La vulnerabilità è l’asse portante culturale, sin dalla nascita sei anni fa, della rivista Passion&Linguaggi. Rimettere a tema la natura dell’essere umano è la via obbligata per immaginare la trasformazione delle relazioni e di un mondo che viene giù a pezzi. Siamo nel tempo di rischiose congiunzioni tra tecnica e potere politico, che, in maniera inattesa, riducono le possibilità di benessere e addirittura di vita sul pianeta. Soprattutto per le giovani generazioni.
Dalla crisi climatica, all’esplosione delle disuguaglianze, all’escalation delle guerre, fino alle minacce del tecno-capitalismo alla democrazia e alla libertà, quello del ventunesimo secolo si presenta come un menù tragico e senza alternative, frutto avvelenato di una modernità che – al netto del buono che ha portato con sé – ha visto le promesse mutare in minaccia e oggi ci espone a quell’angoscia radicale – che paralizza, che spegne invece di accendere mobilitazioni – che Emanuele Severino ascriveva a un sapere moderno diventato tecnica, alla verità considerata potenza della tecnica, supremo controllo della natura.
Per Severino, «la crisi in cui oggi si trova ogni aspetto della civiltà tradizionale, non solo europea, è una conseguenza del progetto che sta alla base della forza scientifico-tecnologica del progetto del dominio illimitato su tutte le cose, di quel progetto cioè secondo il quale è possibile una produzione e una distruzione continua dell’universo» [E. Severino, Destino della necessità, Milano, Adelphi, 1980].
Il potere che volge in dominio di pochi sul resto dell’umanità, allarga ingiustizie sociali e infligge inaudite sofferenze. Che oggi sono sotto i nostri occhi, ma che Clive Staples Lewis in un volume del 1943 (ripubblicato da Adelphi nel 2026), dall’eloquente titolo L’abolizione dell’uomo, aveva ampiamente pronosticato: «Al momento della vittoria dell’Uomo sulla Natura troveremo dunque l’intera razza umana soggetta ad alcuni individui, e tali individui soggetti a quanto in essi stessi è puramente “naturale” – i loro impulsi irrazionali». Il futuro che intravede Lewis – chiosa in una recensione al volume Marco Dotti [Centro Culturale di Milano, 27 febbraio 2026] – è quello di un’umanità fabbricata a tavolino da tecno-elites, Non tiranni nel senso classico del termine, ma ingegneri dell’anima. Una minoranza tecnocratica emancipata da ogni vincolo morale.
Non è la tecnica in sé, il problema, ma la sua concentrazione in poche mani che, come diceva Pier Paolo Pasolini già negli anni ‘70, può ridurre gli uomini a “polli d’allevamento”. Oppure, come scriveva ben prima dell’irruzione dell’intelligenza artificiale di ultima generazione, Pietro Barcellona, si propone «di giungere alla ricostruzione della struttura mentale dell’individuo per conferire quelle qualità psicologiche che sono richieste per l’efficace funzionamento degli strumenti» [La strategia dell’anima, Città Aperta Edizioni, 2003].
Risalire la china è impresa improba, tenendo conto della corruzione funzionalista e tecnocratica che attraversa anche i sistemi educativi e formativi, limitando le possibilità di fare fronte a quella urgenza sottolineata da Ugo Morelli – nel pezzo che appare su questo numero della rivista – circa le “vulnerabilità invisibili” che formano il nostro pensiero: «così come curiamo la salute fisica, dobbiamo coltivare la salute cognitiva attraverso pratiche che bilancino l’uso di estensioni artificiali con momenti di pensiero non mediato».
Nella società automatica, le piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale generano una determinata forma mentis, creando dei thinkframes – come scrive Morelli – che «rappresentano un’architettura cognitiva pervasiva che opera su scala collettiva, organizzando attenzione, interpretazione e processi decisionali attraverso l’interazione tra sistemi di AI, piattaforme, infrastrutture istituzionali e agenti umani».
Una sorta di allestimento di immaginari e narrative a senso unico che mirano a indebolire, non certo a cementare, il legame sociale proponendo l’altro come minaccia e nemico, e la competizione come scorciatoia per la riuscita di sé. Un sé senza l’Altro, che i social media in particolare rimandano, a modo di specchio, come rappresentazione desiderabile dell’io, che tuttavia finisce per diventare un potente solvente del legame sociale perché contribuisce a coprire artificialmente la vera natura dell’essere umano che è non autosufficiente, è fragile e perciò dipendente dall’Altro.
Nei suoi scritti sulla cura del mondo [Bollati Boringhieri 2009], Elena Pulcini si chiede come recuperare a ogni individuo la memoria della propria vulnerabilità e la consapevolezza del limite, ma al tempo stesso richiamando Lévinas, prospetta anche l’altra accezione di vulnerabilità, quella del soggetto all’altro, che – chiarisce – non è un soggetto altruistico, ma relazionale, che ci costituisce e del quale, in quanto legati, dipendenti, diventiamo responsabili.
Lou Andres Salomè scrive a Rainer Maria Rilke: «chi sono io, chi sei tu, se non ci comprendiamo?».
Solo l’Altro ci può svelare chi siamo, facendogli spazio dentro di noi e desiderando che ci faccia spazio dentro di sé, in un “gioco” del riconoscimento reciproco, che è una risposta alla “mancanza a essere”, e perciò al desiderio dell’Altro, come direbbe Jacques Lacan. E ciò può avvenire solo nell’incontro dei corpi, mettendo in conto la bellezza dell’esperienza ma anche la ferita, che, come scrive Monia De Riva su questo numero di Passion&Linguaggi, introduce una tensione profonda: «costruiamo difese, sviluppiamo strategie di controllo, impariamo a restringere il campo dell’esperienza per evitare di essere nuovamente toccati. In questo passaggio accade qualcosa di decisivo. La vulnerabilità originaria, che era apertura e possibilità di incontro, si trasforma progressivamente in chiusura. Non è più l’esposizione a renderci fragili, ma il tentativo di non sentire più. Il muro diventa la nuova ferita».
La relazione con l’Altro non è una passeggiata di salute, ma è irrinunciabile, costitutiva del senso della nostra esistenza, del nostro stesso essere, e sebbene sia fisiologica va curata. All’incontro con l’Altro bisogna educarsi, per prenderne le misure, per gestire il conflitto in maniera generativa, per accettare forme, sia pure emancipative, di dipendenza.
Per farlo è urgente uscire dal thinkframe maschilista che continua a informare il discorso pubblico, e che adotta a piene mani il linguaggio della guerra, e a connotare di violenza le relazioni intersoggettive, soprattutto nei riguardi delle donne; per recuperare contestualmente su questi piani quel “codice mancante”, quello affettivo femminile e materno, in grado di riproporsi come critica del soggetto moderno autocentrato e irresponsabile, e via simbolica per fare memoria della vulnerabilità come principio cardine della nostra individuazione.
Sentire l’Altro è un’esperienza emotiva iscritta nell’empatia di cui fisiologicamente siamo dotati e in quella simulazione incarnata che le neuroscienze ci raccontano. Cosa farne dell’Altro dipende dalla nostra responsabilità, e perciò dalla cura cui affidiamo la nostra dimensione emozionale perché ci faccia decidere a favore dell’Altro, sfidando d-sensibilizzazione e indifferenza.
Come il teatro consente l’attivazione del corpo fonte di conoscenza dell’altro e della dimensione affettiva dell’esistenza, così in generale l’arte è una palestra straordinaria per affinare emozioni e sensibilità, in quanto – attingendo ancora al pensiero di Ugo Morelli [Mente e bellezza. Arte, creatività e innovazione, Umberto Allemandi & C., 2010]– l’esperienza estetica è un’esperienza sociale: «non vi è segno, simbolo o espressione e produzione estetica, se non per un altro; un atto non è intrinsecamente estetico, ma può diventarlo in una relazione, in un contesto; l’arte non è nell’artista né nel fruitore, ma nella relazione».
Ma se esiste uno strato emotivo del sentire l’Altro, dell’empatia, se ne può attivare anche uno cognitivo, come suggerisce Anna Donise in un volume su La critica della ragione empatica [Il Mulino, 2019], rilanciando l’elaborazione filosofica di Marta Nussbaum che conferisce molta importanza al riguardo alla connessione tra immaginazione letteraria e narrativa e intenzione morale. Scrive Donise: «Leggere un racconto ci porta ad assumere determinati atteggiamenti emotivi e a cogliere il punto di vista di altri. Non solo leggendo saremo spinti a interrogarci su quello che il racconto mette in scena, su ciò che accade, ma anche sul senso della vita che è espresso dalla sua forma; una sorta di meta-riflessione nella quale ci si chiede che tipo di sentimenti e di immaginazione siano messi in campo dall’atto di raccontare una storia. Il motivo per cui sono importanti questi esercizi narrativi è connesso alla capacità di immaginare altre vite possibili…».
Rainer Maria Rilke, che della vulnerabilità ha fatto una poetica, nella pubblicazione Lettere a un giovane poeta ci indica ancora la strada: «Forse tutte le cose terribili sono, in fondo, solo qualcosa di disperato che ha bisogno del nostro amore».
*IN Passion&Linguaggi, 01/04/2026
