Prodromi delle macchine intelligenti

Non pretendo di coinvolgere la scienza in questi sparsi ragionamenti, che sono solo tracce di un discorso più complesso intorno all’Intelligenza artificiale: lievi appunti per stimolare una riflessione.

I paleoantropologi ci descrivono con sempre maggior precisione, grazie alle moderne tecnologie d’indagine, molteplici peculiarità dell’antenato di tutti noi: l’Homo Sapiens.

La più strabiliante caratteristica, che ha stimolato la mia curiosità, è l’aumento del volume del cervello: arriva ad essere tre volte superiore rispetto alle scimmie, nostre darwiniane antenate.

Questo fenomeno, battezzato dagli studiosi come “encefalizzazione”, ha determinato anche delle trasformazioni morfologiche della nostra struttura fisica, modificando la scatola cranica e probabilmente accorciando i tempi di gestazione, e ci restituisce dopo due o tre milioni di anni l’uomo moderno, quello che incontriamo non appena usciamo di casa per acquistare il giornale.

Io da lì voglio partire, da questa lentissima modificazione, sino al momento definitivo dell’aumento volumetrico dell’encefalo e individuare i prodromi della futura Intelligenza Artificiale (I.A.).

Ma prima di affidarvi questi disordinati appunti, che talvolta possono apparire velleitari, vorrei accennare poche righe sull’I.A. vero tema dei vocaboli che seguiranno.

Il termine nasce nel 1956 per merito di John McCarthy che lo spende nel convegno al Dartmouth College nel New Hampshire, e da allora buona parte degli studi collegati hanno trovato applicazione nelle scienze matematiche e geometriche.

Io ritengo, e qui nasce una mia timida diversa interpretazione, che l’I.A. trovi le sue radici in tempi molto remoti e faccia riferimento a tutti quei comportamenti che utilizzando degli “utensili” provochino un mutamento nella socialità dell’uomo, favorendone “le comodità”, e non riconoscendo quindi solo alle “macchine intelligenti” del XX secolo la titolarità d’Intelligenza Artificiale. Esagerando, mi spingo a dire che l’inizio dell’I.A. corrisponde ai primi sintomi della “fantasia”, che si è rivelata indispensabile per concepire l’informatica, con tutte le conseguenze che ne sono derivate per il nostro quotidiano.

Come non andare allora con la memoria alle prime espressioni dell’immaginazione: dai graffiti della grotta di Chauvet e Lascaux in Francia o ai disegni di Altamira in Spagna. Potremmo esprimere in un’iperbole che può apparire inverosimile, tuttavia accattivante, che l’I.A. sia nata in quelle caverne.

L’incipit è stato lungo, ma tutte queste parole mi sono state utili per arrivare a segnalarvi nel proseguo alcuni prodromi, primi segnali che a mio avviso fanno parte del grande contenitore dell’Intelligenza Artificiale.

E qui arrivo al punto: tentiamo in maniera sicuramente semplicistica di esaminare le condizioni che a mio avviso hanno determinato le basi per lo sviluppo dell’I.A., fin dai primi segnali di una conquistata manualità, rappresentata dalle pietre scheggiate, dalle frecce e lance.

I cacciatori- raccoglitori mettono a frutto “la fantasia” di questo grande cervello in sviluppo per inventare attrezzi che rendano più agevole la caccia o una primitiva agricoltura.

D’altra parte il nostro Homo Sapiens, oltre l’accrescimento dell’encefalo, ha un’altra caratteristica, (per la verità non lui solo): è un bipede, il ché gli consente di liberare le mani. Potrà lanciare pietre e raccogliere tuberi, come anche accarezzare delicatamente la tastiera di un computer, o utilizzare le dita per le prime semplici operazioni. Immaginiamo le falangi come prima calcolatrice: l’hardware è la mano ed il software il cervello, che per lungo tempo cerca di farsi spazio nella scatola cranica. 

Vedo i Sapiens, che come i nostri infanti, per contare battono dito per dito contro le labbra.

La lancia non è forse un’estensione del braccio? E l’arco un accessorio di questo? Certo non è ancora l’odierno tecnologico arto superiore cibernetico, ma già da allora era dotato di una serie di optionals autocostruiti.

La strada da percorrere è lunga per arrivare al primo reperto “matematico”. Nel 1970 in uno scavo all’interno di una grotta sui monti Lebombo in Sudafrica, viene scoperto l’osso di Lebombo.

Cos’è? Una fibula di babbuino su cui sono incise ventinove tacche, che lo lasciano immaginare per un utilizzo aritmetico e sembra risalire a 35.000 anni addietro. Su cosa servisse si affastellano varie ipotesi, ma la più probabile sembra essere quella di uno strumento di calcolo delle fasi lunari utilizzato dalle donne per il calcolo dei cicli mestruali. E’ strumento che ancora oggi utilizzano i Boscimani della Namibia.

Poi proseguiamo nel cammino e ritroviamo l’osso d’ishango datato tra il 20.000 a.C. e il 18.000 a.C. 

Scoperto durante una campagna di scavi nell’allora Congo Belga in località Ishango, è un perone di babbuino con incastrata sulla sommità una scheggia di quarzo con la probabile funzione d’incidere. Poi tutt’intorno una serie di scalfitture. Le incisioni non sono casuali, ma sembrerebbero rispondere a raggruppamenti matematici, che lascerebbero suppore la conoscenza di operazioni di moltiplicazione e divisione. Ma qui le ipotesi sono diverse: alcuni studiosi l’interpretano come un calendario delle fasi lunari, altri lo mettono in relazione sempre al ciclo mestruale.

Procediamo in questo rapido volo sui primi strumenti che lasciano intravedere fumi di algebra ed incappiamo nei “Quipu” di probabile provenienza dalla civiltà Inca. Grazie al successivo ritrovamento nell’insediamento di Caral nel Perù, si suppone siano risalenti circa al 3.000 a.C., ma alcuni ricercatori li datano di molto antecedenti. E’ un insieme di cordicelle con una serie di nodi non casuali, che a loro volta sono agganciate ad un cordame più spesso, e trattate con resine particolari per lasciarle inalterate.

Si ritiene che fossero utilizzati per calcoli astronomici, riferimenti a formule magiche, o come ricordo di avvenimenti particolari. Ancora oggi sono in uso presso i pastori peruviani.

Nel 2005, sulla rivista Science, è stata presentata un’ipotesi affascinante, cioè che i Quipu rappresentassero sia formule numeriche, che un alfabeto: un sistema integrato di parole e cifre in un unico sistema.

Eccoci ora alla macchina di Anticitera risalente al 100/200 a.C. considerato il più antico calcolatore meccanico, che con una serie di ruote dentate, calcolava il sorgere del sole, le fasi lunari, gli equinozi, il movimento dei cinque pianeti conosciuti, i mesi ed i giorni della settimana.

Fu rinvenuta nel relitto di Anticitera, nei pressi dell’isola greca di Cerigotto.

E rapidamente veniamo a strumenti che semplificheranno i calcoli numerici, e troviamo l’abaco, utilizzato in Cina sin dal XXI secolo a.C. e poi utilizzato anche da Greci e Romani.

Da questo deriveranno il Suanpan cinese del XVI secolo, il Soroban giapponese, il Tschoty russo, il Choreb armeno ed il Culba turco. 

Mi fermo ai bastoncini di Nepero del 1617, di solito costituite da asticelle in avorio, con incisi i primi multipli di un numero. Il loro accostamento determinava la tabellina dei multipli.

Da qui la strada appare più semplice e passerà da uno strumento il cui utilizzo non è cessato da molto: il regolo calcolatore.

Il percorso è stato lungo e laborioso, e vederlo iniziare dai graffiti di uno stregone in qualche grotta del paleolitico, ci conforta del fatto che tutto inizia dai prodromi dell’intelligenza, forse non ancora artificiale, ma sicuramente frutto della “fantasia” che ancora ci accompagna e ci permette di accedere alla cibernetica o a “macchine intelligenti”, pur tuttavia cercando di non scordare un accessorio indispensabile: il tasto di spegnimento.

 

*Scrittore e saggista