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Contrasto alla povertà. Ancora. Il Rapporto Caritas 2022.

Presentazione 

Il quadro generale spinge per un allargamento delle quote di fragilità e di debolezza. La pandemia ha contribuito. L’avvio del superamento di questa fase si è imbattuta nelle guerra in Ucraina. E le conseguenze sono sul piano umanitario, sul tenore di vita e sulle condizioni socio economiche. Se in contrasto alla pandemia abbiamo potuto contare su un’innovativa  cooperazione europea, un analogo comportamento  su questo ambito della fragilità stenta ancora a realizzarsi.

Le situazioni di crisi si riverberano sugli anelli deboli nei legami economici e sociali. In due accezioni: in termini di allargamento della povertà, in termini culturali come rifiuto dei deboli, paura della povertà e dei poveri (aporofobia). E ancora la povertà intergenerazionale che rischia di fluire verso la cronicità.

Queste le note  introduttive di Anello debole. Rapporto Caritas Italiana 2022 su Povertà ed Inclusione Sociale.Che prosegue con l’evidenza dell’immobilismo sociale incombente come una sorta di immobilismo e incertezza, anche culturale, ad affrontare alcuni nodi. A esempio, gli interventi di orientamento professionali e di inserimento al lavoro delle nuove generazioni, sospese o ridimensionate dal periodo pandemico e che tardano ad essere affrontate e superate.

E anelli deboli non sono solo quelli che interessano i destinatari ultimi. Sembra che riguardino anche gli  operatori della necessaria “ricucitura sociale”, anch’essi coinvolti nelle menomazioni da pandemia o dall’incertezza o poca efficacia degli interventi. Nonostante esemplari testimonianze positive.

Quali le direzioni dell’azione Caritas come facilitatore delle “ricuciture”. Due sono le scelte. Continuare l’azione di tutela e di advocacy. Contribuire cioè, non soltanto a proporre soluzioni legislative, a rendere accessibili alle persone in marginalità e spesso in povertà culturale, i benefici normativi in atto, anche per la continua produzione di provvedimenti emergenziali che continuerà a verificarsi. Tre azioni dovranno essere costanti e concomitanti: ascoltare, accompagnare, dare fiducia alle persone. Per dare speranza, lenire la solitudine, sostegno per affrontare le difficoltà quotidiane. Su questo impianto si sviluppa il Rapporto Caritas.

Quale le povertà dai Centri di ascolto.

Arricchisce la definizione dei fenomeni della povertà e della deprivazione  la consuetudine di Caritas di riportare i risultati dell’indagine effettuata nel proprio sistema informativo tramite i  Centri di Ascolto indicando, oltre il profilo degli assistiti, anche gli interventi erogati.

Nella lettura d’insieme vengono confermatele fonti ufficiali ISTAT relative all’incremento del numero di persone in povertà assistite, in particolare gli stranieri nel Nord e una certa fluidità tra il dentro e fuori lo stato di bisogno.

E vengono sottolineate l’emergere di alcune priorità di intervento. Innanzitutto, le povertà minorili, più forte tra le famiglie straniere. Seguono il lavoro, richiesto da circa il 50% degli assistiti, ma di difficile accesso per i livelli bassi di formazione, il basso livello retributivo con la conseguenza di lavoratori poveri, la situazione di monoreddito in presenza di un esteso nucleo familiare. E ancora le fragilità del Mezzogiorno dove c’è una crescita delle famiglie in povertà assoluta, peggiorano le condizioni dei minori, aumentano le richieste di aiuto delle donne, non vi sono segnali positivi sui livelli occupazionali persistendo bassi livelli di istruzione per i genitori e segnali di abbandono scolastico per i figli  .

E la povertà  si tramanda tra generazioni.

Tipicizzata come ascendente in tre fasi in Italia fino al 2010 la mobilità sociale, anche se con tassi in diminuzione. E ‘ adesso ipotizzato l’avvio di una quarta fase più critica, come attestata da alcune indagini comparate  e da quella della  Banca d’Italia che – esaminando la trasmissione dei livelli di istruzione, livelli di reddito,  ricchezza –  colloca l’Italia tra i paesi a bassa mobilità intergenerazionale. Ciò soprattutto per gli anni 2010-2016 e con forti differenze territoriali (mobilità ascendente maggiori in aree del Nord, inferiore nel Sud-Isole) e a seconda delle categorie sociali (mobilità ascendente maggiore nelle classi medie e superiori).

La Caritas con una propria indagine sui propri assistiti, inseriti nel suo sistema informativo, prova a quantificare la situazione in Italia. Misura il grado di mobilità intergenerazionale delle persone in stato di povertà confrontando la condizione degli assistiti con quello delle famiglie di origine  attraverso tre dimensioni: istruzione, condizione occupazionale, condizione economica.

I risultati confermano il legame tra disagio economico attuale e bassi titoli di studio. E gli stessi  genitori presentano livelli bassi di formazione, (anche se leggermente inferiori). Ma la leggera ascendenza ( licenza elementare  dei genitori contro licenza media inferiore dei figli) è piuttosto dovuta alle modifiche relative al sistema scolastico. E le la scuola dell’obbligo riesce solo parzialmente a compensare le differenze culturali proprie delle famiglie di provenienza e i processi di orientamento scolastico e professionale.

La  seconda dimensione, la trasmissione intergenerazionale della condizione occupazionale, è stata indagata chiedendo agli assistiti quale fosse la professione dei propri genitori.

Ne risulta che i padri sono inquadrabili prevalentemente in profili per cui non viene richiesta una particolare qualificazione (quali artigiani, operai specializzati, conducenti di veicoli, impiegati nelle attività commerciali); le madri sono per lo più casalinghe o in altre attività non qualificate.

I figli, o sono ancora  in cerca di prima occupazione, o in posizioni lavorative non qualificate

Comunque complessivamente il raffronto tra padri e figli mostra che il 36,8% dei beneficiari Caritas ha sperimentato un movimento ascendente (i figli si sono collocati in classi più qualificate), il 20,4% sono rimasti nella stessa classe occupazionale dei padri e il 42,8% ha invece vissuto una mobilità discendente. Dal confronto tra macroregioni si colgono importanti eterogeneità territoriali: molto più alte al Sud e nelle Isole le percentuali relative alle situazioni di immobilismo, pari rispettivamente a 27,0% e 26,5%. Il Nord-Ovest si caratterizza invece come la macroarea con la quota più elevata di persone che hanno sperimentato un’ascesa occupazionale (50,0%); le Isole, al contrario, registrano la più alta incidenza di individui in mobilità discendente (49,3%).

Il tema della persistenza intergenerazionale della povertà e il disagio ha rivelato che oltre la metà degli assistiti percepiscono un peggioramento delle condizioni della propria vita e quindi si sono impoveriti rispetto ai genitori. Tale percezione è maggiore al Sud e nelle Isole.

In conclusione è forte il rischio di una trasmissione intergenerazionale della povertà, collegata alla continuità dei livelli formativi, professionali e di deprivazione con i genitori.

La transizione formazione lavoro

Solide sono le attestazioni a livello internazionale e domestico dell’impoverimento delle nuove generazioni rispetto a quella dei genitori e del suo aggravamento con la pandemia. Le barriere al miglioramento delle condizioni socio economiche dei giovani stanno in un insieme di fattori quali il basso tasso di crescita economica, il mercato del lavoro separato tra lavoratori protetti e non, la configurazione del sistema di istruzione e formazione, la scarsa autonomia abitativa.

Ma uno snodo significativo nel successo o meno del processo di inclusione socio lavorativa dei giovani  è quello della transizione scuola -lavoro, perché slegato dalla congiuntura economica e più collegato a limiti del sistema di istruzione. Fattori attestanti possono essere ipotizzati in:

  • il tasso di disoccupazione in Italia degli under 30 è il doppio della media europea,
  • il 20% dei lavoratori sono sotto qualificati rispetto alla mansione svolta, 
  • alte sono le percentuali di giovani che non studiano né lavorano, 
  • limitati sono i risultati del programma Garanzia Giovani.  
  • usciti dal sistema di formazione i giovani non hanno servizi di supporto per l’accesso al lavoro. La via principale resta la famiglia o le reti di conoscenze.
  • Il tempo di attesa tra uscita dalla scuola e l’esperienza lavorativa è più lungo in Italia

Contrasto alla povertà. le politiche

Orientamenti e prospettive  di Caritas sviluppano quanto anticipato nella presentazione del Rapporto.

L’approccio della Caritas al contrasto alla povertà tende a distinguere  gli interventi contro la povertà assoluta da quelli relativi alla prevenzione della povertà e per l’inclusione sociale. Questo in un quadro di ripresa della crescita compatibile con l’ambiente e contrasto all’inflazione, propone poi il problema di quale potrà essere il proprio ruolo.

Preso atto dell’aumento della povertà assoluta verificatosi negli ultimi anni per le famiglie e le persone

si evidenzia che il Reddito di Cittadinanza, come unico intervento nazionale, è stato fruito  da 4,7 milioni di persone, poco meno della metà dei poveri assoluti. Per i criteri introdotti sono beneficiari anche soggetti in povertà relativa. Va considerato come  reddito minimo e in quanto tale  occorre che sia erogato ai poveri in assoluto. La proposta è quindi di ridefinire i criteri e alcune condizioni. Quindi azioni da intraprendere in questa sono: 

  • fissare soglie di accesso basate sulla povertà assoluta e non sul rischio di povertà;
  • prevedere un requisito di anni di residenza che non penalizzi i poveri stranieri; 
  • prevedere una scala di equivalenza che non penalizzi le famiglie numerose; 
  • introdurre compensazioni differenziate dei contributi per area a fronte di alcuni costi, ad esempio quelli per il riscaldamentoo per l’affitto, che variano molto da area ad area (più alti al Nord, più bassi al Sud); 
  • rendere il più possibile compatibile la percezione del contributo con i redditi da lavoro, in modo da non disincentivare la ricerca di un lavoro mentre si riceve la misura 
  • favorire la compresenza di reddito da lavoro e misure di contrasto alla povertà presso la stessa famiglia.

Comunque nella povertà assoluta le erogazioni economiche devono essere accompagnate da un sostegno da parte dei servizi territoriali di cui va continuata l’azione di adeguamento, riorganizzando la filiera istituzionale e dando impulso alla messa in atto dei PUC(Progetti di Utilità Collettiva),  integrando i vari interventi economici.

Per quanto riguarda il rischio di povertà relativa, i cui dati non hanno subito forti modifiche,  si ipotizza un insieme di interventi  preventivi dell’impoverimento in particolare nell’ambito del lavoro dove sono  avvenute  modifiche che hanno avuto effetti sul reddito ampliando il fenomeno dei lavoratori poveri. Vengono a proposito sostenute le proposte elaborate dal gruppo di lavoro istituito presso il Ministero del Lavoro che affrontano la “catena di creazione di povertà e disuguaglianza”: i redditi individuali da lavoro, che dipendono dalla paga oraria, dalle ore lavorate nella settimana, dai mesi lavorati durante l’anno; i redditi familiari percepiti dai membri della famiglia; i redditi familiari disponibili dopo i trasferimenti pubblici e al netto delle imposte.

Le prospettive

Caritas evidenzia come la pandemia abbia rimesso in atto interventi di protezione sociale da parte dello Stato che in precedenza sembravano in via di smantellamento. A livello europeo la svolta è stato il Recovery Fund e le risorse del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), Evocare questo tipo di ripresa di welfare è estremamente opportuno in una fase di ricambio di politica   governativa in Italia. E auspica che le risorse messe a disposizione siano bene utilizzate soprattutto quelle in contrasto alla povertà e per l’inclusione. 

Ricordati i propri interventi effettuati durante la pandemia, Caritas sintetizza quello che potrà essere il proprio raggio di azione: 

  • favorire e facilitare l’accesso alle misure pubbliche esistenti;
  • accompagnare le persone nell’iter di accesso alle misure;
  • integrare le misure pubbliche con interventi supplementari nelle situazioni in cui le persone

hanno bisogno di un sostegno aggiuntivo ulteriore, avendo cura di contribuire a definire,con gli attori pubblici, progetti per le persone che siano complessivi e ritagliandosi un ruolospecifico in questo assetto;

  • compensare l’assenza di politiche pubbliche o la mancata copertura da parte di queste di

alcune quote di destinatari specifici;

  • monitorare le misure pubbliche nel loro funzionamento e impatto sulle vite di chi le riceve

ed elaborare proposte di modifica delle stesse tecnicamente definite per renderle sempre più adeguate ai bisogni delle persone in povertà;

  • fare pressione per agire sui meccanismi che generano condizioni di povertà e disuguaglianza,

costruendo proposte articolate e attuabili anche in collaborazione con altre organizzazionie con esperti che condividono gli obiettivi di cambiamento e benessere dei più disagiati (per esempio una tassazione giusta, la stabilità dei contratti di lavoro, un salariominimo collegato all’estensione dei minimi contrattuali, il rafforzamento di una pubblica amministrazione al servizio dei cittadini e delle cittadine, soprattutto coloro che sono più bisognosi di sostegno, interventi di transizione ecologica improntati all’equità e che non

creino ulteriori fratture fra fasce della popolazione, ecc.).

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