Il voto sul Colle e i problemi del Paese

Il voto per l’elezione del Presidente della Repubblica si sta preparando tra tatticismi, giravolte e contraddizioni che, allo stato, rendono l’esito quanto mai incerto e aperto a tutte le conclusioni. 

Credo che, per recuperare un filo di razionalità nella vicenda, sia opportuno partire dall’attuale condizione del Paese, la quale, pur non avendo un legame diretto con l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale, mantiene una evidente connessione politica. In questo momento l’Italia sta attraversando una fase di particolare delicatezza e rilevanza per il suo futuro. La pandemia, tramite la spinta dalle varianti e le rotture dei non vax, ha acquistato una nuova aggressività con continui record di contagi che, pur con la comprovata efficacia dei vaccini, stanno rendendo la nostra libertà e le condizioni di vita sociale sempre più complicate e per tempi non brevi. 

Negli ultimi mesi, dopo anni di tranquillità, è tornato a farsi sentire un nuovo virus, quello dell’inflazione, che sta taglieggiando i redditi di cittadini e rallentando l’attività delle imprese. Nel mese di dicembre l’inflazione ha raggiunto il 3,9% e si sa che la sua crescita non è di breve durata perché legata alla crisi delle materie prime e ai rincari energetici. Inoltre, l’avvio del Pnrr, dal quale dipende una buona parte del nostro futuro economico e sociale, e l’avanzata del progetto europeo, sta incontrando, nella fase applicativa, le difficoltà di sempre, costituite dalla rincorsa dei diversi soggetti istituzionali ad accaparrarsi le risorse indipendentemente dalla qualità dei progetti presentati, dagli intoppi burocratici, e dai ritardi dei bandi. Un cammino difficile sul quale sono già presenti l’attenzione e i controlli dell’Ue che seguirà da vicino la realizzazione del cronoprogramma, subordinando l’erogazione delle successive tranche di finanziamento  al  suo effettivo rispetto. 

Questo complicato e strategico passaggio della nostra vita nazionale rappresenta la nostra priorità vitale, alla quale vanno dedicati l’attenzione e l’impegno prioritari. In relazione a ciò, va ricordato che la proposta di premiership di Draghi da parte del presidente Mattarella, al di là delle formali procedure parlamentari, ha assunto il significato sostanziale di una sorta di commissariamento del sistema politico, al quale i partiti, nella quasi totalità, (escluso FdI, che ha pensato al proprio interesse elettorale) hanno dato un assenso formale, ma continuando in gran parte a seguire il proprio tornaconto, ponendo  a Draghi continui problemi e scaricando spesso su di lui la responsabilità della gestione del Paese. 

Ora, nelle prossime elezioni per il Colle, la soluzione più facile sta diventando il trasloco dello stesso Draghi al Quirinale, con una qualche intesa sul governo residuo, perché dopo, ogni partito resta più libero di fare le proprie scelte, compreso il creare le condizioni per andare a elezioni anticipate. Il dissenso della Lega, Giorgetti compreso, in occasione della decisione del governo sulle ultime regole contro l’avanzata del Covid, evidenzia il clima che si sta creando, rispetto al quale è stato ancora una volta Draghi a imporre la soluzione decisiva. Mentre lo stato di emergenza risulta ulteriormente acutizzato, appare evidente che nessuno è in grado, come Draghi, di farvi fronte, per cui credo che la continuità del suo impegno a Palazzo Chigi, fino alla fine della legislatura, rimanga una necessità per il Paese. 

Questa convinzione è convalidata anche dal fatto che nell’Italia di oggi è possibile eleggere un Presidente della Repubblica, di entrambi i sessi, con le caratteristiche di rigorosa difesa della Costituzione e di iniziativa tesa al consolidamento della stabilità della Repubblica. L’unico vero ostacolo rimane la distorsione culturale e politica di chi pensa e opera per eleggere soprattutto uno del proprio schieramento, mentre deve rappresentare tutti. Tra l’altro pretendere che sia, in piena libertà, il Parlamento a prendere questa decisione, lo obbliga maggiormente ad assumersi più responsabilità, anche in relazione alla vita futura della Repubblica. 

In caso contrario, con Draghi al Quirinale, a parte la vita incerta del nuovo governo, lo scontro politico si concentrerebbe nelle elezioni del 2023 con l’esito più imprevedibile.  In ogni caso, risulta coerente con tale situazione, recuperare un più diretto e coerente rapporto tra volontà popolare ed esito del voto, in larga parte offuscato negli ultimi anni, attraverso una riforma della legge elettorale in senso proporzionale.  

Ricordiamoci sempre che siamo una Repubblica parlamentare e tale deve rimanere, senza fughe azzardate verso forme di semipresidenzialismo più o meno di fatto. Questa seconda parte dell’attuale legislatura, alla luce dei suddetti problemi da risolvere, ha un valore strategico, che spingerà ogni forza politica, oltre i tradizionali tatticismi, a dare il meglio di sé verso il Paese. Alla sua fine, al momento del voto, sarà tutto più chiaro, e i cittadini potranno scegliere con maggiore consapevolezza chi, oltre la propaganda, avrà dato il maggior contributo per la costruzione del nostro futuro.