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Come Xi Jinping vede Trump e cosa insegna la Cina all’Europa

Scrivo questa newsletter da San Diego, California, dove si trova la più grande base militare Usa di tutta la West Coast, proiettata sul Pacifico. Questa città ospita anche una notevole concentrazione di analisti ed esperti di geopolitica, strategia, geoeconomia. 

Uno dei più autorevoli l’ho incontrato e intervistato per voi. È un cittadino britannico di origine cinese, residente negli Stati Uniti da molti anni. Tai Ming Cheung è il direttore dell’Institute on Global Conflict and Cooperation presso la University of California-San Diego, nonché docente presso la School of Global Policy and Strategy della stessa università.  

È autore di molti saggi fra cui uno particolarmente illuminante, che definisce la Cina come un «Techno-Security State», cioè uno Stato fondato sull’integrazione spinta fra padronanza della tecnologia avanzata, apparati di controllo interno, e sicurezza nazionale. Un concetto che lui approfondisce in modo originale, e sul quale tornerò. Vi riporto qui alcuni estratti dell’intervista che gli ho fatto a San Diego giovedì 8 gennaio. 

Partiamo dall’attualità più recente,in particolare il Venezuela, per allargare la visuale ai rapporti Usa-Cina e concludere con alcune lezioni sull’Europa. Più in fondo aggiungo qualche informazione sui lavori recenti del professor Tai Ming Cheung. Le mie domande le metto in stampatello, servono anche come titoli dei temi che affrontiamo. 

Arresto di Maduro. Avances sulla Groenlandia. Secondo una tesi diffusa in Europa l’egemonismo di Trump nell’emisfero occidentale incoraggia le mire della Cina su Taiwan, accelera l’evoluzione del mondo verso «sfere di influenza», quindi consegna l’Asia alla Cina. Lei condivide questa analisi? Soprattutto, la condividono i vertici cinesi? 
«Il dibattito a Pechino è in pieno svolgimento. Si distinguono due approcci. Il primo è favorevole alla logica delle “sfere d’influenza”. Il secondo, che sembra corrispondere al pensiero di Xi, è molto più cauto: non pensa che gli eventi in Venezuela (e possibilmente futuri sviluppi in Groenlandia o a Cuba) segnino un ritorno a logiche del XIX o del XX secolo. Le voci di cautela vengono anche dall’Esercito Popolare di Liberazione (le forze armate cinesi). Dicono: siamo ancora inferiori all’America, sul piano militare. Non abbiamo fiducia di poter invadere Taiwan con successo. Di conseguenza, Taiwan non è il Venezuela. Per capire come si colloca Xi bisogna situare questi eventi nel contesto del suo pensiero strategico. Gli eventi in Venezuela confermano l’importanza di rafforzare la potenza militare. Non si tratta solo delle forze armate.Xi punta a militarizzare leconomia cinese, in vista di possibili guerre di logoramento e di lunga durata. Si tratta quindi di costruire capacità complessive di reggere la prova del combattimento. Trump, visto da Xi, sta normalizzando l’uso dello strumento militare, ne fa uno dei tanti attrezzi dell’azione geopolitica. Su questo piano la Cina finora è stata prudente. Avrebbe potuto usare l’esercito nel 2019 per schiacciare le rivolte di Hong Kong. In effetti, a quell’epoca ci fu uno schieramento di reparti militari, che però rimasero nella vicina città di Shenzhen (mentre la repressione delle proteste fu delegata alla polizia di Hong Kong, sia pure con aiuti e interventi dalle forze di sicurezza cinesi, ndr). La militarizzazione complessiva della Cina avanza sotto Xi, ma l’uso effettivo della forza militare incontra difficoltà e riserve. Il Venezuela potrebbe convincere Xi a diventare più audace solo se prevalesse l’interpretazione che l’America si concentra solo sull’emisfero occidentale. Ma non è quello che sta scritto nel recente documento sulla strategia di sicurezza nazionale pubblicato dalla Casa Bianca (NSS). Quel documento segna un allontanamento degli Stati Uniti dall’Unione europea, ma non dall’Indo-Pacifico. L’America vuole rimanere un attore molto rilevante in Asia, vuole conservare in quel teatro almeno una capacità deterrente. Mentre afferma un ritorno di Dottrina Monroe nelle Americhe, intende invece far rispettare “l’ordine basato sulle regole” nell’Indo-Pacifico. Questo complica i calcoli di Xi. Inoltre lui non può escludere che siamo di fronte a una stagione strategica americana che durerà solo per altri tre anni e poi verrà rovesciata. Non c’è nulla che incoraggi Xi ad azioni precipitose. E lui non è uomo da mosse avventurose, ad alto rischio». 

Cos’è il concetto di «Stato fondato sulla tecno-sicurezza», tema del suo ultimo libro?
«Spiega la dinamica fra tre dimensioni: innovazione tecnologica, sicurezza nazionale, economia. Tutt’e tre collegate fra loro dal ruolo attivo dello Stato. Ricordo alcuni elementi della storia recente. Fino all’ascesa di Xi al potere nel 2012, la Cina si definiva ancora prevalentemente come un’economia emergente, in via di sviluppo. Con l’avvento di Xi al vertice prende avvio la forte integrazione tra innovazione tecnologica e sicurezza nazionale, fino a sfociare in quello che io chiamo Techno-Security State. La prima fase, che si svolge durante il primo mandato di Xi, mette l’accento sulla dimensione politica della sicurezza cioè il rafforzamento del controllo del partito. Passa anche attraverso le prime grandi campagne contro la corruzione, dentro il partito e nelle forze armate. Procede a cancellare la separazione tra sicurezza interna (polizia) e sicurezza esterna (riarmo). Nel secondo mandato di Xi diventa più palese e più accesa la competizione strategica con l’America, lui comincia a teorizzare che gli Stati Uniti vogliono impedire l’ascesa della Cina, quindi lancia la politica dell’auto-sufficienza. Quest’ultima ha due facce: da un lato la Repubblica Popolare deve essere sempre meno dipendente dagli altri, d’altra parte deve invece rendere il resto del mondo più dipendente da sé stessa. La nuova Grande Strategia cinese rompe con la visione benevola della globalizzazione e il ruolo benigno di Pechino nel sistema. Si affaccia l’espressione per cui la Repubblica Popolare deve affrontare sfide “mai viste da secoli”. Non ragiona più in termini di “cigni neri” o “rinoceronti grigi”, gli eventi dirompenti e gli scenari catastrofisti diventano la normalità. Si arriva al terzo mandato, quello attuale, in cui Xi ritiene che la guerra mondiale sia già in corso, anche se per adesso viene combattuta soprattutto con armi economiche come dazi, sanzioni, embargo. Il 2027 viene fissato come anno-traguardo all’Esercito Popolare di Liberazione, è la scadenza entro la quale deve aver sviluppato una tale capacità deterrente da scoraggiare Stati Uniti e Giappone dall’intervenire in difesa di Taiwan in una invasione. Le forze armate cinesi sono tenute a prepararsi ad uno scenario di guerra totale. In tutto questo l’Ucraina offre insegnamenti preziosi. Dal punto di vista cinese è chiaro che la Russia ha commesso errori gravi: aveva previsto una guerra breve, di conseguenza non aveva messo in piedi in anticipo una vera economia di guerra. Il terzo mandato di Xi è segnato proprio da questa concezione olistica, la militarizzazione totale». 

Che cosa devono imparare gli europei, alle prese con il loro dibattito sul riarmo? 
«Ci sono due grandi tipologie di Stati oggi sulla scena mondiale. Quelli che io definisco “Stati basati sulla Tecno-Sicurezza” da una parte. E gli Stati per i quali l’economia è al centro. L’Ue apparteneva decisamente alla seconda categoria, ma ora deve cambiare. Non viviamo più in un’era post-bellica. Viviamo in un’era pre-bellica, molto più simile all’interregno tra la prima e la seconda guerra mondiale. Per Xi è più facile fare tutte le scelte necessarie visto che non deve discuterle con un’opinione pubblica. Ma l’Ue deve essere chiara con i suoi cittadini. Non ha alternative, la Russia le ha imposto con chiarezza quel che deve fare. Quanto costa la riconversione? La Cina ha statistiche opache ma probabilmente la sua spesa militare supera già il 5% del Pil. L’UE deve avvicinarsi a questi livelli, sapendo che quelli della Russia e della Cina andranno ancora più su». 

Cosa dobbiamo sapere sul modello cinese della politica industriale? 
«La militarizzazione è un processo di lungo termine. Il ruolo dello Stato e quindi della politica industriale è centrale. Si allarga il numero di settori economici che sono considerati duali, cioè dagli usi sia civili che militari. Le telecom, per esempio. Ma la Cina dimostra che questo può dare sostegno alla crescita. Il problema per gli europei è che si sono spostati agli antipodi da questo approccio, sia dal punto di vista normativo che culturale. Il Giappone è un paese che gli europei devono guardare con attenzione. I giapponesi hanno gli stessi problemi, e a Tokyo è in corso lo stesso dibattito. Però hanno una lunghezza d’anticipo, sono stati più previdenti e lungimiranti, sulla questione della sicurezza economica. Lo devono alla loro storia e alla loro geografia: un arcipelago, dipendente dalle forniture estere per energia e materie prime, è sempre stato allenato a pensare in termini di sicurezza». 

Segue una sintesi del libro di Tai Ming Cheung, “Innovate to Dominate: The Rise of the Chinese Techno-Security State”, Cornell University Press. Esamina il crescente processo di militarizzazione della Cina sotto la guida del Partito Comunista e del presidente Xi Jinping, interrogandosi su quanto questa trasformazione possa aumentare i rischi di conflitto armato. L’autore osserva che la Cina sta progressivamente orientando la sua economia, società e cultura politica verso una logica di preparazione bellica in un contesto globale sempre più instabile e competitivo, segnato da crisi in più teatri e da rivalità tra grandi potenze. 

Il saggio inizia con una contestualizzazione storica: la Cina nacque nel 1949 come uno Stato profondamente militarizzato, costretto dalle circostanze geopolitiche — la guerra civile, la Guerra di Corea, la tensione con URSS e Stati Uniti — a concentrare risorse ingenti sulla difesa. Tuttavia, con le riforme economiche degli anni ’80 e ’90, Pechino avviò un processo di smilitarizzazione per privilegiare lo sviluppo economico. Con lascesa di Xi Jinping nel 2012, quella fase mutò radicalmente: la sicurezza nazionale e la capacità militare tornarono al centro della strategia statale, incarnando l’ambizione di trasformare la Repubblica popolare in una potenza globale in grado di competere con gli Stati Uniti e plasmare l’ordine internazionale secondo i propri interessi. Il contesto internazionale è cambiato negli ultimi anni: lordine mondiale liberale è sotto stress, con guerre aperte in Europa e Medio Oriente, crescenti tensioni nellIndo-Pacifico e rivalità strategiche tra Washington e Pechino. Queste dinamiche hanno rafforzato la percezione tra i leader cinesi dell’esistenza di minacce esistenziali o comunque di rischi significativi per la sovranità e la sicurezza nazionale. 

La leadership di Pechino ha iniziato a riorientare lapparato statale verso uno «stato di guerra permanente», focalizzando l’economia sull’autosufficienza tecnologica e industriale, e cercando di rendere la società e le istituzioni pronte non solo a difendersi, ma a vincere un conflitto.  Cheung evidenzia alcuni segnali di questa trasformazione: l’ascesa di dirigenti provenienti dall’industria della difesa all’interno del Politburo, l’integrazione crescente tra settori civili e militari (concetto di National Strategic Integration), gli sforzi per rafforzare la base industriale e tecnologica di difesa. Tutti questi elementi suggeriscono un sistema che non è più semplicemente difensivo” ma sempre più orientato alla capacità di proiettare potere, innovare in ambito strategico e competere militarmente su scala globale. 

Un passaggio riguarda la distinzione tra militarizzazione e militarismo. Per l’autore, la prima — intesa come potenziamento di forza e capacità — non determina automaticamente una maggiore propensione alla guerra. Piuttosto, è lideologia militarista — cioè la normalizzazione culturale e politica del concetto di guerra come strumento accettabile o persino desiderabile di politica statale — che può generare un rischio reale di conflitto. L’analisi osserva come nella Cina contemporanea si stia insinuando questa mentalità, visibile non solo nelle strategie di difesa, ma anche nei discorsi pubblici, nella cultura di massa e nelle narrazioni ufficiali che enfatizzano temi di lotta, sacrificio e vittoria. Il saggio aiuta a mettere a fuoco una domanda cruciale del nostro tempo: che cosa sta davvero diventando la Cina sotto Xi Jinping, e perché lOccidente continua a sottovalutarne la traiettoria strategica. Non è un libro «sulla tecnologia» in senso stretto, né un saggio puramente militare. È piuttosto un’analisi sistemica del modo in cui Pechino ha deciso di fondere innovazione, sicurezza nazionale, potere politico e ambizione geopolitica in un unico progetto coerente. Il concetto chiave di «techno-security state» significa uno Stato in cui lo sviluppo tecnologico non è un sottoprodotto del mercato o della creatività imprenditoriale, bensì uno strumento deliberato di potenza nazionale

Molte letture occidentali della Cina sono ancora prigioniere di una distinzione che a Pechino non esiste più: quella tra economia civile e apparato militare, tra innovazione commerciale e applicazioni strategiche, tra crescita e sicurezza. La Cina di Xi ha superato queste separazioni. Le ha dichiarate obsolete. E ha costruito politiche pubbliche per renderle irrilevanti.  Il perno di questa trasformazione è la dottrina della fusione civile-militare”, spesso citata ma raramente compresa fino in fondo. Cheung mostra come non si tratti di uno slogan propagandistico, bensì di unarchitettura istituzionale che orienta investimenti, ricerca universitaria, venture capital, grandi imprese tecnologiche e pianificazione industriale verso obiettivi di sicurezza nazionale. Intelligenza artificiale, semiconduttori, spazio, biotecnologie, quantistica: nulla è neutrale, nulla è solo civile. 

In questo senso, il libro è anche una storia della mutazione dello Stato cinese. Non siamo più di fronte al modello «riformista» post-Deng, che cercava un compromesso tra mercato e controllo politico. Siamo davanti a un sistema che punta esplicitamente alla superiorità tecnologica come fondamento della sovranità e come leva per ridefinire gli equilibri globali. La tecnologia non è un fattore tra gli altri: è il campo di battaglia principale del XXI secolo. Uno dei meriti del libro è il confronto con il modello americano. Gli Stati Uniti hanno costruito la loro supremazia tecnologica su un ecosistema decentrato: università autonome, imprenditorialità privata, capitale di rischio, migrazione di talenti, libertà di ricerca. La Cina, al contrario, punta su una mobilitazione coordinata, verticale, guidata dallo Stato-partito. Cheung non sostiene che uno dei due modelli sia superiore. Ma avverte che lOccidente ha sbagliato a dare per scontato che solo il proprio fosse efficace. Parla all’Europa e all’America di oggi: la difficoltà delle democrazie liberali a pensare in termini di lungo periodo, a coordinare politiche industriali, a difendere le proprie basi tecnologiche senza scivolare nel protezionismo improvvisato. 

La Cina, al contrario, ragiona per piani decennali, accetta inefficienze nel breve termine, sacrifica rendimenti immediati in nome di un obiettivo strategico. Il libro, tuttavia, non è un inno alla onnipotenza cinese. Emergono anche le fragilità del modello: la rigidità burocratica, la tendenza alla sovra-allocazione di risorse, il rischio che il controllo politico soffochi la creatività, le distorsioni prodotte da sussidi massicci e obiettivi imposti dall’alto. L’autore non ignora le difficoltà di Pechino nel passare dalla imitazione alla vera frontiera dellinnovazione. Il messaggio finale resta inquietante per l’Occidente: anche se la Cina non dovesse «vincere» la corsa tecnologica in senso assoluto, ha già cambiato le regole del gioco. Ha imposto una competizione in cui sicurezza e innovazione sono inseparabili. In cui le catene di approvvigionamento diventano armi. In cui l’accesso a un chip avanzato può valere quanto una base militare. 

Per il lettore europeo, e ancor più italiano, il libro ha un valore aggiuntivo. Costringe a riflettere sul nostro ritardo non solo tecnologico, ma strategico. L’Europa discute ancora se una politica industriale sia legittima; la Cina la pratica da anni come strumento di potere. LAmerica, sotto la pressione della competizione con Pechino, sta riscoprendo il ruolo dello Stato nellinnovazione. LEuropa rischia di restare schiacciata tra due modelli che non controlla. In definitiva, la sfida con la Cina non è solo commerciale, né solo militare, né solo tecnologica. È tutto questo insieme. Ed è una sfida che riguarda il modo in cui gli Stati pensano sé stessi, il loro rapporto con il futuro, la loro capacità di tradurre visione in potere.

*da Corriere.it,10/01/2026

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