“Care studentesse, cari studenti, Magnifica rettrice, personale docente e tecnico amministrativo, Ambasciatore Lozano, Presidente Stefani, Autorità, Cara comunità dell’Università di Padova.
(…)
È da qui che vorrei partire: dalla frattura, ormai evidente, tra il futuro che ci invitate a costruirci e il presente che abitiamo.
“Studia, che il futuro è tuo, basta impegnarsi.”
“Un po’ di gavetta l’abbiamo fatta tutti.”
“Se vuoi puoi.”
Sono frasi che abbiamo sentito ripetere per anni. Frasi che ci siamo portati dietro come si porta un bagaglio. Come si porta una valigia.
Io quella valigia l’ho preparata a Modica, in Sicilia, quattro anni fa, per venire a studiare qui.
Dentro c’erano aspettative. Sacrifici. C’erano promesse.
La promessa che studiare sarebbe stato un investimento.
E invece, troppo spesso, la nostra generazione scopre che quando si parla di promesse questo Paese ha un’abitudine calcificata nel rimandare sempre avanti le risposte.
Ancora un esame. Ancora un tirocinio. Ancora un lavoretto in nero. Ancora un affitto sovrapprezzato da dividere. Ancora un po’ di pazienza.
Essere fuorisede, oggi, non è una parentesi romantica della giovinezza. Significa fare esperienza concreta di quanto costi, in questo Paese, costruirsi un’autonomia. Significa sapere che se il prezzo medio di una stanza è 500 euro allora anche un tetto sopra la testa diventa un privilegio, e mangiare, studiare, dormire, spostarsi, curarsi, può diventare un calcolo continuo. Significa lavorare mentre si studia, studiare mentre si è esausti, sentirsi in colpa quando non si regge tutto.
Non è “semplicemente” la vita. È il tempo storico in cui le nostre vite si trovano a passare.
La ricchezza cresce senza redistribuirsi, l’aumento della produttività non si traduce in salari più giusti, e il costo della vita continua a salire mentre il lavoro si fa più discontinuo e precario.
Studiamo, mentre la guerra torna a occupare il centro del presente e il riarmo viene proposto come unica soluzione possibile. Mentre l’amministrazione Trump opprime
interi popoli e nazioni sovrane, tra l’orrore delle bombe e la violenza delle deportazioni civili.
Ovunque osserviamo schiacciate la libertà e l’autodeterminazione dei popoli.
Guardiamo alle politiche di guerra statunitensi con una paura ancora maggiore di fronte alla sudditanza del nostro Governo. La forza si impone come strumento risolutivo e il diritto internazionale viene trattato come un ostacolo da aggirare quando intralcia gli interessi dei potenti.
Studiamo mentre ci abituiamo all’idea che interi popoli possano essere cancellati sotto i nostri occhi, che intere città possano essere distrutte in diretta, e che perfino di fronte al genocidio a Gaza ci vengano chiesti compostezza e neutralità.
Nel mentre la catastrofe climatica avanza non come l’annuncio remoto di un pericolo, ma come una realtà già presente nei territori e nelle esistenze. Basti pensare all’aria che respiriamo qui in Pianura Padana. E per me significa pensare subito anche alla mia regione, alla Sicilia. Alla siccità, agli incendi, alle immagini di Niscemi, a come capitato forse a tante altre regioni del sud, ne abbiamo parlato meno del necessario. Sono immagini che ci ricordano come questa crisi non appartenga al domani, ma al nostro presente.
C’è un proverbio siciliano che dice: “Cu nesci, arrinesci.” Chi esce, riesce.
Però non dovrebbe essere un augurio. Quando partire diventa una necessità non è più libertà: è mancanza di alternative.
È per questo che oggi la partenza, dalla propria regione prima e dall’Italia poi, non hanno più a che fare soltanto con la terra da cui veniamo, o con le aspirazioni che inseguiamo. Diventa una condizione diffusa dell’essere giovani, qui e ora, in Italia.
Davanti a noi, allora, ci sono due strade.
La prima ce l’avete insegnata voi: lasciar correre, accettare supinamente la natura del presente e lasciarci definire dalla retorica che ci dipinge come una generazione disgregata, svogliata. Fragile.
Ce lo siamo sentito ripetere così tanto in questi anni.
Ci sentiamo fragili, a volte, perché la solitudine può soffocare, togliere il respiro, può uccidere.
Abbiamo ereditato individualismo e competizione e non siamo ancora riusciti a scrollarceli di dosso, ma ora sappiamo quanto è importante curarci della nostra salute mentale.La seconda strada invece comincia dal guardarci tra noi, e dal mostrarci per ciò che siamo davvero.
Perché io, in questi mesi, ho visto altro. Ho visto una generazione che non si è ritirata nel privato, che non ha accettato di restare spettatrice. Ho visto 50mila persone riempire Prato della Valle, in autunno, contro il genocidio in Palestina, 300mila due giorni fa inondare le strade della capitale contro le politiche di guerra. Ho visto studenti e studentesse organizzarsi ogni giorno, nelle scuole e nelle università, costruire spazi anche dove gli spazi non c’erano e rispondere con decisione dove quegli spazi sociali vengono chiusi.
Ho visto la forza di non girarsi dall’altra parte: di prendersi cura del compagno di banco che sta male e insieme di sentire come propria la sorte di un coetaneo dall’altra parte del mare.
Ho visto anche, forse per la prima volta, dopo il Referendum del 22 e 23 marzo, parlare di noi senza paternalismo, ho visto giornali titolare “I giovani trainano il voto”.
Fa un certo effetto.
Noi giovani di cui parlate oggi non siamo comparsi all’improvviso. Esistevamo anche prima. Ci organizzavamo anche prima. Lottavamo anche prima. Solo che troppo spesso avete scelto di non vederci.
Questa è la mia tessera elettorale. Sopra ci sono tre timbri. Tre. E non perché gli appuntamenti elettorali siano stati pochi, ma perché da quando vivo fuori non ho potuto esercitare il mio diritto di voto. Io non ho votato grazie a questo Paese: ho votato nonostante questo Paese.
5 milioni sono i fuorisede in Italia. In 20.000 sono riusciti a votare come rappresentanti di lista nel luogo in cui vivono, nonostante sia stato scelto di fare di tutto per ostacolare il voto fuorisede, le persone si sono organizzate lo stesso per fare ciò che spaventa di più chi governa senza voler essere disturbato: partecipare.
E allora, proprio perché abbiamo imparato a guardarci per ciò che siamo davvero, oggi ci sentiamo abbastanza forti da chiedervi conto delle vostre responsabilità.
(…)
Ministra Bernini, mi rivolgo anche a lei. Intervenire sull’università dovrebbe significare, prima di tutto, ascoltare chi la vive e la manda avanti ogni giorno. Se lo avesse fatto, avrebbe sentito studenti, dottorandi e ricercatori chiedere conto del sottofinanziamento strutturale dell’università pubblica e di una precarietà che attraversa tutte le fasi della formazione e del lavoro accademico.
È un quadro segnato da risorse asfittiche, che colpisce gravemente i giovani ricercatori, spesso retribuiti con borse inadeguate rispetto al costo della vita e impiegati con contratti privi di tutele e stabilità. Trascurare l’università pubblica significa rinunciare all’innovazione e privare il Paese del capitale umano e culturale necessario per costruire il proprio futuro.
Il semestre filtro, Ministra, è solo l’ultima di una lunga lista di mancanze a cui non state dando risposta.
Da ultimo, nel tentativo di rappresentare questa comunità studentesca, sento la necessità di rivolgermi a chi più di tutti dovrebbe rappresentare noi come cittadini, ovvero al Governo di questo Paese.
Vediamo lo sguardo che riservate alla nostra generazione: avete contribuito a costruire un clima in cui chi partecipa viene guardato con sospetto, in cui chi protesta viene raccontato come pericoloso, in cui chi si organizza diventa un problema da neutralizzare. E questo clima non colpisce soltanto chi scende in piazza, ma si abbatte con particolare violenza anche su tutte quelle comunità che questo Paese continua troppo spesso a trasformare in capro espiatorio: le persone queer, le persone migranti, chi vive la povertà, chi abita i margini e viene sistematicamente raccontato non come parte della società, ma come una minaccia da isolare e colpevolizzare.
È così che si impoverisce la vita democratica di questo Paese. Perché una democrazia muore non solo quando si reprime il dissenso, ma anche quando si sceglie di isolare, colpevolizzare e rendere invisibili le persone che avrebbe il dovere di proteggere. E allora il messaggio che arriva a un’intera generazione è semplice e terribile: state zitti, adattatevi, non disturbate.
Proprio l’Accademia che oggi ci troviamo a celebrare, invece, ci insegna che nei momenti di incrocio della Storia non abbiamo scelta, se non compiere delle scelte.
Noi abbiamo già deciso. Parteciperemo in tutti i modi che conosciamo: ci prenderemo cura di chi viene lasciato indietro e ci organizzeremo insieme, senza mai voltarci dall’altra parte. (…)”
*Stralcio del discorso della rappresentante degli studenti dell’università di Padova Paola Bonomo, 22 anni, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico.
