Una breve premessa è necessaria: ho un sacro rispetto per la memoria che dobbiamo avere nei confronti della barbarie che le leggi razziali, tedesche e italiane hanno rappresentato, rappresentano oggi e rappresenteranno in futuro nella storia degli uomini per il solo fatto di essere state concepite, e per le tragedie che hanno prodotto e consumato; ho una riconoscenza immensa per la guerra partigiana e per i partigiani che, pur nella coscienza di essere una parte, hanno lottato, rischiato e in molti perso la vita per ristabilire i valori della libertà e dell’uguaglianza di tutti.
Ho vissuto dolorosi pellegrinaggi ad Auschwitz e negli altri campi di sterminio, ho scritto anch’io “mai più” sui quaderni dei visitatori, ho portato i nipoti e ora anche i bisnipoti nei dolorosi pellegrinaggi, ma tutte le volte e tutti i 27 gennaio mi pongo le stesse domande: “quante memorie dimentichiamo? E quanti genocidi ed etnocidi dimentichiamo che pur rappresentano i disvalori della e nella storia degli uomini; tutti devono appartenere a tutti e alle nostre memorie”.
La risposta purtroppo è drammatica: le dimenticanze sono tante, troppe, e tutte giustificative degli orrori compiuti dagli uomini bianchi nella loro rincorsa alle “terre”, alle ricchezze non loro, all’esaltazione della loro supremazia in quanto possiedono tecnologie utili a uccidere con maggiore velocità, a scavare nelle miniere con maggiore efficienza, a lavorare la terra cercando sempre maggiori produzioni nelle quantità, anche se sempre più scarse nella qualità.
Non ho bisogno di altre perifrasi. Tutti i 27 gennaio penso ai nativi americani, del nord e del sud America, alle centinaia di migliaia di africani deportati e ridotti in schiavitù, alle bombe al napalm sul Vietnam, alle apartheid nei paesi africani e orientali nel periodo coloniale, ai nativi dell’Australia, ai Curdi, agli Armeni…
Quello che mi è doloroso sopportare è che non ci sia stato e non ci sia a tutt’oggi un gesto, un motto, un’azione di pentimento non da parte di alcuni ma delle istituzioni: un motto ufficiale in cui pubblicamente, e in modo eclatante, tutti riconoscano le proprie colpe nelle loro storie di etnocidi e genocidi.
In relazione agli ultimi avvenimenti penso soprattutto a quelle americane che sembrano aver dimenticato il genocidio dei nativi compiuto al grido di “morte al selvaggio”. Non hanno solo ucciso uomini, ma hanno commesso oltre al genocidio anche l’etnocidio. È stato un periodo molto lungo e doloroso, pieno di bugie e di falsificazioni, in cui anche i centri studi e di ricerca si sono accodati lasciando libertà di azioni ai coloni predoni e all’esercito sanguinario dei tanti generali Custer. Sono i decenni meglio conosciuti come la corsa al lontano ovest, iniziato in concomitanza con la scrittura della Dichiarazione dei Diritti della Virginia (1776) nella quale gli uomini bianchi scrivevano sul loro diritto alla vita, alla libertà e alla proprietà, presupposto concettuale e politico alla Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776.
Questo 27 gennaio, l’ennesima assenza di dichiarazioni istituzionali, chiare e universali, è stata resa ancora più drammatica dalle notizie che arrivano dagli Stati Uniti d’America dove questo ennesimo “uomo della frontiera” continua non solo a perpetrare i comportamenti alla John Wayne, ma li interpreta secondo la parte del cattivo. Con la sua auto-consacrazione a burattinaio capo rivendica il diritto di agire secondo il suo criterio di “giustizia”, ponendo come unico limite ai suoi comportamenti il suo senso della morale. L’uomo della frontiera, il colono perverso e arrogante, l’auto-elettosi burattinaio, considera legittimo solo il suo popolo bianco e il loro Stato nato sul genocidio.
Anni fa, in una riserva dei nativi americani (i Navajos nella Monument Valley), un nativo mi disse ridendo: “Sai che cosa si dice un nero mentre la mattina si guarda allo specchio? … ‘Meno male che non sono nato pellerossa’ “.
E ora, con la stessa legge della frontiera, vogliono cacciare tutti i non yankee e i non ricchi dagli USA. Ma se lo ricordano che i loro campi, le loro fabbriche, le loro città nascono su territori che coloni affamati di terra e di sangue hanno strappato via con la licenza di uccidere i nativi? I numeri sono chiari, sono stati uccisi popoli e culture; e se questo non è un etnocidio e un genocidio, ditemi allora che cosa è.
Quanto tempo ancora dobbiamo aspettare perché sia riconosciuta la colpa del genocidio e dell’etnocidio in terra americana?
Una grandissima parte della modernità sviluppatasi in terre non europee è stata prodotta e sorretta con il genocidio e l’etnocidio. Basta pensare che un intero subcontinente parla spagnolo e portoghese per triste sottomissione ai conquistadores che hanno ucciso, violato, rubato, e ora si continua a impoverire i pochi nativi che sono rimasti, in nicchie naturali sempre più sottili, con un lento e inesorabile etnocidio organizzato sull’assottigliamento del loro habitat.
E che dire di un intero continente in cui perfino il cinematografo ci fa vedere i nativi ”ab-origine” spinti nei burroni per la fame insaziabile di terra dei coloni, che a loro volta, pur parlando tante lingue, si sottomettono culturalmente ad una.
E che dire degli innumerevoli popoli orientali che parlano inglese e spagnolo, e di interi stati africani che parlano francese, spagnolo e portoghese?
E infine, dobbiamo dire che il disvalore di Netanyahu e dei coloni della Cisgiordania, unito al disvalore di Hamas, dimostra che due disvalori non fanno una virtù e tantomeno due colpe non fanno una ragione.
Allora, quand’è che ci decideremo a celebrare un giorno in cui sono espresse in modo esplicito “tutte le memorie”, per riflettere su tutte le nefandezze dell’uomo sull’uomo e dell’eterno valore della pace, della comunità e del lavoro che genera scienza, conoscenza e ricchezza per tutti?
