La proliferazione degli ITS chiave di volta dell’occupabilità

Nel discorso inaugurale alle Camere il premier Draghi ha promesso investimenti per potenziare gli Istituti tecnici superiori (ITS), che offrono ai diplomati delle scuole secondarie una formazione di tipo professionalizzante. Gli ITS rappresentano oggi l’unica alternativa per chi voglia continuare gli studi dopo la maturità con un taglio non accademico, sviluppando competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro. 

L’espansione degli ITS servirebbe dunque a colmare una doppia lacuna. Da un lato, fra i giovani italiani troppo pochi continuano gli studi dopo la scuola e solo il 27% si laurea, una delle percentuali più basse in Europa: un’offerta di percorsi professionalizzanti, presenti in tutto il resto del continente, consentirebbe a persone che non hanno una spiccata vocazione per lo studio teorico di proseguire dopo la maturità, ampliando la percentuale di coloro che ottengono un titolo terziario. D’altro lato, come testimoniano le indagini Excelsior di Unioncamere, le aziende tecnologicamente più avanzate hanno crescente bisogno di figure tecniche di elevata specializzazione, che sono formate proprio da questi percorsi professionalizzanti. Il nostro sistema produttivo, soprattutto per quel che riguarda le medie imprese, compirebbe così un vero e proprio salto di qualità sui mercati internazionali.

Gli ITS, nati nel 2010, hanno finora dato risultati soddisfacenti in termini occupazionali: l’86% dei diplomati trova occupazione, spesso nelle stesse imprese presso cui si sono formati. Tuttavia, i numeri rimangono limitati: su poco più di 100 istituti superiori a livello nazionale, il numero di diplomati non supera i 3.500 all’anno, molto lontano dalle cifre tedesche o francesi. Oggi, gli ITS rappresentano una goccia nel mare degli studi terziari, troppo piccola per soddisfare le due esigenze: aumento del numero di coloro che completano un corso di livello terziario e rafforzamento delle competenze tecniche in azienda. 

Come riuscire ad aumentare rapidamente il numero di chi frequenta percorsi professionalizzanti? Da un lato, è necessario investire di più negli ITS, semplificandone i complessi processi di governance che oggi coinvolgono Regioni, istituti tecnici e professionali, associazioni di imprese e università e utilizzando i contratti di apprendistato di terzo livello per finanziare i tirocini aziendali. 

Dall’altro, va sfruttata la possibilità di coinvolgere le università, attraverso un mutuo riconoscimento dei crediti formativi fra loro e gli ITS. Da agosto 2020 infatti sono venuti meno i vincoli all’istituzione di corsi di laurea triennali professionalizzanti, che mantengano le caratteristiche più interessanti degli ITS: poche materie accademiche, docenti esterni, un elevato numero di ore trascorse in laboratorio e frequenti tirocini. Il coinvolgimento degli atenei, con le loro economie di scala e l’attrattività rappresentata da un titolo di studio universitario, permetterebbe infine di far decollare questo nuovo segmento di offerta.

*Direttore della Fondazione Agnelli