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Alla ricerca della qualità perduta

Se ponessimo, in qualsiasi ambiente che non vuol apparire espressione del passato, la seguente domanda retorica: “Si può misurare la ricchezza di una nazione con il PIL che produce?” avremmo un grande silenzio da parte di chi vorrebbe dire , e una tanto grande risonanza di no che, a prescindere dalle differenze (e non solo sfaccettature) interne, riempirebbero la sala di “aneliti di futuro”.

In realtà questa domanda retorica camufferebbe una domanda non retorica e più generale: “Il mondo futuro (perlomeno di un futuro controllabile) deve organizzarsi ancora sulla cultura quantitativa o deve modificarsi introducendo i paradigmi di una cultura della qualità?”

Ed ecco la terza serie di domande, questa volta non retoriche (che non contengono cioè l’ovvia risposta): “Che cosa significa costruire una cultura della qualità? Da dove nasce? Da una nuova domanda o da una nuova necessità sociale? Dalle condizioni obiettive di impoverimento della ricchezza ambientale? Dalla fatica della natura di ristabilire le regole della resilienza? È troppo sperare che nasca da una ritrovata cultura qualitativa?”

Forse sì, ma forse no. Comunque vale la pena provarci perché introdurre la cultura qualitativa significa costruire e attuare nuove scuole e nuove professioni, nuovi processi produttivi e nuove scuole di formazione, nuova distribuzione sociale della ricchezza perché i valori qualitativi dell’abitare e del godere il mondo superino il piacere di possedere.

In sintesi e come ultima domanda: Fruire di condizioni ambientali sane e di servizi efficienti può sostituire il piacere di possedere oggetti e abitudini che contribuiscono ad impoverire la ricchezza ambientale e quindi il nostro benessere?

La grande sperequazione salariale, l’ineguale distribuzione delle ricchezze deriva da una cattiva distribuzione della torta ma anche dal fatto che questa torta con l’economia quantitativa non può crescere più di tanto e la sua crescita è riservata a chi la controlla nella produzione e nella gestione. Non ci sono più spazi per chi opera materialmente nei processi di produzione sia delle merci sia dei servizi.

Anche le arti liberali (così chiamate perché hanno permesso dal diciannovesimo secolo l’ascensore sociale), ansimano e spesso hanno salari inferiori ai produttori materiali delle merci.

Ma la cultura quantitativa, che ha sempre identificato il termine sviluppo con quello di crescita, ha ancora tutte le chiavi dell’organizzazione del consenso? È ancora importante nella formazione della ricchezza, nella distribuzione del reddito e nell’organizzazione sociale? O siamo noi che gliene lasciamo più di quelle che lei realmente abbia? Siamo andati nei luoghi di lavoro e di servizio a verificare se la società non sia più avanti di quello che pensiamo e soffra solo di parcellizzazione, sfiducia, non riconoscibilità?

Perché non usare i valori qualitativi come i nuovi presupposti della formazione della ricchezza, della distribuzione del reddito e dell’organizzazione sociale?

Il passaggio all’organizzazione sociale sui valori qualitativi è il presupposto per individuare nuovi obiettivi, nuovi processi e quindi nuovi lavori nella stessa forma del fare, nell’organizzazione produttiva, nell’organizzazione sociale affinché li accolga e li usi. 

Alcuni esempi sono facili da fare:

  1. Dimensionare i piani urbanistici sulla produzione o il risparmio della CO2;
  2. Riqualificare il patrimonio edilizio esistente con attenzione prioritaria al contenimento dei consumi energetici, coinvolgendo gli abitanti nel processo produttivo, creando così non solo un immenso mercato del lavoro a Km. 0 ma anche una riqualificazione ambientale di un comparto ad alta intensità di emissioni inquinanti
  3. Riqualificare i territori agricoli o della città diffusa secondo le regole dei distretti energetici o degli smart village;
  4. Riqualificare i processi manifatturieri in modo sistemico ed innovativo;

La forma economica che meglio permette di realizzare questo passaggio è l’economia circolare. Troppo spesso in questi ultimi scorci di tempo in cui questa formula ha preso piede, l’economia circolare è stata confusa con l’economia del riciclo che indubbiamente fa parte della prima, ma non la esprime interamente.

Provo a darne una definizione, anche se parziale e sommaria.

L’economia circolare

1. Studiare e proporre l’economia circolare significa entrare nella filosofia del mondo sistemico con le sue regole e le sue convenienze che giudicano, valutandolo, il valore dei processi insediativi e produttivi con teorie, metodi e verifiche olistiche.

Sul piano delle regole sostanziali e formali significa:

  • considerare ogni elemento introdotto come un potenziale disturbo dell’equilibrio e quindi da organizzare in modo tale che la sua gestione sia la più reintegrabile possibile in cicli ecologicamente sostenibili ed economicamente integrabili;
  • verificare se nei bilanci economici la voce costi (approvvigionamenti, gestione, manutenzione ordinaria e straordinaria, ecc.) può essere trasferita dall’abaco delle spese a quello degli investimenti. Questo significa passare dai processi manutentivi, gestionali e ristrutturativi a quelli riqualificativi, complementari/funzionali e sistemici, secondo criteri, norme e funzionalità circolari. Queste a loro volta saranno dettate dalle regole della complementarietà e della reciproca funzionalità tra gli elementi che compongono il sistema territoriale insediativo e la compensazione economica;
  • trovare tutti gli elementi di complementarietà economica che permettano la diminuzione dei costi di produzione del prodotto in sé (come strutturato nel ciclo produttivo dell’economia settoriale) attraverso la complementarietà economica di tutti i processi presenti, derivati e derivabili nell’insediamento.
  1. L’unitarietà della scienza e della conoscenza come fondamento teorico e fattuale per l’economia circolare 

L’economia circolare si basa sulla visione olistica della realtà e di conseguenza sulla complementarietà funzionale delle azioni.

Il mondo scientifico, programmatico e progettuale per organizzare i processi economici circolari con visione olistica ha, come necessità scientifica, quella di conoscere in modo unitario sia il sistema territoriale presente, e su cui graveranno le azioni, sia la sua nuova configurazione prodotta dalle trasformazioni. Ha bisogno, cioè, di utilizzare l’ecologia, nei principi che reggono gli ecosistemi naturali, come scienza applicata agli ecosistemi umani, sociali ed economici.

Quando il rapporto tra necessità umane e risorse naturali era a favore di queste ultime, quando resilienza era un vocabolo socialmente sconosciuto così come il processo che esprimeva, quando cioè le azioni di rigenerazione delle risorse e di assorbimento degli squilibri prodotti erano considerate naturali, quando la biosfera era in grado di assorbire e rispondere positivamente con la costruzione di altre risorse ed equilibri compatibili all’utilizzazione umana delle risorse naturali, quando in sintesi le risorse naturali erano abbondanti e la capacità di assorbimento delle modificazioni era nella natura delle cose, la scienza poteva specializzarsi in forme separate del sapere, poteva perdere quel rapporto olistico con la comprensione del mondo che prima la legava alla filosofia e alla filosofia della scienza; è questo che le ha permesso di indagare i segmenti del sapere perdendo di vista la visione unitaria dei fenomeni.

L’unitarietà della scienza è un dato incontrovertibile che ha avuto un vulnus: ogni disciplina, piena del suo sapere, ha interpretato come generali e giustificative le soluzioni dei fenomeni e delle azioni che nascono dalle cause che l’hanno costruita; non ha mostrato alcuna attenzione per le conseguenze che queste azioni avrebbero generato sugli equilibri sistemici.

A un’analisi lessicale e attenta dobbiamo riconoscere che la linguistica ha sempre mantenuto il singolare per la parola scienza;  tutte le volte (o nella maggior parte dei casi) che ha usato la forma plurale “le scienze”, ha sempre aggiunto un aggettivo specificativo per ben definire il grado gerarchico inferiore quando il sostantivo viene usato al plurale (..le scienze esatte ecc.).

Con questo non voglio certamente disconoscere il valore delle specificità e l’autonomia nella costruzione dei percorsi d’indagine, voglio semplicemente dire che da troppo tempo le discipline hanno perso il loro contatto con la sintesi sistemica del percorso.

È questa mancanza di sintesi sistemica che le ha allontanate, con la loro settorialità, da una ricollocazione unitaria del sapere e, per quello che riguarda i nostri obiettivi, dalla partecipazione funzionale all’economia circolare. Questo minus strutturale, che confina negli sprechi e nelle spese ciò che può essere un valore aggiunto nei processi produttivi, nasce dalla mancanza di una visione sistemica delle trasformazioni socialmente richieste, professionalmente risolte, imprenditorialmente attuate.

Marcello Cini nel testo “L’ape e l’architetto” parla esplicitamente della soggettività della scienza: si studia ciò che è finanziato, ponendo proprio in questa origine la separazione dei saperi.

Considero questa un’osservazione fondamentale per mettere a confronto sia il mondo della ricerca con quello delle imprese, sia la teoria con l’attuazione.

Per affrontare con il giusto respiro i temi dell’economia circolare si pongono tre indirizzi:

  1. reali capacità di produrre progetti con una matrice culturale olistica e con un controllo sistemico delle azioni di trasformazioni proposte tenendo presenti le difficoltà disciplinari e imprenditoriali ad abbandonare visioni riduttive, settoriali e tematiche;
  2. abbandonare progressivamente la preminenza di un sistema produttivo che nulla o poco ha a che fare con il mondo del progetto sistemico e della visione olistica delle trasformazioni prodotte; 
  3. abbandonare le false melodie dell’economia sommersa.

3. Il progetto sistemico

È nella natura del progetto sistemico che risiede la necessità di una scienza unitaria che deve superare le frammentazioni per ritrovare i suoi valori unitari.

Le resistenze a una visione olistica della conoscenza nascono dalle frammentazioni disciplinari che, finalizzate all’utilità del risultato, scelgono, orientano e soprattutto dividono per aumentare il grado di specializzazione con l’estrapolazione dell’elemento dal tutto.

Quando, per realizzarsi, le attività umane e i processi produttivi sono stati ospitati sul territorio, le discipline che si sono occupate delle trasformazioni artificiali del territorio hanno organizzato la loro sapienza e le loro azioni sul concetto di sostituzione: della naturalità con l’artificialità, della biodiversità con l’abioticità, dell’equilibrio sistemico naturale con un equilibrio semplificato in alcuni elementi e pertanto indebolito e vulnerabile.

Le discipline che si sono occupate delle trasformazioni artificiali non hanno preso a modello i cicli naturali e nei loro statuti non hanno lasciato spazio per i valori dei cicli a saldo zero e, figuriamoci, per quelli del riciclo.

La conseguenza di questa distrazione scientifica e imprenditoriale è stata non solo quella di riempire il mondo di rifiuti ma di confliggere con la cultura della riqualificazione proponendo esclusivamente quella della ristrutturazione.

Non è quindi astrazione parlare di crisi della qualità, figlia del persistere di un insieme di elementi diversi e concorrenti che possono essere letti come crisi del “modello di sviluppo” rimanendo imperanti il consumo di suolo, le cattive pratiche di materiali inquinanti e non studiati sul riciclo, il disinteresse per il risparmio energetico, la salute del territorio e la sua messa in sicurezza.

Pur dando nel dibattito grande spazio alla riqualificazione, non si pensa di impostare grandi progetti di riforma strutturale della produzione e dell’economia proprio sui temi della riqualificazione degli elementi e dei sistemi, che potrebbero garantire ricerca scientifica, investimenti, lavoro, qualità dei territori, dei processi produttivi, dell’abitare.

E’ chiaro come un processo di questa natura abbia come necessità quella di una scienza unitaria che leghi gli interventi puntuali alle conseguenze sistemiche.

Nell’ipotesi di un new deal basato sui processi di riqualificazione territoriale, devono giocare un ruolo importante le discipline che trattano il paesaggio costruito che oggi ci circonda come l’espressione di una cultura che va profondamente modificata perché dannosa in termini economici e dequalificante per le attività umane. 

È proprio la cultura nata dalla frammentazione del sapere che deve essere ricondotta e ricomposta in una visione olistica del conoscere e del fare.

Il mondo dell’edilizia è un esempio: permanenza e prevalenza delle imprese tradizionali, uso di tecniche e materiali spesso arcaici, quadro normativo frammentario, debole politica fiscale in merito all’innovazione tecnologica. Questo ha fatto sì che le attività innovative siano state lasciate ai margini dei processi, delle agevolazioni, dei finanziamenti e prive della costruzione di quel quadro normativo, finanziario e fiscale che sancisca la decisa scelta di campo.

Poiché la stragrande maggioranza della popolazione mondiale vive nelle città e poiché queste sono passate progressivamente dalla forma chiusa allo sviluppo per direttrici, persa la “forma urbis”, è necessario trovare una nuova “forma” che abbia la sostenibilità ambientale ed energetica come nuova firmitas, si contrapponga all’inutile spreco delle risorse e avvii il processo di riqualificazione. 

Dobbiamo portare a valore le comunità energetiche con il bilanciamento nei comparti urbani capaci di distribuire l’energia autoprodotta in sincronia tra fonti usate e loro uso temporale.

Le istituzioni devono fare la loro parte nella coscienza istituzionale che qualsiasi processo di rinnovamento deve fare i conti con le strenue resistenze dell’economia arretrata.

I valori della qualità devono riprendere il loro ruolo e garantire un processo che riqualifichi il costruito (dalla città alla dispersione rurale): un new deal come piano d’investimenti sulla riqualificazione ambientale e paesaggistica.

Ci sono alcuni valori che riguardano le qualità dei manufatti e dei territori sui quali è stata raggiunta una convergenza di opinione e di consenso sociale. Il termine sostenibilità raccoglie in alcuni ambienti un tale suffragio d’impiego da farlo apparire logoro.
Non sempre però a questa maggiore attenzione e disponibilità sociale corrisponde un reale adeguamento dell’organizzazione economica e istituzionale non solo dei prodotti e dei sistemi produttivi ma anche e soprattutto dei processi culturali che informano l’organizzazione sociale del lavoro e dei consumi. 

Sono sotto gli occhi di tutti le nuove accresciute fragilità dei territori e i disvalori del tessuto urbano su territori senza organizzazione fisica né coesione sociale. E’ la necessità di ridare valore al presente e rispettare il futuro che dovrebbe obbligare ad azioni progettuali volte alla riqualificazione e poggiate sull’equilibrio di economie sistemiche e inclusive. 

I manufatti e i paesaggi che si creano sono l’anima materiale del tempo: trasformano gli spazi lasciando un’impronta umana che, modificando assetti ed equilibri ambientali, perdura nel tempo come memoria. Questa memoria è un valore fino a quando i dati quantitativi sono compatibili con la capacità di carico dell’ambiente naturale; quando si va oltre, le opere diventano ingombri e creano i disvalori propri delle eccedenze. È così che diminuisce la nostra ricchezza rendendo precario il presente e povero il futuro. 

Per rispettare il diritto dei futuri dobbiamo compiere due azioni correlate: progettare il futuro e riqualificare (risanando) il presente; per organizzare le trasformazioni da attuare dobbiamo recuperare il concetto di insostenibilità saldandolo al concetto opposto di sostenibilità declinato non in termini di assolutismo statico, ma secondo il canone relativistico dell’efficienza nella transizione. 

Per questo pensiamo che sia fondamentale introdurre, come nuova firmitas delle trasformazioni territoriali, il valore dell’energia (e i molteplici fattori ad esso connessi). 

Senza la conoscenza e coscienza sistemica delle modificazioni prodotte continuiamo a progettare trasformazioni territoriali, a introdurre tecnologie, a tollerare contrabbandi e illegalità sugli smaltimenti, a inventarci le quote d’inquinamento ammissibili finalizzate a riciclare tecnologie incompatibili, a ridurre l’agricoltura a settore produttivo ambientalmente insostenibile, con la stessa sicumera con cui alcuni anni fa espandevamo l’uso dell’amianto. 

Questo comporta pericoli precisi che possono essere superati con la valutazione dei processi, delle risorse e dei comportamenti, con la conoscenza e la coscienza delle conseguenze, con la partecipazione allargata alle scelte e ai progetti, con l’inclusione sociale nello sviluppo.

Non serve solo costruire per il futuro, bisogna apprendere a costruire nel futuro. 

Non serve solo lasciare ai futuri una testimonianza del presente, serve che questa testimonianza non rappresenti ciò che dovranno demolire o riqualificare. 

I punti di partenza per quest’attività insediativa e produttiva sono individuabili nel concetto di responsabilità relativa (si parte quindi dai doveri) e nella considerazione che il presente altro non è che il futuro del recente passato. È questo che ci consentirà di valutare e correggere i danni prodotti dalle azioni di modificazione compiute verificando secondo quali princìpi e quali azioni i nostri diritti siano stati lesi. 

È l’azione che impone l’istituto della valutazione sistemica e della durabilité. Dobbiamo passare dalle misurazioni dei fenomeni accaduti e delle trasformazioni proposte alla loro collocazione negli equilibri sistemici che producono: le trasformazioni vanno progettate non più divise per parti ma fortemente interconnesse con la loro complessità, progettando in modo olistico l’intero sistema di appartenenza. 

Per il progetto sistemico e il metodo olistico d’intervento non è sufficiente dividere il territorio in aree d’uso ma vanno analizzate le regole sistemiche che lo definiscono e lo governano come unità, sia nei valori positivi dell’equilibrio sia nei disvalori che ne segnano fragilità e disequilibri.

Le discipline progettuali propongono azioni che producono conseguenze; è questo arco che implica il passaggio (progetto) e il controllo (gestione) da un equilibrio a un altro. È proprio sulla forma e sulla sostanza di questo passaggio che si verificano i termini dell’identità e dell’omologazione, dell’equilibrio e dello spreco, della valorizzazione e della sovrapposizione ineguale tra risorse locali, capacità di carico e trasformazioni. 

Il sistema territoriale come luogo unitario e gerarchico insieme è il riferimento per la riprogettazione del territorio stesso perché comprensivo dell’attenzione al particolare e al generale, nell’obiettivo di ricostituire l’unità sistemica come equilibrio.
Per questo la progettazione deve riarticolarsi sui concetti di sistema, di distretto e di rete: sistema come obiettivo di equilibrio tra elementi, azioni, relazioni diverse; distretto come comunità locale interessata, reti come giunzione specifica di elementi che tentano di restituire anche ai luoghi degradati e compromessi la capacità di riqualificazione. 

La progettazione sistemica non deve essere più e solo un valore culturale ma deve diventare strumento normativo, strumento sociale di partecipazione e condivisione, strumento strutturante le attività progettuali e di governo.

Un esempio per tutti  è l’Ecological design perun’ecological community. 

La città attuale è il luogo energivoro per antonomasia e, nella consapevolezza che la concentrazione della popolazione sia il presupposto della concentrazione della ricchezza e dei consumi, dobbiamo porci il tema della trasformazione profonda nei consumi energetici sia con azioni dirette sia indirette. La trasformazione dei cicli energetici (produzione e consumo) può diventare la chiave per la trasformazione in termini sistemici della città e del territorio. 

Basta osservare il paesaggio urbano che ci circonda: è l’espressione di una cultura del costruire, del produrre e dell’abitare che va profondamente modificata, perché dannosa in termini economici e dequalificante per le attività umane e le economie integrate basate sui sistemi di qualità. 

Alle continue sollecitazioni verso la sostenibilità ambientale dello sviluppo, esprimibile sinteticamente con la green economy, il quadro istituzionale ha risposto con indirizzi che faticano a diventare disposizioni perentorie. Le attività innovative non hanno avuto a corredo la costruzione di quel quadro normativo, finanziario e fiscale capace di sancire la decisa scelta di campo. Le fragilità dei territori, i temi del risparmio energetico e delle risorse ambientali, come quelli del riciclo, imporrebbero politiche ben più incisive. 

Perché non prevedere una programmazione occupazionale e d’investimenti che, rifacendo bella l’Italia, detti una nuova cultura progettuale e ambientale? 

Servono politiche mirate che contengano e controllino la rendita, dettino le regole ecologiche per i premi di cubatura, riorganizzino il sistema fiscale sulle costruzioni e sulla proprietà, superando le regole arcaiche che hanno determinato le forme attuali della città dispersa, grande consumatrice di energia e di suolo, con tempi di mobilità inaccettabili e con un rapporto spesso impossibile anche con i servizi primari come la salute. 

Il consumo di suolo potrà essere contenuto, e successivamente bloccato, solo intervenendo in modo massiccio nella ristrutturazione/riqualificazione urbana ed edilizia. Si tratta di un obiettivo che va perseguito, tutti i dati quantitativi e qualitativi ci impongono non solo di riflettere ma anche di adoperarci affinché sia prodotta una stringente direttiva in tal senso. 

 

*Professore di Urbanistica, La Sapienza di Roma

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