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L’IA da infrastruttura mentale a ridefinizione del potere umano

Nel 2026 il vero campo di battaglia non sarà la tecnologia, ma la mente umana. Non vincerà chi usa l’AI di più, ma chi la integra senza consegnarle la propria sovranità intellettuale. Ne parliamo con Antonino Caffo, giornalista esperto di AI.

Nel 2026 l’AI non sarà più un luogo dove “andare”, ma qualcosa che agisce silenziosamente nei dispositivi che usiamo ogni giorno. Cosa succede a una società quando una tecnologia così potente diventa invisibile agli occhi di chi la utilizza?

Quando una tecnologia diventa invisibile, smette di essere uno strumento e diventa un ambiente. È esattamente ciò che è successo con l’elettricità: nessuno oggi si stupisce premendo un interruttore, eppure la società collasserebbe senza di essa. Quando l’Intelligenza Artificiale raggiungerà questo stadio di onnipresenza invisibile, assisteremo a una trasformazione radicale della cognizione umana. Il rischio maggiore non risiede nella tecnologia in sé, ma nell’atrofia del pensiero critico che questa invisibilità comporta. Se l’AI corregge le nostre bozze, suggerisce le nostre risposte e filtra le nostre notizie senza che noi dobbiamo fare uno sforzo consapevole per attivarla, iniziamo a percepire i suoi output non come elaborazioni statistiche, ma come verità oggettive o realtà naturali. Questa frizione zero crea una società estremamente efficiente ma intellettualmente fragile. Le persone potrebbero perdere la capacità di comprendere il processo che porta a un risultato, accontentandosi del risultato stesso. Diventiamo utenti passivi di una “magia” che non comprendiamo, delegando silenziosamente decisioni etiche, creative e logistiche a un substrato algoritmico che agisce sotto la superficie. La società del 2026 rischia di essere divisa non tanto per censo, quanto per consapevolezza: ci sarà una élite che capisce come funziona l’architettura invisibile e una massa che vive semplicemente al suo interno, ignara di come le proprie percezioni vengano costantemente modellate da essa.

L’adozione di massa dell’AI avviene proprio quando smettiamo di percepirla come straordinaria. Stiamo entrando in una fase di progresso maturo o in una nuova forma di dipendenza tecnologica inconsapevole?

Le due cose non si escludono a vicenda; anzi, sono storicamente correlate. La maturità tecnologica è, per definizione, il momento in cui la dipendenza diventa sistemica e inconsapevole. Stiamo entrando nell’era della “computazione ambientale”, dove l’intelligenza non è più una funzionalità aggiuntiva, ma il tessuto connettivo di ogni servizio digitale. Questa normalizzazione è necessaria affinché la produttività aumenti su scala globale, poiché elimina la barriera tecnica all’ingresso, ma porta con sé una vulnerabilità strutturale profonda. Non si tratta solo di dipendenza funzionale, come quella che abbiamo dallo smartphone, ma di una dipendenza cognitiva. Se l’AI diventa il mediatore predefinito tra noi e le informazioni, o tra noi e la creatività, stiamo appaltando funzioni cerebrali superiori. La fase di maturità che stiamo vedendo maschera una crisi di autonomia: nel momento in cui smettiamo di considerare l’AI straordinaria, smettiamo anche di interrogarci sui suoi limiti, sui suoi bias e sulle sue allucinazioni. Accettiamo l’errore della macchina come parte del rumore di fondo della vita quotidiana. Quindi, sì, è un progresso maturo dal punto di vista industriale, ma rappresenta una forma di servitù volontaria dal punto di vista intellettuale, dove la comodità viene scambiata con la competenza.

Si continua a ripetere che tutti dovranno acquisire competenze tecniche avanzate per sopravvivere nel mercato del lavoro. Non rischiamo però di preparare il 99% delle persone per lavori che non faranno mai?

Questa è forse la più grande illusione formativa del nostro decennio. Spingere l’intera forza lavoro verso l’iper-specializzazione tecnica o il coding avanzato è come insistere, all’inizio del XX secolo, che tutti dovessero diventare meccanici per poter beneficiare dell’automobile. La traiettoria dell’AI sta andando esattamente nella direzione opposta: l’abbassamento delle barriere tecniche grazie al linguaggio naturale. L’AI sta democratizzando la capacità di creare software, analizzare dati e generare contenuti, rendendo la sintassi del codice meno rilevante della logica e dell’intento. Preparare il 99% delle persone a diventare sviluppatori o data scientist significa addestrarli per un mondo che l’AI stessa sta rendendo obsoleto. Il vero valore nel mercato del lavoro del prossimo futuro non risiederà nella costruzione del motore, ma nella capacità di guidare la macchina verso destinazioni inedite. Stiamo rischiando di saturare il mercato di tecnici junior che verranno presto superati dagli agenti autonomi, lasciando invece scoperto il fianco sulle competenze di dominio, sulla strategia e sulla capacità di integrare l’AI in processi complessi. La formazione dovrebbe spostarsi dal “come costruire l’AI” al “come orchestrare l’AI” per risolvere problemi specifici in settori come la sanità, la legge, l’artigianato o il commercio.

Alcuni analisti sostengono che la vera competenza diffusa non sarà “sapere come funziona l’AI”, ma non averne paura. In che modo la capacità di sperimentare e combinare strumenti sta diventando più importante dello studio tradizionale delle hard skills?

La rapidità con cui evolvono i modelli di AI rende le hard skills tradizionali deperibili a una velocità mai vista prima. Ciò che impari oggi su una specifica libreria software potrebbe essere inutile tra sei mesi. In questo scenario, la capacità di sperimentare — il cosiddetto “tinkering” — diventa la meta-skill definitiva. Chi non ha paura di “rompere le cose”, chi approccia i nuovi modelli con curiosità ludica piuttosto che con timore reverenziale, sviluppa un’intuizione operativa che nessun corso tradizionale può insegnare. Questa attitudine è superiore allo studio accademico perché permette di vedere connessioni laterali. Mentre l’esperto tradizionale cerca di applicare vecchie regole a nuovi strumenti, lo sperimentatore senza paura combina un generatore di immagini, un analizzatore di dati e un modello linguistico per creare un flusso di lavoro completamente nuovo in un pomeriggio. La competenza si sposta dalla memorizzazione delle procedure alla fluidità nell’adattamento. In un mondo dove le risposte sono commodity a basso costo, la persona che non ha paura di porre domande sbagliate, di fallire velocemente e di riprovare, supera chi è paralizzato dalla ricerca della perfezione tecnica. È il passaggio dall’essere un archivio di conoscenze all’essere un motore di ricerca e sintesi vivente.

Molti professionisti oggi sono paralizzati: sanno che tutto cambierà, ma proprio per questo rimandano ogni investimento su sé stessi. Questa immobilità è il vero rischio sistemico dell’era dell’AI?

L’immobilità è assolutamente il rischio più grande, perché nasce da un errore di calcolo fondamentale: l’idea che esisterà un momento futuro di “stabilità” in cui sarà sicuro investire. Nell’era esponenziale, la stabilità è un concetto del passato. Chi aspetta che la polvere si posi scoprirà di essere stato sepolto da essa. Questa paralisi, spesso definita come “analysis paralysis”, porta i professionisti a obsolescenza immediata, non perché l’AI li abbia sostituiti attivamente, ma perché hanno perso il ritmo dell’adattamento evolutivo. Il rischio sistemico è la creazione di una vasta classe di lavoratori “congelati”, che non aggiornano le proprie competenze perché temono di scegliere quella sbagliata. Ma nell’era dell’AI, qualsiasi movimento è meglio di nessun movimento. Imparare a usare uno strumento che poi fallisce o cambia lascia comunque in eredità la forma mentis necessaria per imparare quello successivo. L’investimento su se stessi non deve essere mirato a una singola tecnologia, ma all’agilità mentale. Chi rimanda oggi non sta preservando risorse; sta accumulando un debito tecnico e cognitivo che diventerà presto impagabile, rendendoli incapaci di colmare il divario quando finalmente decideranno di muoversi.

Paradossalmente, mentre la tecnologia accelera, tornano centrali competenze antiche come psicologia, persuasione e branding. Perché l’AI sta rendendo più importanti le basi umane invece di sostituirle?

Questo fenomeno si spiega con il principio di scarsità economica. L’AI ha ridotto a zero il costo marginale della produzione di contenuti, del codice logico e dell’elaborazione dati. Quando l’offerta di “intelligenza logica” diventa infinita, il suo valore crolla. Di conseguenza, il valore si sposta su ciò che l’AI non può replicare autenticamente: l’empatia, la comprensione delle sfumature emotive, la fiducia e la connessione umana. L’AI può scrivere un testo di vendita perfetto grammaticalmente, ma non può capire veramente il dolore o il desiderio irrazionale che spinge un essere umano a comprare. La psicologia e la persuasione diventano centrali perché siamo inondati di rumore generato dalle macchine. Per tagliare attraverso questo rumore, serve un segnale profondamente umano. Il branding non è più solo un logo, ma l’unica garanzia di autenticità e responsabilità in un mare di contenuti sintetici. Più il mondo diventa algoritmico, più desideriamo interazioni che sentiamo “vere”. Le competenze umanistiche sono l’interfaccia utente definitiva per rendere la tecnologia palatabile e utile alle persone. Chi sa governare le emozioni e le relazioni userà l’AI come una leva potentissima; chi si affida solo all’AI senza queste basi produrrà solo merce generica e ignorata.

Con migliaia di siti di informazione generati automaticamente, il problema non è più “chi scrive”, ma “chi risponde di ciò che viene scritto”. Stiamo assistendo a un passaggio storico dal contenuto alla responsabilità?

Assolutamente sì. Stiamo assistendo alla transizione dall’economia dell’attenzione all’economia della fiducia. Fino a ieri, il collo di bottiglia era la creazione del contenuto; oggi il contenuto è infinito e gratuito, spesso generato da “bot farm” senza supervisione. In questo scenario, la firma umana, o il marchio editoriale, diventa un certificato di garanzia. Il valore non risiede nelle parole scritte, ma nella reputazione di chi ci mette la faccia affermando: “Ho verificato questo, ed è vero”. La responsabilità diventa il nuovo asset premium. In un mondo di deepfake e allucinazioni algoritmiche, la figura dell’editore, del curatore e dell’esperto che si assume il rischio legale e reputazionale di un’affermazione diventa insostituibile. Non pagheremo più per l’informazione in sé, che sarà ovunque, ma pagheremo per il filtro, per la validazione e per la responsabilità. Chi scrive non conta più se non c’è nessuno che risponde delle conseguenze di quello scritto. È un ritorno a una forma di giornalismo e professionalità quasi artigianale, dove la credibilità personale è l’unica valuta che l’inflazione dell’AI non può svalutare.

Guardando al 2026, la vera divisione non sarà più tra chi usa o non usa l’AI, ma tra chi la governa mentalmente e chi la subisce. Quale atteggiamento culturale farà la differenza tra queste due categorie?

La differenza culturale risiederà interamente nel concetto di “intenzionalità”. Chi governa l’AI la approccia con una tesi, un obiettivo e un forte senso critico; usa la macchina come un moltiplicatore della propria volontà, un esoscheletro per la propria mente. Questa categoria di persone sa cosa vuole ottenere prima di aprire il software e ha la cultura necessaria per giudicare se il risultato è valido o mediocre. Trattano l’AI come un subordinato talentuoso ma che necessita di supervisione costante. Al contrario, chi subisce l’AI approccia la tecnologia come un oracolo. Chiedono alla macchina “cosa devo fare?” o “scrivi questo per me” senza avere una visione propria, accettando passivamente l’output come la migliore risposta possibile. Questo atteggiamento porta a un’omologazione del pensiero e a una perdita di identità creativa. La discriminante sarà quindi la capacità di mantenere la propria sovranità intellettuale: la disciplina di usare l’AI per sfidare le proprie idee, non per sostituirle. Nel 2026, i “governatori” saranno coloro che coltivano una vita interiore ricca, letture profonde ed esperienze reali, perché solo chi ha un mondo interiore solido può dare direzioni significative a un’intelligenza artificiale.

Dal sito: www.rainews.it

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