Chi era per me, Franco

Franco era mio fratello. Fra lui e me c’erano 24 anni di differenza. Lui era il primo, io l’ultimo di sette figli. In mezzo cinque sorelle. Io sono stato sempre il “piccolo” della famiglia. Per la grande differenza di età, Franco per me è stato più di un fratello. Quasi un secondo padre. Per me è stato una guida. Da piccolo mi portava nella piscina comunale di Rieti dove ho imparato a nuotare. Poi a Terminillo dove mi ha insegnato a sciare. I ricordi di quegli anni sono tantissimi. A casa la domenica aspettavamo il suo arrivo. Passava sempre intorno all’ora di pranzo per salutare mamma e papà. E mio padre attendeva quel momento come se fosse una cerimonia religiosa. 

Uno dei primi ricordi di quegli anni, fra la fine degli Anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, è la cena della Vigilia, il 24 dicembre. Per tanti anni Franco con sua moglie Luisa sono venuti a cena a casa nostra a Rieti. Franco non è mai stato puntuale. Era sempre super impegnato. I suoi ritardi erano epici. Noi eravamo a casa quasi senza dire una parola. E l’attesa spesso si riempiva di un po’ di tensione. Mio padre era severo e preciso. Non amava aspettare. Ma quando si trattava di Franco diventava paziente e comprensivo. Qualche volta Franco telefonava e diceva che era in arrivo, Ma magari stava partendo in quel momento da Roma. Attese lunghissime ma che svanivano come per magia al suo arrivo. Era una festa averlo con noi. In famiglia. I nostri genitori, due o tre sorelle, qualche nipote ed io.

Ho conosciuto la dimensione “pubblica” di mio fratello quando arrivai a Roma per lavorare. Erano gli inizi degli anni Ottanta. Fino ad allora, vivendo a Rieti fra amici e familiari, per me Franco era il fratello maggiore che sì, sapevo che era importante, ma non avevo idea quanto lo fosse. A Roma, invece, nell’ufficio dove iniziai a lavorare era conosciuto da tutti ed era rispettato ed apprezzato per il suo lavoro al sindacato. In poco tempo tutti seppero che io ero il fratello. Cominciarono a trattarmi con grande rispetto, quasi con soggezione. Io ero poco più di un ragazzo e vedevo che persone molto più grandi di me avevano nei miei riguardi un atteggiamento quasi di riverenza. Franco appariva in televisione, andava sui giornali quasi ogni giorno. All’epoca era già ai vertici della Cisl, ma non ancora il numero uno. Io lavoravo a Piazza Fiume. Via Po, dov’è la sede della Cisl, è a due passi. Così ogni tanto nel pomeriggio andavo a trovarlo. L’accoglienza che ricevevo quando arrivavo mi faceva sentire importante. Andavo nel suo ufficio e le segretarie mi trattavano come un figlio. Sempre gentilissime. Se non ricordo male si chiamavano Adriana, Anna e Isella. Io passavo un po’ di tempo con loro, perché Franco aveva sempre una lunga fila di persone che dovevano incontrarlo davanti alla porta della sua stanza. Ma lui riusciva sempre a trovare qualche minuto da dedicarmi. A capo della sua segreteria c’era Franco Codazzi. Una persona squisita e dalla grande umanità che ricordo con grandissimo affetto

Nel 1985, al Decimo Congresso della Cisl all’Hotel Ergife, Franco divenne Segretario generale della Cisl. Quei giorni li passai con Franco e con i suoi più stretti collaboratori. Ero sempre con loro. Oltre a Codazzi ricordo in particolare Daniele Cavalli, un altro suo grandissimo amico. Ricordo che sebbene Franco avesse una buona maggioranza, l’esito del Congresso non era scontato. Non tutti erano dalla sua parte. Io avvertivo la tensione che c’era nell’aria, ma Franco con me era sempre sereno e tranquillo. Poi venne eletto e quando intervenne davanti alla platea dopo la sua vittoria ricordo che mi assalì una grande emozione. Mi commossi ascoltando gli applausi della platea, quasi una ovazione, e una sua segretaria, Adriana, mi abbracciò e mi dette forza.

Il Congresso successivo, quello dell’89, che lo confermò alla Segreteria fu meno drammatico. La rielezione era scontata. La Cisl era diventata “mariniana”. E questo mi faceva un grande effetto. Perché anch’io ero un Marini.

Quegli anni per nostro padre furono bellissimi. Suo figlio aveva raggiunto un traguardo importante che lo riempiva d’orgoglio e di felicità. Franco ha regalato a tutti noi, alla sua famiglia, delle emozioni fortissime. Ma noi abbiamo vissuto questi suoi successi sempre un passo indietro. Ce lo ha insegnato nostro padre. E poi eravamo e siamo ancora così. Molto discreti. Non dovevamo creare problemi a nostro fratello, del quale però eravamo molto fieri.  

Dopo poco più di un anno, nel ’91, Franco venne chiamato da Andreotti al Ministero del Lavoro. Io ero sempre più orgoglioso delle sue capacità e della sua abilità nel sindacato e ora nella politica. Andai subito a trovarlo a via Flavia, nel suo nuovo ufficio al Ministero. Anche lì quando seppero chi ero cominciarono ad accogliermi con grandi inchini e grande riverenza. Ero felice. Continuavo a sentirmi importante anche se mi rendevo conto, come mi sono sempre reso conto, che vivevo di luce riflessa. Non avevo nessun merito per essere trattato sempre con grande riguardo. Il riguardo è sempre stato per la stima che tutti hanno avuto per Franco. Ma questo non è mai stato un problema per me. Era così e basta. 

I suoi successi nella politica arrivano ad un punto altissimo alle elezioni del ’92. Quando con una vera e propria valanga di voti (centomila? duecentomila? non ricordo) sconfisse l’allora potentissimo Vittorio Sbardella. Fu il più votato in tutta Italia. In quell’occasione Franco raggiunse uno degli apici della sua attività politica. Poteva fare tutto quello che voleva. Potente e stimato da tutti. Questi successi avrebbero potuto cambiarlo. E invece no. E’ rimasto sempre uguale. Sempre vicino a tutti noi. Quando poteva, andava sempre a Rieti a trovare i nostri genitori. Le nostre sorelle. Sempre affettuoso e sempre presente quando serviva la sua presenza. Una cosa che ricordo ancora con grande emozione di quella elezione fu il momento in cui votai. Mi dettero la scheda e io nella cabina scrissi il nome: Franco Marini. 

Io seguivo la sua vita politica andando a trovarlo al Ministero e poi a Piazza del Gesù, quando rinunciò a ruoli di Governo per dedicarsi alla vita del Partito. Furono, quelli, anni difficili. Esplose Tangentopoli. La Dc era nel mirino. Piano piano si spense. Arrivò Martinazzoli che la sciolse per dare vita al Partito Popolare. Franco era sempre lì, ai vertici. In ruoli chiave. Ma dietro le quinte. Chi lo conosceva sa il grande lavoro organizzativo che ha fatto in quegli anni. Era ancora più impegnato del passato. Ma sempre, quando lo cercavo, disponibile. Quello che mi ha sempre colpito e che mi ha affascinato in Franco, è stata la sua grande intelligenza. Più di ogni altra cosa. Quando parlavo con lui, o quando assistevo ad un suo colloquio con qualcuno, lui capiva immediatamente il problema, arrivava subito al nocciolo della questione e trovava subito una risposta, una soluzione. Tu non finivi di parlare e lui aveva già compreso tutto. Questa sua capacità mi ha sempre lasciato a bocca aperta. Stupito. Quasi non dava soddisfazione quando gli esponevi quello che per te era un problema grave, perché non ti faceva terminare la tua spiegazione che lui era già arrivato alla soluzione.

Poi venne eletto alla guida del Partito Popolare. Furono due anni, se non ricordo male dal ’97 al ’99, molto complicati. Nasceva in quel periodo l’Ulivo. Franco voleva che il PPI restasse indipendente e si oppose ad una fusione con altre forze politiche. Le cose non andarono nel verso giusto e a ottobre del ’99 cedette la segreteria a Pierluigi Castagnetti. Ricordo poco di quel periodo. Mi stavo per sposare e avevo altro per la testa.

Arrivarono gli anni del Senato. Nel 2006, dopo quattro legislature alla Camera, Franco si candidò al Senato per la Margherita, guidata da Francesco Rutelli, dove era a capo dell’Organizzazione. Furono giornate intense ed emozionanti. Io lo sentivo al telefono, era troppo impegnato non c’era modo di incontrarlo. Venne candidato alla Presidenza di Palazzo Madama contro Giulio Andreotti. Non fu semplice. Ci furono difficoltà e tranelli da parte anche di chi doveva sostenerlo. Dei cosiddetti “amici”. Ricordo la lettura delle schede: Franco Marini, Marini Franco, Francesco Marini, e così via. Sembrava non dovercela fare. E invece mi sembra che al terzo turno di votazioni arrivò l’elezione. Io ero davanti al televisore. A seguire lo scrutinio. Quando lessero l’esito della votazione saltai dalla gioia. Lo cercai al telefono. Mi rispose un suo collaboratore e me lo passò. Non riuscii a parlare. Ero travolto dall’emozione. Un groppo alla gola mi bloccava e cominciai a piangere commosso. Dissi due parole e poi passai il telefono a mia moglie che più tranquilla di me riuscì a complimentarsi con lui anche a nome mio.            

Al Senato lo aspettava una vita ancora più impegnativa di prima. Diventò difficile riuscire a incontrarlo. La sua agenda di appuntamenti lo teneva impegnato continuamente. Comunque dopo poco tempo dalla sua elezione, per festeggiare organizzò un pranzo per tutta la nostra famiglia a Palazzo Madama. C’eravamo tutti. Le mie sorelle con le loro famiglie, figli e nipoti. E c’ero anch’io con mia moglie. C’era nostra madre. Mancava nostro padre, che era venuto a mancare qualche anno prima. Anche in quel contesto e con quel ruolo: Presidente del Senato, la seconda carica dello Stato, Franco era sempre lo stesso. Nostro fratello per come lo abbiamo sempre conosciuto: semplice, diretto, sereno, un po’ spavaldo e estremamente affettuoso.

E siamo arrivati alla corsa per il Quirinale, nel 2013. Vi dico. Sembrava fatta. Nei giorni precedenti era stato fatto un buon lavoro. Bersani, segretario del Pd, e Berlusconi avevano raggiunto un accordo sul suo nome. Sembrava che l’elezione fosse a portata di mano. Al primo scrutinio Franco ottenne 521 voti, la maggioranza assoluta. Ma non sufficiente per raggiungere il quorum di 671 voti, necessario nelle prime tre votazioni dove serve la maggioranza qualificata. Bastava proseguire su quella strada e arrivare al quarto scrutinio e non ci sarebbero stati problemi. I 521 voti sarebbero stati più che sufficienti. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Ci fu un intervento in televisione di Matteo Renzi, da poco tempo salito agli onori della cronaca nazionale come il “rottamatore”. Renzi attaccò violentemente la candidatura di Franco dicendo che la sua elezione sarebbe stata un dispetto agli italiani. Accanto a questo attacco, si mosse il “popolo dei fax”, così venne chiamato dai giornali. Una sorta di ribellione degli elettori di sinistra del Pd che criticarono la scelta di Bersani di accordarsi con Berlusconi per appoggiare Franco. La storia la conoscete. 

Furono ore terribili. Seguivo tutto in televisione. Nei giorni precedenti ero passato in Senato, nell’ufficio di Franco, ed era tutto tranquillo. C’era una fila di persone che andava a rendere omaggio in anticipo al futuro Capo dello Stato. Amici, colleghi di partito, persone che si candidavano a questa o a quella poltrona. Tutti convinti che Franco ce l’avrebbe fatta. E invece le cose andarono diversamente. Tornai da Franco nel momento in cui Bersani non aveva ancora deciso il da farsi. Franco mi disse che voleva convocare i giornalisti per una dichiarazione. Evidentemente voleva spingere il partito ad appoggiarlo ancora. Bastava non presentarsi alle due votazioni successive e alla quarta con i 521 voti ottenuti all’inizio le cose sarebbero andate a posto. Ma Franco aveva già capito che la situazione stava precipitando. Lo salutai e andai a casa. I giornalisti non vennero convocati. Bersani indicò Prodi. Come andò a finire lo sapete benissimo.

Io rimasi per qualche giorno come sotto choc. Non avevo il coraggio di chiamare mio fratello. Quando lo rividi, l’arrabbiatura più forte gli era passata. Ma la delusione era rimasta. Accettò la situazione. La politica è così, mi aveva sempre detto. Una volta le dai e la volta dopo le prendi. Ma sono convinto che fino alla fine dei suoi giorni non sia riuscito a perdonare non tanto il tradimento, perché non è di questo che si tratta, quanto l’incapacità politica e umana di tenere duro per un giorno e di resistere alle pressioni che senz’altro arrivarono, per difendere una scelta che avrebbe consolidato il ruolo del Pd e di cui i principali esponenti avrebbero beneficiato per anni. Almeno per sette anni. 

Le cose sono andate diversamente e a Franco è rimasto un rimpianto che credo lo abbia accompagnato per un bel po’ di tempo. Sarebbe stata la ciliegina sulla torta di una esistenza vissuta ad altissimo livello fra sindacato e politica, nel rispetto e nell’affetto di quanti hanno avuto modo di conoscerlo. Un rispetto e un affetto trasversali che hanno sommerso la nostra famiglia nei giorni della sua scomparsa, primo fra tutti Davide, suo figlio. Rispetto e affetto che resteranno per sempre nel cuore di chi lo ha conosciuto e gli ha voluto bene.  

Io ti ho voluto bene Franco. Riposa in pace. 

 

PS: Voglio ringraziare Raffaele Morese che con la proposta di scrivere un ricordo di mio fratello, mi ha dato la possibilità di rivivere gran parte della mia vita. Di ricordare, anche se non del tutto lucidamente, tanti episodi vissuti accanto a mio fratello che mi hanno di nuovo emozionato e mi hanno di nuovo fatto commuovere. Grazie Raffaele.