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L’Italia non cresce perché invecchia, male

L’Italia non ce la fa a riavviare la crescita, l’ultima doccia fredda è della Confindustria che ha dimezzato le previsioni del Governo a 0,7% quest’anno e addirittura 0,5% nel 2017. Tutti si interrogano sui perché, nessuno si concentra sul fattore numero uno: l’invecchiamento attuale e le prospettive ancora peggiori del prossimo domani.

Ci si concentra su altri fattori, più effetto che causa della crisi: da anni mancano gli investimenti pubblici e privati, si fanno politiche di bilancio regressive con avanzi primari con cui si prelevano dall’economia reale più risorse di quante se ne immettono, politiche di rigore imposte da Bruxelles ma anche dall’enorme debito pubblico, anche l’Europa cresce poco e così via.

Nessuno centra il bersaglio. l’Italia non cresce da anni perché invecchia velocemente ed invecchia anche male perché, a differenza della Germania, che è nelle stesse nostre condizioni di paese più vecchio del mondo, è consapevole del problema e cerca di porvi rimedio cogli immigrati e con politiche pro giovani, scuola, salario minimo di 8 euro, formazione continua, orari di lavoro ridotti, etc.

I tre paesi più vecchi del mondo, Italia e Germania 44,5 anni di età media, Giappone 46 anni, hanno in comune alcune caratteristiche, la bassa natalità, 1,3 figli per donna, contro i quasi due di Francia, S.U. e Svezia, e soprattutto la bassa crescita. Da decenni Germania, Giappone ed Italia tra i grandi paesi industriali, sono quelli che crescono meno.

Nel periodo 2000-2015 la Germania è cresciuta poco più dell’1% annuo, il Giappone meno, solo dello 0,8% annuo, malgrado le decennali politiche super-espansive del primo ministro Abe, l’Italia lo 0%, cioè nel 2015 l’Italia ha lo stesso Pil del 2000, malgrado un aumento di 4 milioni di cittadini. Perché questo? Perché la domanda di una popolazione anziana è molto debole, ad eccezione della domanda sanitaria ed assistenziale.

La domanda degli ultrasessantacinquenni in termini di abbigliamento, turismo ed abitazioni è meno di un quarto di quella di una popolazione normale. Ancora minore è la domanda in termini di mobilità, i tempi di sostituzione di un’auto superano i dieci anni.

Come si possono migliorare le prospettive di crescita quando non solo un paese è “vecchio” ma quando le aspettative a dieci-venti anni sono addirittura peggiori in termini di indici di vecchiaia? Infatti gli investimenti diretti esteri, gli IDE, cioè quelli produttivi, in Italia, Germania e Giappone sono i più bassi del mondo, inferiori all1% dei rispettivi Pil.

Dei tre paesi più vecchi del mondo, la Germania se la cava meglio come Pil, occupazione, bilancia commerciale, etc. grazie agli immigrati, che sono più del 15% della popolazione, contro il 9% dell’Italia e prossimi allo zero in Giappone. Sarebbe ora che economisti e politici, invece di invocare la crescita come i primitivi invocavano la pioggia, riflettessero sulla causa prima del ristagno, la “vecchiaia” da bassissima natalità, non solo attuale ma anche prospettica, in quanto non si vede alcuna politica seriamente pro giovani, pro famiglia, pro natalità.

E il primo elemento da combattere per riavere un po’ di crescita (più dello zero virgola ma meno del 2%, che sul medio periodo non tornerà più nei paesi industriali) è quella di migliorare le condizioni di allevamento dei piccoli e di ridurre l’insopportabile precarietà d’impiego dei giovani.

Nessun giovane sensato si azzarda a mettere su famiglia e fare figli nell’attuale regime di precarietà e senza un minimo di sicurezza del futuro. Precarietà che i troppi epigoni del lavoro precario, epigoni quasi sempre con uno o più stipendio fisso, hanno combattuto senza preoccuparsi dell’avvenire dei giovani e del paese.

 

 (*) È presidente della società di business intelligence Onesis di Roma

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