Riconosciamoci tutti uguali

Era da aspettarsi che la lettura superficiale facesse polemizzare sul titolo della enciclica “Fratelli tutti” perché non anche sorelle tutte? Ma il Papa cita tra virgolette una esclamazione di San Francesco e aggiunge che è “ per rivolgersi a tutti i fratelli e le sorelle per proporre una forma di vita” fondata sul Vangelo. Mia nonna mi avrebbe detto: prima di parlare, si tace.

Come afferma Francesco stesso in questo documento ritroviamo tracce di altre sue dichiarazioni e proposte pastorali perché in realtà “ Fratelli tutti” sembra una summa di riflessioni utili per un percorso lineare verso quella che dovrebbe essere la meta di tutti: riconoscerci tutti uguali, senza differenze di qualsiasi origine, per vivere in pace come umanità unita e come custodi del creato, la nostra “ casa comune”.

Pur fondata sui principi della teologia e della pastorale, la enciclica dipana l’argomento fondante, la fratellanza fra tutti gli uomini, attraversando le esperienze quotidiane che non risparmiano nessuno, nel bene e nel male. Richiama quella “guerra mondiale a pezzi”, le trasmigrazioni delle persone più sfortunate e deboli nei confronti delle sfide esistenziali e propone un diritto cui non abbiamo mai dato attenzione, il “ diritto ad emigrare”.

Trovo necessario il suo severo giudizio:  “ È inaccettabile che i Cristiani condividano certe mentalità e atteggiamenti, facendo prevalere a volte certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede”, perché è inviolabile la dignità umana al di là di ogni differenza.

Nella storia civile non è la prima volta che risuona il richiamo alla fratellanza, dalla rivoluzione francese - fraternité, liberté, égalité - al fondatore del movimento di Croce Rossa, il ginevrino Henry Dunant, che sul campo  di battaglia di Solferino, si agitava fra i feriti gridando “ tutti fratelli, tutti fratelli”.

È invece nuova l’espressione in bocca o nella penna del Papa  non perché pronunciata da san Francesco ma perché il Poverello riconosceva tutti gli uomini fratelli in quanto tutto figli dello stesso Padre. Questa è la rivoluzione portata dalla storia di salvezza che Francesco ha riassunto in due parole, un sostantivo e un aggettivo.

Importa partire da qui, perché  i fratelli possono non riconoscersi come tali, tanto che, tra i primi due,  ci fu un assassino, Caino.

La fratellanza è una condizione originaria tra gli esseri umani ma deve essere

riconosciuta e vissuta. Può accadere che  anche un non credente - ci conforta Papa Francesco- può vivere la fraternità e non  può evitare di ricordarci il ‘buon samaritano’. Un estraneo, forse nemico,  perché veniva dalla Samaria e scendendo da Gerusalemme a Gerico si recava in Giudea e Galilea. Non si è preoccupato di perdere tempo , non ha tirato avanti come hanno fatto uno sacerdote e un levita; si è assunto l’onere di pagare di tasca propria l’assistenza. È una parabola che non si finirà mai di commentare perché ogni parola rispecchia la nostra realtà. Francesco ricorda che conosciamo bene anche noi ‘i briganti’ e anche noi evitiamo di impicciarci degli affari degli altri. Il peggior disconoscimento della fratellanza è l’indifferenza.

L’ enciclica è un libro - più di duecento pagine- che va letto anche sotto questo profilo: immedesimarsi nell’Autore. Vuole che capiamo bene quello che ci dice e che rimanga - scripta manent- perché non possiamo avere l’alibi di dimenticare.

Questo Papa non fa politica anche se per alcuni è una pecca, mentre per altri ne fa troppa. È certa la sua ansia,  che traspare mentre ripete con San Francesco ”Fratelli tutti” perché, citando  san Giovanni Paolo II, “ se non si riconosce la verità trascendente, trionfa la forza del potere, e ciascuno tende a utilizzare fino in fondo i mezzi di cui dispone per imporre il nostro interesse o la propria opinione, senza  riguardo ai diritti dell’altro” ( da Centesimus annus). Anche se è innata la necessità di socialità non è immediato il sentimento di fraternità; bisogna volerlo per riconoscerci fratelli; soprattutto, è una consapevolezza da alimentare quotidianamente, altrimenti i nostri comportamenti scivolerebbero in quei peccati sociali che Papa Francesco non cessa di denunciare: menzogna, cupidigia, sfruttamento, tratta, corruzione, indifferenza... Ultimi, scartati,  nuova economia per garantire la giustizia e lavoro: sono le parole che intrecciano tutta la riflessione papale.

“ Siamo sulla stessa barca” ripete; abbiamo solo questa “ casa comune”; siamo soggetti ( e oggetto) di “ cambiamenti d’epoca”.

Il Covid-19 si è incaricato di dimostrare con evidenza scientifica che la razza umana è una e unica, che nessuno si salva da solo. Non basta registrare questa realtà che per alcuni ‘ negazionisti’ non è vera; occorre educare alla fratellanza. La politica ha responsabilità  enormi con  le scelte che compie ( armi invece che pane e lavoro), coi linguaggi con cui comunica, coi comportamenti individuali dei leader, che ispirano emulazione.

La stessa barca, o la comune  casa,  ha bisogno di guide anche sovranazionali; bisogna costruire relazioni tra nazioni puntando sulla Europa Unita, culla dell’umanesimo integrale, e all’Onu oltre che alle altre  istituzioni planetarie con la visione di fratelli. È possibile. Il Fratello di tutti ha dato la vita per dimostrarlo. Ci sono anche esempi che hanno segnato eventi della nostra storia  e Papa Francesco ne fa memoria chiudendo la sua intensa, ricca, ispirata lettera a tutti gli uomini, suoi fratelli. Ricorda il Papa “  l’aspirazione  di Martin Luther

King: ‘Pregate Iddio affinché io sia davvero il fratello di tutte le anime di questo paese’. Voleva essere, in definitiva, il ‘ fratello universale’. Ma solo identificandosi con gli ultimi arrivò ad essere fratello di tutti”.

L’ultima riga dell’enciclica e’ un appassionato auspicio, una accorata preghiera:

“Che Dio ispiri questo ideale in ognuno di noi, Amen”.

 

*Già Senatore della Repubblica