A Bologna, in questi giorni, si respira un clima di attesa. Soprattutto nei luoghi di lavoro e nel sindacato. C’è stato un passa parola che ha trovato eco sulla stampa, in televisione, sui social. Riguarda un evento del 20 giugno dello scorso anno. Uno sciopero dei metalmeccanici per il rinnovo contrattuale che non si è concluso con il tradizionale comizio in piazza ma con lo svolgimento di un corteo diretto alla tangenziale della città, occupandola.
Tutto si è svolto senza incidenti, con le macchine ferme ma con le persone che le occupavano pazientemente tolleranti. Ci sono le foto di conducenti che applaudono. Il corteo non era stato autorizzato dalla questura, anche se era stata informata per tempo, ricevendo anticipatamente le garanzie di buon governo della manifestazione spontanea.
Il blocco del traffico non è stato tanto lungo, non più di 45 minuti, da suscitare clamorosi malumori nell’opinione pubblica. Ne procurano di più e ininterrottamente i ritardi ferroviari. Il giorno dopo l’evento già non se ne parlava. Eccezion fatta per le stanze della questura e del tribunale. La denuncia è dunque partita. Come si dice, ha fatto il suo corso. Ora si attende di giorno in giorno, quello che allo stato è solo un mormorio: la comunicazione degli avvisi di garanzia per blocco stradale.
Se ciò dovesse accadere, indipendentemente dall’esito della eventuale successiva vertenza giudiziaria, saremmo di fronte a uno dei primi frutti avvelenati del Decreto sicurezza varato l’anno scorso. Non ammette discernimento, valutazione di merito, solo constatazione del fatto. E la condanna va da un’ammenda monetaria alla detenzione fino a due anni “se il fatto è commesso da più persone riunite” (art.14 del decreto-legge 11 aprile 2025). Da qui la crescente preoccupazione locale ma che acquista un significato nazionale.
In ballo in quei giorni c’era uno dei più difficili rinnovi del contratto nazionale dei metalmeccanici; c’era la pesantezza di già decine di ore di sciopero per convincere la controparte a trovare con i sindacati – determinatamente compatti, come ai tempi della FLM – una soluzione che avvenne soltanto a fine anno, con soddisfazione di entrambe le parti. Il tasso di sopportazione della categoria era ai minimi termini ed un’azione dimostrativa ma ordinata e circoscritta (ben altro era a disposizione se si fosse cercato il gesto clamoroso, per esempio il blocco dell’autostrada) era il minimo sindacale.
Nessuno mette in dubbio che la sicurezza delle libertà altrui debba essere messa come base di una convivenza civile e pacifica di una comunità, non facendo prevalere la libertà del più forte, del più prepotente, del più cinico. Ribadirlo di questi tempi è quasi una necessità. Ogni parallelo tra questa vicenda e i fatti di Torino del 31 gennaio di quest’anno sarebbe insensato. Lì non c’è stato uno scontro tra deboli contro forti, prepotenti, cinici; lì c’erano poliziotti – fra l’altro pochi e malpagati (viene in mente la poesia di Pasolini pro polizia del 1968 sugli scontri di Valle Giulia a Roma) – assaliti da facinorosi e ben organizzati professionisti del disordine che nulla avevano a che fare ( lo abbiano ben presente quelli che strumentalmente parlano di connivenze) con il resto del corteo che pacificamente aveva attraversato la città.
L’esigenza di avere antenne ben allertate sui rischi democratici è dettata dai troppi segnali internazionali e nazionali tendenti a mettere sotto i piedi tanto il diritto internazionale quanto le conquiste di democrazia e di civiltà di molti Paesi del mondo, compreso il nostro. E riguardano questioni così grosse che un corteo operaio in una città media italiana è l’equivalente di un granellino di sabbia in una spiaggia sconfinata.
Ma quel granellino può incarnare un valore enorme. Il diritto di dimostrare pacificamente le proprie rivendicazioni. Se fosse messo in discussione in nome di una generica sicurezza o di una potenziale insicurezza di interessi immediati e “superiori”, beh! ci sarebbe da preoccuparsi enormemente. Più precisamente, va detto che l’avviso di garanzia dovrebbe essere appunto “una garanzia” per chi lo riceve; in realtà è diventato una sorta di accusa. Come pure appare rischiosa la discussione in corso su un ulteriore giro di vite che vedrebbe l’introduzione di una cauzione a fronte della organizzazione di manifestazioni e la possibilità di arresti preventivi, di diretta memoria fascista. Questi elementi rappresenterebbero evidentemente una inaccettabile svolta securitaria, da rifiutare.
Quei lavoratori e dirigenti sindacali bolognesi non possono che avere la massima solidarietà da parte di chi vuole salvaguardare la società fondata sulla cultura delle garanzie. Siamo discendenti del pensiero di Cesare Beccaria, degli insegnamenti di Piero Calamandrei, della testimonianza di Giuseppe Dossetti, del sacrificio dei partigiani, non dei comportamenti da cow boys e della sicurezza affidata agli sceriffi. E quindi siamo pienamente fiduciosi di una Magistratura che non rinunci alla valutazione corretta del fatto, delle sue conseguenze, del suo significato valoriale. Nello stesso tempo, dobbiamo rimanere altamente vigili che, passo dopo passo, non si scivoli nelle grinfie della democratura.
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