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Abitare i paradossi. Navigare la complessità che non si risolve

Esiste un’applicazione che consente di orientarsi nelle grandi contraddizioni del lavoro contemporaneo. Si chiama Paradox AI. Non la troverete sugli store. Non potrete installarla sullo smartphone. Perché il dispositivo su cui deve girare è il vostro mindset.**

Prima di parlare di paradossi, occorre smontare un’illusione: l’idea che le imprese siano sempre esistite. Non è così. Nell’Atene del V secolo a.C. l’unità produttiva era l’oikos, la casa-famiglia allargata. L’economia non costituiva una sfera autonoma: era incorporata nelle relazioni sociali, politiche e religiose, come ha mostrato Karl Polanyi ne La grande trasformazione. Roma disponeva di strade e diritto, ma non inventò l’impresa: il commercio restava attività servile. 

La svolta arriva nel 1602, quando la Compagnia delle Indie Orientali olandese — 1.800 investitori, 50.000 dipendenti, centinaia di navi — crea la prima società per azioni della storia, introducendo personalità giuridica, responsabilità limitata e trasferibilità delle quote. La fabbrica del XVIII e XIX secolo aggiunge un’altra invenzione: il lavoro scandito dall’orologio, non più dal compito. Taylor lo misura, Ford lo mette in catena. L’impresa come la conosciamo è un artefatto storico, non una legge di natura. Riconoscerlo significa ammettere che il futuro è aperto.

Oggi le cinque aziende più capitalizzate al mondo valgono più del PIL dell’Unione Europea. Un algoritmo decide le notizie che leggiamo e i secondi in cui un magazziniere deve imballare un pacco. In questo scenario, chi gestisce persone si trova di fronte a tensioni che non ammettono soluzione definitiva. Non sono problemi — che si risolvono —, né dilemmi — che si decidono. Sono paradossi: situazioni in cui due esigenze opposte risultano entrambe vere e necessarie nello stesso momento.

Sette paradossi attraversano la pratica quotidiana del people management: controllo e autonomia, breve e lungo termine, individuo e collettivo, stabilità e cambiamento, efficienza e innovazione, uniformità e personalizzazione, trasparenza e riservatezza. 

Ciascun paradosso è una tensione tra due poli. Ogni polo ha vantaggi reali: il controllo garantisce standard e compliance, l’autonomia libera motivazione e iniziativa. Ogni polo ha costi reali: troppo controllo soffoca, troppa autonomia disperde. Collassare su uno dei due poli non risolve la tensione: la aggrava. Chi sceglie solo il controllo perde creatività e ingaggio. Chi sceglie solo l’autonomia perde coordinamento e qualità. Il punto non è trovare il “giusto mezzo” — compromesso statico che spesso produce il peggio di entrambi i poli — ma imparare a oscillare tra i due con consapevolezza.

Due tensioni meritano particolare attenzione. Il paradosso tra breve e lungo termine è stato drammaticamente accentuato dalla finanziarizzazione: le pressioni trimestrali spingono a tagliare formazione e sviluppo, sacrificando il futuro al presente. William Lazonick ha documentato come le grandi corporation americane abbiano progressivamente ridotto gli investimenti in R&D a favore dei buyback azionari. Ma un’azienda che non produce risultati nel breve termine non arriva al lungo termine. 

Il paradosso tra efficienza e innovazione riproduce lo stesso schema: la standardizzazione elimina le varianze, la sperimentazione le richiede. Clayton Christensen lo ha chiamato “il dilemma dell’innovatore”: Kodak era efficientissima nel produrre pellicole, Nokia dominava i cellulari — entrambe furono travolte dal polo che avevano trascurato.

La tradizione occidentale, erede della logica aristotelica, ci spinge a scegliere: A o non-A. La tradizione orientale ci insegna a tenere insieme: Yin e Yang. La ricerca di Wendy Smith e Marianne Lewis sulla paradox theory — premiata con il Decade Award 2021 dall’Academy of Management Review — dimostra che le organizzazioni sostenibili non eliminano le tensioni: le attraversano ciclicamente, oscillando tra poli opposti senza mai collassare su uno solo.

Come si naviga un paradosso? Quattro strategie operative.

La prima è il riconoscimento. Accettare che il paradosso è strutturale — non un difetto dell’organizzazione, non un’incompetenza del manager — è la precondizione per gestirlo. Finché lo si tratta come un problema da risolvere, si cercherà una risposta definitiva che non esiste.

La seconda è l’oscillazione temporale. Periodi di maggiore controllo seguiti da fasi di maggiore autonomia. Fasi di stabilità seguite da spinte al cambiamento. Charles O’Reilly e Michael Tushman hanno descritto le organizzazioni “ambidestre” come quelle capaci di alternare tra exploitation (sfruttamento delle competenze esistenti) e exploration (esplorazione di nuove possibilità), dedicando strutture e momenti diversi a ciascuno dei due poli. Non è simultaneità: è una sequenza consapevole.

La terza è la separazione strutturale. Unità diverse si concentrano su poli distinti: il reparto R&D esplora, la produzione ottimizza; il team di innovazione sperimenta, il team operativo standardizza. Questa separazione riduce il paradosso per i singoli, ma lo ricrea a livello di coordinamento tra le unità — e richiede una leadership capace di integrare i due mondi.

La quarta è il pensiero both/and. Superare la logica dell’aut-aut per abbracciare quella dell’et-et. Il paradox mindset — la capacità di tollerare e valorizzare le tensioni — è misurabile e sviluppabile. Smith e Lewis, nel loro Both/And Thinking (2022), lo traducono in pratica manageriale: non paralizzarsi di fronte alle contraddizioni, ma continuare ad agire con consapevolezza delle tensioni irrisolte. Come scrisse F. Scott Fitzgerald: il test di un’intelligenza di prim’ordine è la capacità di tenere in mente due idee opposte al contempo e di conservare la capacità di funzionare.

Navigare un paradosso non significa evitare le decisioni. Significa prendere decisioni consapevoli del trade-off implicito. Se scelgo di aumentare il controllo, devo sapere che sto riducendo l’autonomia percepita. Se scelgo di premiare il performer individuale, devo sapere che potrei compromettere la collaborazione. 

La consapevolezza del costo non elimina la necessità di decidere: la rende più informata. Le competenze più preziose non sono quelle che eliminano i paradossi, ma quelle che permettono di abitarli. Non è indecisione. È competenza manageriale.

*Head of Tim Academy and development

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