Il ritardo digitale, un handicap che punisce i giovani e il Paese

Uno degli assi centrali del PNRR, che incomincia a muovere i primi passi con l’avvio delle riforme connesse, è certamente la transizione digitale, cioè la progressiva estensione dell’economia digitale in tutti i gangli del nostro sistema produttivo e sociale, come via per una rapida ripresa dello sviluppo nel solco del modello europeo. 

L’Italia in questo processo parte da posizioni di coda, frutto dell’allergia innovativa della politica economica e sociale degli ultimi anni. Una situazione   di freno che nasce dal condizionamento del conflitto, ancora non chiarito né risolto, tra innovazione tecnologica e occupazione. Secondo l’impostazione prevalente, l’introduzione massiccia delle innovazioni tecnologiche digitali (Intelligenza Artificiale e Robotica in primis) è destinata a produrre una significativa eliminazione di posti in un mercato del lavoro già largamente in difficoltà. 

Secondo le recenti stime contenute nel “XXV Rapporto sull’economia globale e l’Italia” della Fondazione Einaudi e Intesa-San Paolo, per effetto della pandemia e del ritardo nella digitalizzazione dell’economia, oggi in Italia sono a rischio di perdere il lavoro almeno un milione e mezzo di lavoratori. Un picco di possibile disoccupazione che può rallentare la ripresa e ridurre la competitività del nostro sistema. Un segnale incontrovertibile, che mette in evidenza il limite della scelta del blocco dei licenziamenti come fatto a sé stante e continuamente prorogabile, senza farlo accompagnare da contemporanei interventi di formazione e riqualificazione dei lavoratori in cassa integrazione e non, in modo da renderli idonei a occupare altri lavori, poiché difficilmente molti di loro toneranno a svolgere lo stesso lavoro di prima. 

L’effetto della diffusione dell’economia digitale non è tanto la semplice distruzione di buona parte del lavoro precedente ma la trasformazione della qualità del lavoro cambiando il rapporto tra la tecnologia e il ruolo di orientamento e di regolazione del fattore umano, divenendo quest’ultimo sempre più determinante. Nel processo di digitalizzazione è quindi presente una alternativa tra un cambiamento qualitativo del lavoro, nel quale la tecnologia con le nuove forme dell’Intelligenza Artificiale e dei Big data è compresa e guidata dalla competenza del lavoratore, e una prospettiva nella quale la stessa tecnologia con i suoi strumenti e i suoi algoritmi diventa il fattore condizionante del lavoro attraverso l’introduzione di nuove, sofisticate forme di subordinazione e di sfruttamento. 

Un drammatico dilemma tra una possibile, nuova umanizzazione del lavoro o la sua retrocessione fino all’estremo di vere e proprie forme di schiavitù. Una prospettiva che costituisce una impegnativa sfida alla contrattazione collettiva e allo stesso sindacato nel suo ruolo essenziale di rappresentanza e affermazione dei diritti dei lavoratori. 

Trattandosi in gran parte di scelte orientate a costruire il futuro, la sfida interessa in particolare i giovani, il cui tasso di disoccupazione è passato dal 28,7 al 33, 4% negli ultimi mesi, per cui la transizione digitale può costituire una insperata opportunità per riprogettare il proprio lavoro. Ciò che in ogni caso diventa essenziale è una scelta strategica in direzione delle politiche attive del lavoro incentrate nell’investimento sul fattore umano come soggetto decisivo della crescita e del superamento dell’attuale, insufficiente preminenza delle politiche passive. 

L’investimento sulla cultura come scelta di fondo, attraverso una offerta formativa incentrata sulla diffusione dell’istruzione universitaria e superiore, sull’estensione degli ITS come strumento di formazione qualificata circa il rapporto scuola-lavoro, sulla formazione di base relativa alle tecnologie dell’informazione, in modo da unire competenza digitale e capacità di saper interpretare i cambiamenti. 

Un compito impegnativo sul quale fondare l’avvio e lo sviluppo di una nuova stagione contrattuale del sindacato, capace di interpretare i cambiamenti in corso e di individuare le forme più idonee per regolarli in direzione di nuovi diritti dei lavoratori. Un rinnovamento profondo che deve toccare la struttura e i contenuti della contrattazione, per capire e regolare le nuove mutevoli forme del lavoro, nei suoi caratteri di flessibilità e di sperimentabilità derivanti dalla sintesi e dall’intesa tra i differenti interessi dei protagonisti dell’attività lavorativa. Un ruolo centrale e insostituibile della contrattazione collettiva, anche come punto di riferimento per la politica e dello stesso processo legislativo, del tutto opposto al tradizionale giudizio ideologico di tradunionismo corporativo, proprio della sinistra di ieri.