Il Piano d’azione italiano per l’Economia sociale elaborato dal MEF, in collaborazione con i ministeri competenti in materia di lavoro e impresa, rappresenta la risposta del nostro Paese alla Raccomandazione del Consiglio europeo dello scorso 27 novembre 2023.
L’intento del Piano è quello di costruire una visione comune dell’economia sociale come infrastruttura strategica in grado di valorizzare con strumenti concreti le esperienze che producono impatto positivo nelle comunità e nei territori, e perimetrare i soggetti facenti parte del sistema dell’economia sociale, individuando le azioni e le iniziative volte a promuovere le attività e lo sviluppo dei relativi modelli organizzativi al fine di favorire il perseguimento di finalità di interesse generale e collettivo. Economia sociale come infrastruttura strategica per valorizzare l’impatto sui territori, inquadrandone i soggetti e promuovendo l’interesse collettivo.
Non si tratta, come inizialmente ipotizzato, di un decreto del Presidente del Consiglio, bensì di un passaggio informativo: il Piano non introduce dunque misure immediatamente operative, ma segna un importante passo in avanti nella costruzione di una cornice strategica decennale per l’economia sociale.
Il 2 luglio scorso, infatti, il Consiglio dei Ministri, a seguito di una consultazione pubblica, ha esaminato l’informativa sul Piano che individua quattro grandi categorie di soggetti: Terzo settore, cooperazione, sport dilettantistico ed enti religiosi. Così è passato alla firma del sottosegretario al MEF. Si tratta di un Action Plan italiano per lavorare alla costituzione di una direzione generale ad hoc su questi temi. Un Piano in 136 punti e con 4 aree tematiche future: la parte fiscale, la parte finanziaria, gli appalti e la formazione. Un primo passo per scriverne il modello di sviluppo.
Le finalità che si perseguiranno tramite il Piano d’azione saranno essenzialmente due:
- in primo luogo individuare gli enti che rientrano nel quadro dell’economia sociale e che rispettano i parametri individuati nella Raccomandazione: il primato delle persone e delle finalità sociali o ambientali rispetto al profitto, il reinvestimento della totalità (o di maggior parte) degli utili per scopi non egoistici e una governance democratica o partecipativa;
- il secondo asse del Piano d’azione è quello di definisce un programma decennale e un sistema di monitoraggio per verificare la concreta attuazione degli obiettivi anche attraverso la creazione di una struttura dedicata presso il ministero dell’Economia. Tra gli obiettivi la transizione ecologica ed energetica, la valorizzazione dell’amministrazione condivisa, del volontariato e dell’attività filantropica e il rafforzamento del ruolo dell’economia sociale nelle politiche del lavoro.
Sul fronte formativo, inoltre, si propone l’inserimento dell’economia sociale nei percorsi scolastici e universitari, l’attuazione di percorsi rivolti alla Pa e l’ideazione di iniziative volte a favorire la misurazione dell’impatto sociale.
Ma entriamo nel merito.
Perimetro nazionale
Con il presente Piano l’Italia valorizza l’intero sistema dell’economia sociale riconoscendone il ruolo centrale nello svolgimento delle attività di interesse generale, ed in particolare le peculiarità del modello nazionale con l’obiettivo di promuovere le possibili condizioni affinché le organizzazioni dell’economia sociale possano prosperare con un impatto trasformativo sulla società, sia in termini economici che sociali.
Il Piano presenta un insieme di impegni comuni assunti da diversi attori che, a titolo diverso ma in forma coordinata, possono e intendono concorrere allo sviluppo dell’economia sociale in Italia. In esso convergono tanto gli aspetti relativi alle politiche e agli interventi pubblici – a livello nazionale, regionale e locale – quanto le azioni e le iniziative intraprese dai soggetti privati, e in primo luogo dalle stesse organizzazioni dell’economia sociale.
Nell’ordinamento italiano, pur essendo assente una definizione giuridica di ente o soggetto dell’economia sociale, sono presenti quadri regolatori stabili che presentano profili di interconnessione tra loro e che identificano un insieme di enti dotati di una specifica qualifica ovvero costituiti in una determinata forma giuridica (come nel caso di quella cooperativa e degli Enti del Terzo Settore ETS).
Perimetro europeo
Nel 2021 l’UE ha aggiornato la sua Strategia industriale identificando nell’“economia sociale e di prossimità” uno dei quattordici ecosistemi industriali per la resilienza, l’autonomia strategica e lo sviluppo sostenibile del mercato unico dell’UE. L’economia sociale e di prossimità viene riconosciuta dalla Commissione europea come sistema trasversale, in quanto comprendente entità che operano in tutti i settori economici. Ecco la definizione elaborata a livello europeo e riportata nella Raccomandazione:
Insieme di entità di diritto privato che forniscono beni e servizi ai propri membri o alla società, e che include forme organizzative come le cooperative, le mutue, le associazioni (compresi gli enti di beneficenza), le fondazioni e le imprese sociali, nonché altre forme giuridiche, che operano in conformità con i seguenti principi e caratteristiche fondamentali: i) il primato delle persone e delle finalità sociali o ambientali rispetto al profitto; ii) il reinvestimento della totalità o della maggior parte dei profitti e degli avanzi di gestione per perseguire i propri scopi sociali o ambientali e per svolgere attività nell’interesse dei propri membri/utenti (“interesse collettivo”) o della società in generale (“interesse generale”); iii) una governance democratica o partecipativa.
Agli Stati membri è indicato l’obiettivo di adottare o aggiornare rapidamente le strategie per l’economia sociale e che riferiscano alla Commissione sui progressi compiuti nell’attuazione entro quattro anni dall’adozione (2027) e dopo ulteriori cinque anni (2032), ciò per promuovere un impegno comune e un sistema di monitoraggio condiviso che possa, nel tempo, favorire il consolidamento di una cultura dell’economia sociale in Europa.
Sguardo internazionale
La rinnovata attenzione al tema dell’economia sociale non si limita, tuttavia, al solo contesto europeo. Recentemente si sono susseguiti diversi riconoscimenti da parte di istituzioni internazionali che vedono nell’economia sociale una leva di sviluppo globale capace di adattarsi ai diversi contesti geografici. Nel 2022 l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ha adottato la Risoluzione sul lavoro dignitoso e l’economia sociale e solidale, in occasione della centodecima sessione della Conferenza Internazionale del Lavoro. Nello stesso anno, anche l’OCSE ha adottato la Raccomandazione del Consiglio europeo sull’economia sociale e solidale.
Il percorso dal fare
Di fatto per lungo tempo si è pensato all’economia sociale come ad una leva di riparazione del modello industriale predominante, o ad una sezione specialistica dell’economia, o ad una parentesi di buonismo del sistema. Ma non bastano più le “esternalità positive”, occorre che la dimensione del valore sociale diventi parte integrante delle pratiche di sviluppo. La biodiversità organizzativa e imprenditoriale che caratterizza l’economia sociale non è un limite alla competitività: è una nuova forma di mercato, fondata sulla cooperazione, sulla cura dei legami e sulla capacità di generare valore condiviso.
Necessario superare la dicotomia tra economico e sociale, ricomponendo una frattura che ha impoverito il pensiero economico moderno. L’economia sociale ci invita a passare ad un approccio in cui il valore da generare non si misura solo in termini di profitto, ma creando benessere diffuso e rendendo tangibile l’impatto sociale prodotto. Oggi è necessario costruire un’economia dove il benessere diffuso divenga la misura della produttività e la giustizia sociale venga incorporata nei processi produttivi.
L’economia sociale è una visione trasformativa che unisce la dimensione economica e quella sociale in un solo orizzonte di senso: dove le regole, le istituzioni, gli strumenti non possono mai essere separate dalla sostanza, cioè dal suo fine sociale.
Il Piano, di fatto, è un passo avanti importante che riconosce formalmente l’economia sociale come uno dei pilastri del nuovo modello di sviluppo, che tiene conto della crisi antropologica e riposiziona la convivenza umana su basi partecipative. L’identità dell’economia sociale, infatti, non nasce solo dalla sua struttura giuridica, ma dal modo in cui viene percepita e legittimata dal corpo sociale. È un modello relazionale che si alimenta di fiducia, reciprocità e partecipazione.
Verso un’economia integrata
A ben vedere, però, se da una parte è finalmente emersa l’esigenza di dare cittadinanza all’economia sociale tra gli ecosistemi capaci di creare sviluppo, dall’altra ci rendiamo conto che le complesse articolazioni della stessa non sono ancora state tutte considerate e legittimate.
L’azione dell’economia sociale si lega fortemente al concetto di sostenibilità, visto il contributo dato in termini di benessere diffuso, di sicurezza, salute, istruzione, opportunità legate al buon lavoro, allo sviluppo della comunità e alla qualità ambientale. Tuttavia l’economia sociale non può puntare solo “sullo sviluppo a misura delle persone”, come ha scritto Gabriele Sepio su il Sole 24 Ore lo scorso 18 ottobre. Oggi il contesto storico in cui viviamo — segnato da disuguaglianze, crisi ambientale, transizioni tecnologiche — ci chiede molto di più, ci chiedo un approccio integrale.
L’economia sociale non è un perimetro da delimitare, ma un’apertura da alimentare, con nuovi attori, nuovi linguaggi, nuove metriche del valore. Non solo è necessario avvicinare e sintonizzare chi già fa parte di questo mondo, ma creare le condizioni perché altri possano riconoscersi, innovare, contaminare e trasformare: il valore nasce quando iniziamo a disegnare le connessioni tra di esse, quando l’insieme diventa visione. Significa credere che il Piano possa essere un punto di partenza, uno strumento di emancipazione e non solo di crescita, che apra ad una stagione nuova: sta a noi renderla feconda, trasformare l’economia in attenzione anche verso i Beni Comuni. Non accontentarsi del riconoscimento, ma assumersi la responsabilità del cambiamento.
Ed a tal proposito, sottolineo la particolare assenza dal Piano dell’economia di comunione, necessaria alla cura ed alla tutela dei Beni Comuni. Quell’economia che rimarrà sempre radicata nei territori, impossibilitata a delocalizzare! Quell’economia che tutela il capitale naturale, il patrimonio culturale e paesaggistico, le infrastrutture strategiche, che non li trasforma in presidi estrattivi, ma li cura e li valorizza per tramandarli con maggiore bellezza e ricchezza alle future generazioni.
Economia sociale: serve il pilastro della comunione
Non possiamo tornare a mettere al centro dello sviluppo “solo l’uomo”, ma è necessario recuperare la relazione tra lo stesso e la casa comune.
Con il concetto e il termine di “economia sociale” al momento si delinea un perimetro, un’identità riconoscibile, nei diversi contesti culturali ed organizzativi, come produttiva e non, come appartenente al settore pubblico – di cui condividono in parte gli obiettivi di interesse generale – o privato – con cui condividono la natura privata dei promotori e, in parte, le modalità di gestione. Queste e molte altre categorie non sono più adeguate a sorreggere i nuovi pilastri dell’economia sociale, ed in particolare quella di comunione, che è necessario inserire e prevedere.
Provo a tratteggiare qualche esempio per entrare meglio all’interno del concetto di economia dei Beni Comuni: l’attività di cura, di tutela, di salvaguardia e di valorizzazione di un “Fiume” può essere indicata col settore produttivo, commerciale o terziario avanzato? O con altre categorie ATECO? Il “Fiume” è dello Stato o può essere Privato?
I Beni Comuni, così come un “Fiume”, un “Monte”, un “Bosco”, un “Golfo”, e via dicendo, “o sono di tutti o non sono Comuni”.
Forse sarebbe opportuno iniziare a parlare di “economia integrale”.
*da Eco in città, magazine e guida per la sostenibilità urbana, 14/07/2026
** Prof.ssa di Antropologia Organizzativa, Presidente Fondazione Comunia, Presidente OsPTI, Presidente Centro Cultura e Studi Giuseppe Toniolo Torino – Amici dell’Università Cattolica, Women On Board
