In questi giorni si stanno intrecciando due interpretazioni e gestioni della parola “stabilità” nella dialettica politica e sociale del nostro Paese. Sullo sfondo, c’è la grande incertezza della pace nel mondo, che ovviamente, sulla stabilità ha qualche significativa influenza, ma è un altro discorso.
La prima rappresentazione sta avvenendo dentro e fuori il Parlamento, la seconda nel Paese e in particolar modo tra le rappresentanze dei lavoratori e delle imprese. Esse ruotano intorno al tema del buon governo del benessere dei cittadini e dell’armonia delle relazioni sindacali, avendo come asse comune una metodologia di scelte e comportamenti efficaci e durevoli.
Sul piano politico tiene banco la riforma della legge elettorale. La coalizione di maggioranza, a garanzia di una futura e maggiore stabilità del quadro politico, vuole una legge che persegua sostanzialmente l’obiettivo originario del premierato. Lo articola: con l’indicazione sulla scheda del candidato alla Presidenza del Consiglio, indebolendo di fatto l’autorità del Presidente della Repubblica; con un premio in seggi per la coalizione che raggiunge il 42% dei voti espressi, assicurando al Governo una robusta anche se formale maggioranza (come dimostra la vicenda alla Camera dei franchi tiratori, sull’emendamento per le preferenze); con l’eliminazione dei collegi uninominali, anticamera del vantaggio riservato ai “signori delle tessere” rispetto ai “signori dei voti”, opzione privilegiata indipendentemente dalla valutazione se questa soluzione ridurrebbe o amplierebbe la partecipazione al voto dei cittadini.
Se anche il Senato confermasse il testo della Camera – con o senza la correzione delle preferenze – avremmo indubbiamente una legge elettorale che sancisce una visione verticale della democrazia. Essa può avvicinare pesantemente l’Italia alle “democrature”. Ai Paesi dove si vota un Parlamento, ma è consentito che ad una minoranza dei potenziali rappresentati è assicurata una maggioranza di rappresentanti, tra l’altro scelti dai partiti.
E’ probabile che ci siano elementi di incostituzionalità in questa legge. Di certo, se ne occuperanno i giudici della Corte Costituzionale, per i rumors che si sentono dai banchi dell’opposizione. A meno che non si vada ad elezioni anticipate.
Ma è indubbio che la visione della stabilità che viene affermata è estremamente calata dall’alto, è profondamente divisiva e potenzialmente autoritaria ed è carica di incognite sul destino dei diritti civili e politici degli italiani. Quel che sta avvenendo attorno al caso Roggero – con un coro tra il pietista e il vendicazionista, ma che punta ad eliminare ogni condizionamento alla legittima difesa – è un assaggio di ciò che può succedere con un Parlamento sostanzialmente in mano al Presidente del Consiglio. E tutto ciò, “nel convincimento che l’autorità dell’Esecutivo faccia da misura e limite a sé stessa” (Mariano Croce, Quei limiti che la destra non riesce a sopportare, Domani 19/07/2026).
Dicono: lo vuole il popolo, l’opinione pubblica. C’è stanchezza delle lungaggini della democrazia partecipata, dei riti considerati inconcludenti, delle conseguenti norme e amministrazioni di esse che fanno a cazzotti con le esigenze di velocizzazione e semplificazioni che esprimono i cittadini. Diamo una svolta.
E’ solo in parte vero. La società civile è meno approssimativa di quanto viene rappresentato dai teorici del malumore. C’è bisogno di stabilità, ma non a qualsiasi costo. Ce l’ha dimostrato il NO al referendum sulla magistratura, vissuto dai proponenti come un maglio picchiato sulla divisione dei poteri prevista dalla Costituzione e negato da un voto di massa, mai visto nelle tornate delle elezioni politiche degli ultimi anni. E ciò, non perché la gente sia soddisfatta di questa magistratura, ma perché non ha trovato in quel referendum le soluzioni vere ai mali che l’affliggono.
Questa dimostrazione di maturità civile e democratica non è una “una tantum”. In queste ultime settimane, lo stanno ribadendo gli imprenditori e lavoratori che, attraverso le loro rappresentanze, stanno discutendo come darsi uno Statuto di comune gestione delle grandi trasformazioni che si profilano con le transizioni ambientale, digitale e demografica che inevitabilmente si deve basare sul reciproco e misurabile riconoscimento.
Allo stato, il dato certo è che CGIL, CISL e UIL hanno elaborato una loro posizione unitaria sulla certificazione della rappresentanza, che ha una ricaduta sulla esclusiva validità dei contratti più rappresentativi, tagliando le unghie ai “contratti pirati”, oltre a prefigurare un sistema più stabile di contrattazione collettiva ai vari livelli negoziali, a partire dalla definizione più appropriata del “salario giusto”.
Nello stesso tempo, le maggiori organizzazioni del mondo imprenditoriale hanno sottoscritto un documento molto interessante: delinea come va misurata la rappresentatività delle aziende associate, sia sul piano quantitativo che qualitativo e come definire i confini tra di esse, per evitare situazioni conflittuali. Va sottolineato che per la prima volta si è coagulata una sintonia più complessiva tra organizzazioni d’impresa che non hanno una storia consolidata di comunanza di opinioni. Un tempo la Confindustria faceva da apri pista, le restanti organizzazioni si mettevano in scia. Questa volta, c’è stato un vero lavoro tra pari.
Il senso di questa rivitalizzazione del ruolo delle parti sociali – era il 2018, quando si definì il Patto della fabbrica, tra CGIL, CISL, UIL e la Confindustria – travalica i contenuti dell’accordo che si profila. Può darsi che esso sarà meno futurista di quanto si potrebbe attendere; che sia condizionato dall’obiettivo di frenare le velleità del Governo di fare in proprio e solo per via legislativa; che soprattutto in alcuni settori, come il commercio, si vuole evitare principalmente la giungla dei contratti.
Ma il suo significato sociale e politico è che si intende scegliere di dare forma ad una prospettiva di stabilità delle relazioni nel mondo del lavoro interessato da una pluralità di soggetti, che operano nei territori e nelle aziende, che hanno in comune l’interesse a canalizzare le tensioni e non a reprimerle, ad evitare il braccio di ferro improduttivo, puntando ad un consenso condiviso.
Certo, il rischio che dalle parole non si giunga ai fatti. Ma sarebbe una perdita per tutti. Come prevede Giampiero Galli, “se le parti sociali non riusciranno a trovare un accordo, interverrà la magistratura, caso per caso. E non si può escludere che alla fine qualcuno cerchi di risolvere il problema con una norma” (A&F, Corriere della sera, 19/0/2026).
Vale la pena di essere fiduciosi che prevalga un’altra idea di come assicurare al Paese un modello di stabilità, che scommette sul confronto e l’intesa. Semmai il problema è se una simile prospettiva possa convivere con l’altra idea di stabilità che viene avanti dalla parte maggioritaria dello schieramento parlamentare. Il centro destra pare affascinato dalla possibilità di poter disegnare la prossima legislatura come un “grande fratello” che dall’alto della loro conquista del potere politico, possa orientare se non condizionare la società italiana.
Chi può, dovrebbe suggerire loro di leggere attentamente l’Enciclica di Papa Leone XIV. Scoprirebbero che stanno pensando di fare dell’Italia una Babele, mentre tra gli italiani, ci sono tanti che si stanno dando a fare per ricostruire Gerusalemme.
