono esaurienti, ben strutturati, corretti e scorrevoli. Legge con espressione, spiegando i vocaboli difficili», e sapete che fine ho fatto. Nel secondo quadrimestre una nuova maestra, a cui mi ribellavo per i metodi coercitivi, aveva scritto con distacco: «Promette abbastanza per il futuro», perché non stavo mai fermo, parlavo sempre e con un compagno avevamo lasciato una finta multa per divieto di sosta sul suo parabrezza, scritta con grafia infantile su una pagina strappata dal quaderno... (ribellarmi era parte della mia vocazione). Ci ha colpito sia la «profezia» di quei giudizi sia lo sguardo attento di maestre capaci di vedere già il frutteto nel seme: erano concentrate sui bambini, scrivevano i giudizi a mano, uno diverso dall’altro, senza barrare caselle precompilate o descrittori standard di competenze. La scuola è sempre nello sguardo dei maestri, rivolto al concreto e irripetibile darsi della vita, e non solo nelle soluzioni tecnico-organizzative. Il fine della vita è la bellezza: un seme di rosa o un bruco di farfalla lo dimostrano. Ciò che è vivo non ha copie, e una pedagogia priva della stella polare della bellezza da compiere, a partire da quella che gradualmente e fragilmente si manifesta, fa violenza all’originalità e spegne la vita, consegnandola alla crudele dea Ansia.

Una buona relazione educativa raggiunge tre fini: cultura, autonomia, vocazione. Siamo forti sul primo, infatti l’attenzione ai programmi sovrasta quella prestata alle vite; fatichiamo sul secondo (i ragazzi diventano capaci di fare da soli o li «addestriamo»?); sul terzo ci si affida al buon cuore dei singoli docenti (e alla paternalistica domanda finale della maturità: che farai?). Dalla scuola infatti escono spesso ragazzi che sanno o sanno fare, ma faticano a prendere iniziative e decisioni autonome, seguendo le aspettative familiari o ciò che fan tutti. Non resiste alle pressioni chi non ha vocazione, le energie sono ingabbiate o disattivate e, prima o poi, entra nella crisi di chi non vive la propria vita. Così, da quando le scuole sono chiuse, ho deciso di pubblicare sui social brevi video sulla vocazione e sono stato travolto da domande a cui dovrebbe rispondere chi segue quei ragazzi. La quarantena è un’occasione per guardare bambini e ragazzi, e cogliere nelle loro fissazioni, passioni, parole, paure, slanci, fragilità... l’origine che li rende originali. Potremmo magari provare a redigere giudizi diversi e unici — come è ogni figlio, ogni ragazzo — per affidarlo alla dea Vocazione.

 

*Scrittore e insegnante. Da corriere della sera, 27/04/2020