A poco meno di un mese dall’appuntamento referendario sulle carriere dei magistrati, molta confusione c’è sotto il cielo del suo esito. Nel gran vociare della polemica crescente, soprattutto tra gli schieramenti partitici, il merito di questa consultazione sfuma man mano che se ne parla.
In parte, perché tutti danno per scontato che almeno un 50% degli aventi diritto al voto, non si presenterà al seggio della propria circoscrizione. Già questo dato, la dice lunga sul tasso di interesse che sta suscitando la questione. Si corre così il rischio di dover constatare, sia pure amaramente, che la disaffezione non la sta curando nessuno. Il sistema dei partiti continua a scomporsi (Vannacci è solo un apripista), ma non insegue l’assenteismo quanto la fettina di rappresentanza di quelli che già stanno sulle curve dello stadio della politica. Sarà, quindi, un’altra occasione mancata.
In parte, perché molti guardano alla questione in ballo con tanti punti interrogativi che frullano in testa. Incominciano soltanto ora a percepire che non riguarda tutti i magistrati, ma soltanto quelli che si occupano dei reati penali. Ma siccome e per fortuna, la gran parte degli italiani – di destra, di centro o di sinistra – sono brava gente, non hanno mai avuto guai tali da essere coinvolto in casi giudiziari. E se li hanno avuti, la maggioranza ha ragioni sostanziali per non avere un’opinione positiva non su come si amministra la giustizia in generale, ma prevalentemente a riguardo di quella civile. Ma tutto questo, non è oggetto di voto in questo referendum.
In parte, infine, per il merito dei cambiamenti costituzionali che vengono proposti. Fior di giuristi, esperti di provata fede, commentatori informati dei fatti si sono divisi pro e contro le nuove formulazioni. Ne diamo conto in questo numero della newsletter. Ma, ad essere onesti, nessuno ha la pistola fumante che taglia la testa al toro. D’altra parte, il solo fatto che riguardi non una riforma della giustizia nel suo complesso ma un riassetto delle funzioni e dei ruoli dei giudici – questione di per sé di primario ma non esclusivo rilievo – il ricorso al referendum confermativo si configura come se fossimo di fronte al rinnovo di un contratto nazionale di una sia pure importante categoria il cui cuore è il riassetto organizzativo delle professionalità e a validare l’intesa tra le parti siano chiamati non solo i diretti interessati ma tutti i lavoratori dipendenti d’Italia. Chiedo scusa per questo accostamento che qualcuno, con la puzza sotto il naso, potrebbe considerare fuori luogo, ma la complessità non è un’invenzione leguleia; è un dato di fatto non risolvibile con un sì e con un no. Specie se, a differenza dell’esempio contrattuale usato, in Parlamento non c’è stato un confronto costruttivo tra maggioranza e minoranza su un testo alla fine condiviso, al punto che la babele delle opinioni sta diventando trasversale.
Ovviamente, sarebbe spocchioso saltare a pie’ pari la valutazione di merito e buttarla soltanto in politica. Nel merito ci sono due questioni, una palese, l’altra più sullo sfondo. Quella palese attiene al metodo elettorale, il sorteggio dei membri del CSM, l’organo supremo dell’autogoverno della magistratura. L’invenzione è figlia della volontà di togliere potere alle correnti, senza ricorrere al loro divieto d’organizzazione. A me sembra una pia illusione. Se ai giudici è consentito la libera associazione, non sarà mai la casualità – perché non è da escludere che per i due terzi dell’organismo siano tutti di prima nomina – che impedirà il riformarsi di aggregazioni d’opinione e di comportamenti. Così come non si può dare per scontato che per il residuo terzo siano tutti di altissima qualità ma essendo votati dal Parlamento è a questo che risponderanno, non alla base.
La questione più velata riguarda la sorte dei due CSM. Per il solo fatto che sono due, si tratta di un ridimensionamento. E chi sostiene che è sempre stato una sorta di ufficio del personale, esprime più un desiderio di futuro mestiere che la foto della sua attualità. Per non dire che esprime comunque un giudizio poco lusinghiero sul Presidente della Repubblica, dato che ne è il massimo rappresentante. Su questo punto la Costituzione resta formalmente rispettata; ma sostanzialmente svuotata, con l’evidente proposito che si sposti in un altro campo la forza dell’influenza.
Ovviamente, la magistratura e lo stesso CSM non hanno dato sempre un’immagine di sobrietà, di rettitudine, di efficienza. Anche nei momenti più esaltanti come nella lotta alla mafia e alla criminalità organizzata, alla corruzione e alla difesa dei diritti individuali e collettivi, ci sono stati casi di devianze comportamentali di singoli magistrati, di errori clamorosi (uno per tutti, Tortora), di invasioni di campo, specie nei confronti della politica. Ma mettendole tutte assieme, queste vicende non configurano una combriccola che ha trasformato l’autogoverno in “un meccanismo para-mafioso” come ha affermato clamorosamente il Ministro Nordio; né sono sufficienti per giustificare una picconata dell’autonomia costituzionale di questo potere. Perché tale è per la Costituzione del nostro Paese e di tutti quelli a democrazia costituzionale. Mi è stata data una tabellina, che riporto in fondo pagina, in cui si dimostra che i Paesi senza separazione delle carriere sono tutti o dittature o democrature. Su un’altra colonna i Paesi a democrazia liberale dove c’è la separazione. E’ un messaggio distorcente. Essa spiega soltanto che nei primi non c’è autogoverno della magistratura e quindi equilibrio tra i tre classici poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Nei secondi dipende dalle Costituzioni vigenti.
Ovviamente, spero nel successo del no, pur nel rispetto delle opinioni di quanti sono per il sì, soprattutto quelli che non scelgono l’anatema ma si confrontano sul merito. Ma ritengo che chiuse le urne, indipendentemente dal risultato, le forze sociali, economiche e politiche di orientamento progressista devono porsi il problema del dopo referendum.
Il pericolo maggiore è che gli estremismi di ambo le parti prendano il sopravvento. Si può neutralizzarlo soltanto se il fronte progressista non molla il problema, ma dica con nettezza quale giustizia deve assicurare ai cittadini il “giusto processo”, sia penale che civile. Esso non si esaurisce nella funzione dei giudici, ma ancor più deve riguardare l’organizzazione dei tribunali, l’efficienza delle strutture, l’adeguamento degli organici, l’efficacia delle procedure, la limpidezza delle leggi, il rispetto dell’autonomia.
Specie quest’ultima non si conquista una volta per tutte. E’ componente essenziale della democrazia sostanziale di questo Paese. Per cui deve diventare prioritaria la definizione della proposta da offrire al confronto con la gente, per evitare facili entusiasmi o cocenti delusioni.

