Di fronte ad un quadro geopolitico globale che, grazie anche alle scelte di Donald Trump fondate sull’irrazionale binomio tra guerra e affari, va spostandosi verso un bipolarismo Usa-Cina, la condizione dell’Unione Europea sta diventando sempre più difficile.
Considerata dal presidente americano come un progetto anomalo, di Paesi “scrocconi” nei confronti degli Usa, da ricondurre rapidamente alla precedente realtà di un insieme di Stati nazionali sotto il dominio americano, essa è stata frontalmente attaccata da Trump che ha rimesso in discussione il tradizionale ruolo degli Usa teso a garantire la sicurezza degli Stati europei.
In tale contesto Donald ha attaccato ripetutamente l’Europa e la stessa premier italiana Giorgia Meloni, per non aver sostenuto adeguatamente gli Usa nella loro guerra in Iran, prescindendo da ogni reale loro coinvolgimento preventivo e dal carattere illegale di tale conflitto alla luce del diritto internazionale.
Con tale svolta ricade inevitabilmente sull’Europa il compito fondamentale della propria difesa e sicurezza in un contesto internazionale dove il pericolo di conflitti risulta in aumento, constatata anche, la crescente pressione russa su diversi Stati europei, Polonia in particolare.
Per L’Europa, la difesa comune rappresenta comunque una sfida decisiva per acquisire la vera dimensione istituzionale di soggetto politico autonomo e indipendente in un contesto geopolitico nel quale essa rappresenta un terzo incomodo tra le due potenze globali di Usa e Cina e, in quanto tale, considerata negativamente da entrambi e dalla stessa Russia di Putin.
In questa difficile fase l’Europa brilla soprattutto per la sua stentata crescita. Mentre Stati Uniti e Cina investono migliaia di miliardi nei settori decisivi nella IA, nei semiconduttori, nella robotica e manifattura avanzata, l’Europa non riesce a dare continuità agli investimenti tramite l’accensione di debito comune e rimane inevitabilmente fuori gioco. Il suo patrimonio di valori di libertà, tutela della persona, equilibrio e sostenibilità sociale, gli conferisce autorevolezza nella mediazione dei conflitti ma il suo troppo lento cammino di crescita la pone ai margini.
In definitiva vale quanto scrive Mario Draghi nel suo ultimo libro: “Competere o sparire”. Nella sua evoluzione storica l’Ue è stata trainata soprattutto dall’asse franco-tedesco che anche attualmente sostiene l’Unione ma non riesce a sollecitarla e guidarla. Ciò per le contraddizioni interne, di questi due Paesi, per effetto della conflittualità politica dovuta alla forte crescita dei partiti di destra (Rassemblement national in Francia e AfD in Germania) che puntano a conquistare la maggioranza nelle prossime elezioni.
Più in generale assistiamo ad una crescita della destra diffusa nel territorio europeo, compresa l’Italia, che sta cercando di mettere in discussione la stessa finalità del processo di costruzione dell’Europa, proprio nella fase in cui essa è sottoposta ad un duro attacco politico per scardinarla. Questo è il momento di reagire con tutte le energie disponibili per dare una prospettiva concreta allo sviluppo dell’Ue.
Innanzitutto, è necessario che l’Europa sia consapevole dei propri mezzi, ritrovi la fiducia in sé stessa e nella sua vocazione a diventare una presenza indispensabile nel futuro ordine mondiale. A questo punto, la necessità di cambiare alcuni ambiti e regole che consentano di accelerare il cammino diventa improcrastinabile.
I punti di attacco per il cambiamento sono rappresentati dalla Difesa europea e dall’allargamento delle cooperazioni rafforzate in vista del superamento del diritto di veto dei singoli Stati. Sulla difesa europea, dopo la contrastata decisione nella Nato, sollecitata da Trump, di portare le spese militari dei singoli Stati al 5% del Pil entro il 2035, esiste il pericolo che la difesa comune europea venga dilazionata sine die bloccando così il raggiungimento di una più completa identità istituzionale dell’Ue.
Nel recente vertice Nato di Ankara, grazie anche alla irrazionale volubilità di Trump, c’è stata una certa riduzione della durezza degli attacchi all’Europa ma non è cambiato il loro carattere di scontro totale, anche se non si è espressa la volontà Usa di lasciare l’Alleanza, ma di realizzare una riduzione della presenza Usa in Europa.
Ma paradossalmente sarà proprio la Nato che stimolerà una nuova ripresa dell’Europa. Di fronte a questo scontro Usa-Europa, la premier Meloni, pur essendo coinvolta personalmente, dopo essersi difesa distinguendo l’alleanza dell’Italia con l’America dai giudizi del presidente Trump, sullo scontro Usa-Europa ha fatto un po’ il pesce in barile, dimostrando che le sorti dell’Europa non sono proprio all’apice delle sue preoccupazioni.
Per limitarsi al problema della Difesa, la premier ha sollevato alcuni problemi circa le modalità del raggiungimento del 5%, ma si è guardata bene di far riferimento all’Europa sia in termini di ricorso ai prestiti del Safe per facilitare l’obiettivo, sia nel mantenere le risorse relative in Italia. In altri termini non si è discostata dalla sua posizione antieuropea, contraria a trasferimenti di sovranità nazionale all’Ue, prevista dall’art, 11 della Costituzione.
Di fronte a questa posizione che cambia radicalmente la linea politica dell’Italia sull’Europa, e che, da Paese fondatore, ha assunto una linea contraria, senza che un cambiamento del genere avvenisse senza un voto formale del Parlamento. Evidentemente anche la sensibilità europea dell’opposizione lascia a desiderare, e questo rimane uno dei limiti che rende quanto mai difficile per il centrosinistra vincere le prossime elezioni politiche.
