Chi si professa di sinistra dovrebbe mostrare insofferenza di fronte a soprusi e angherie, fermezza nel difendere sempre il più fragile a costo di sfidare padroni, re e governanti altezzosi, senza abbassare la testa in segno di riverenza di fronte alla prepotenza.
L’umiliazione pubblica che il presidente Trump e il suo vice Vance hanno inflitto in mondovisione al presidente Zelensky è l’ennesimo segnale della loro volontà, apertamente dichiarata, di utilizzare ogni mezzo per far prevalere l’interesse del più forte sulle ragioni del più debole. È la legge della jungla, quella che ha caratterizzato secoli di guerre continue in cui l’aggressore, con fare predatorio, strappa via ciò che vuole. Alcuni hanno il coraggio di chiamarla “pace”.
Dopo aver delegittimato gli organismi sovranazionali, che dalla metà del secolo scorso testimoniano la volontà di costruire un mondo multipolare sorretto dal diritto internazionale, dopo aver escluso l’Unione Europea dagli incontri sul processo di pace rivolgendo a Bruxelles l’accusa di essere nata per “fregare gli Stati Uniti”, minacciandola continuamente di guerra commerciale, Donald Trump ha aperto alla possibilità di una spartizione di risorse e territori tra potenze imperiali, e la pietanza da servire ai tavoli di Mosca e Washington è l’Ucraina.
Si fanno beffe del presidente ucraino, parlando di lui come di un dittatore, di un perdente, di un comico che non gode della stima del suo popolo, di un tiranno che si alimenta dei corpi dei suoi soldati morti. Trasformano l’aggredito in aggressore, lo spogliano di ogni diritto e dignità, lo derubano; e fanno questo a milioni di ucraini. I loro strumenti sono la disinformazione organizzata, la mistificazione, la narrazione fondata sulle bugie, sul rovesciamento delle responsabilità. Trovano terreno fertile ovunque e manipolano menti deboli e guide politiche pavide, attente a non bruciarsi percentuali di gradimento, mentre e bruciare è la casa.
Molti di loro avrebbero fermato Churchill dandogli del pazzo suicida e guerrafondaio, avrebbero dissuaso Roosevelt suggerendogli di farsi gli affari suoi, avrebbero tenuto le barche a terra a Dunkirk, avrebbero scelto di starsene “in pace”, ma la pace non è lo strumento per giustificare gli interessi dei potenti contro gli oppressi, non è un alibi per l’incapacità di prendere una posizione ferma contro ciò che è sbagliato e ingiusto. Il desiderio di pace non nasce e non muove per interesse personale, per paura di perdere benefici, certezze, serenità, vantaggi materiali o politici. Questa sarebbe schiavitù.
Ogni anno, a più riprese, celebriamo coloro che sono morti e hanno combattuto contro l’aggressore del secolo scorso. Facciamo feste, cortei, cerimonie, mettiamo spille, visitiamo cimiteri, inventiamo slogan e gesti per ricordare i sacrifici delle persone semplici, quelle che ad un certo punto si sono sacrificate e sono morte per permettere a noi oggi di vivere in libertà e improvvisare teorie.
Questo è il tempo degli specchi graffiati che però non nascondono i nostri riflessi. Siamo ad un bivio e non abbiamo bisogno di banderuole che con continue piroette dicono tutto senza dire niente, sostengono tutti senza sostenere nessuno, addossano sempre le colpe agli altri nascondendosi dietro la parola “pace” che hanno svuotato colpevolmente di ogni significato.
Fanno la voce grossa solo quando non rischiano nulla, si riempiono la bocca con grandi discorsi retorici sulle epiche lotte rivoluzionarie del Novecento per la conquista di diritti e libertà, ma davanti al loro pezzo di storia, quello che devono scrivere in prima persona, balbettano per calcoli e convenienze personali, terrorizzati da sondaggi, borsini, equilibri di coalizione. È l’imbarazzo dei vili che intravedono opportunità nel caos, e cavalcano l’onda del più becero populismo nazionalista machista, saltando di palo in frasca per rimanere comunque in sella e avere un tozzo di pane dal nuovo padrone.
Abbiamo bisogno di uomini e donne che sanno distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, capaci di spendersi senza violenza e mediare oltre ogni sforzo diplomatico possibile per la causa dell’oppresso, capaci però di fare quadrato e fare squadra intimando al predatore che non gli sarà consentito superare quella linea e usare la pace per vincere la guerra.
Ecco però che i nodi arrivano al pettine.
Secondo una recente indagine globale dell’Open Society Foundation, più del 35% dei giovani preferisce una forma di governo autoritaria alla democrazia. Leader forti che decidono senza parlamenti, capi che risolvano in fretta i problemi senza sottostare a regole, burocrazia, mediazioni e sintesi. Una delle ragioni sembra essere la perdita della memoria storica; quello che ha voluto dire, sulla pelle delle persone, sottostare a regimi e conquistare libertà. Quelle persone stanno morendo, con loro muoiono quelle esperienze e testimonianze ed ecco che la democrazia oggi è percepita come qualcosa che si consuma e si verifica solo nel momento del voto: “chi vince può tutto”.
In un periodo di grande angoscia come quello che stiamo vivendo, dove sembra saltare ogni schema, il miracolo che può accadere è che l’Europa, dove le stanche democrazie tengono a fatica, si riscopra unita e coesa di fronte alla minaccia di un ritorno al passato, stretta tra gli interessi dei nuovi imperi, e decida di passare dall’età della perenne adolescenza, all’età adulta, chiamando a raccolta ogni coscienza e prendendo decisioni coraggiose non più procrastinabili che le facciano acquisire la forte consapevolezza del ruolo che è in grado di svolgere nel mondo.
Lo si può fare solo uniti perché nella scala mondiale odierna, gli Stati europei sono di due tipi: quelli piccoli e quelli che non hanno ancora capito di essere piccoli.
Questa sfida presenta un primo ostacolo: l’organizzazione della difesa. Il tempo per una transizione che porti ad un esercito europeo, rifornito da una industria europea, con processi di produzione e investimento comunitari non c’è. La Presidente della Commissione europea Von Der Layen propone il rafforzamento dei singoli per cui solo la somma potrà farà il totale; una soluzione che non convince del tutto ma che pare essere l’unica percorribile e forse non del tutto risolutiva. Le parole del Presidente francese – come è tradizione Oltralpe – sono quelle di un capo di Stato consapevole del ruolo guida che la deterrenza nucleare gli impone; toni aspri e drammatici che mai avremmo pensato di dover ascoltare di nuovo, che rimandano al secolo scorso, spazio temporale in cui è rimasta la Russia, è rimasta la Cina, è tornata l’America e viene trascinata l’Europa.
*Consigliere Comunale PD di Perugia