La parola diserzione è stata pronunciata in una manifestazione nazionale del PD ed è stata vissuta dall’opinione pubblica come un’estemporaneità di chi l’ha pronunciata. Non mi interessa parlare della giovane dirigente che l’ha usata, né ho intenzione di giudicare la sua reale volontà. Sono soltanto meravigliato dal fatto che non abbia suscitato una discussione nel partito, né abbia prodotto un confronto pubblico di chiarimento e approfondimento. Infatti, la diserzione – considerata reato, in quanto rifiuto del dovere civico di difendere la Patria – è ben diversa dall’obiezione di coscienza o dal pacifismo, che rifiutano la guerra offensiva ma non la difesa dei valori democratici.
In ogni caso, quella parola d’ordine è un indice di ciò che sta provocando la diffusione delle guerre in giro per il mondo e ovviamente ancor più in Europa e quindi da noi. La loro dilatazione nel tempo ci sta abituando all’idea che bisogna convivere con i bollettini dei combattimenti; che si deve fare il callo di fronte alle liste dei morti, non solo dei combattenti ma anche della popolazione civile e in particolare dei bambini; in definitiva, si ha la netta sensazione che il buon senso è stato messo in soffitta a vantaggio di ogni sorta di estremismo o pressapochismo.
L’evocazione della diserzione certifica che l’acutezza dei conflitti e la loro durata fa sfumare la distinzione circa le responsabilità tra aggressori e aggrediti. Nella testa di un numero sempre più ampio di persone, specie giovani, gli uni e gli altri perdono identità. Se si arriva ad ipotizzare in Italia la diserzione è perché tutti i combattenti vengono accomunati nella condanna delle atrocità compiute, delle distruzioni documentate giorno dopo giorno dai mass media, delle volontà di non cercare la via della diplomazia per mettere fine ai dolori che si accumulano. In realtà, cresce il rifiuto di capire ed approfondire le cause dei singoli conflitti e soprattutto di chi ne tira le fila.
Questa confusione e la conseguente paura di ritrovarsi in una guerra che nessuno riesce spiegare fino in fondo, è anche conseguenza delle ambiguità che hanno accompagnato tutta la vicenda dello scontro innestato dalla Russia contro l’Ucraina. Specie a scala europea. La parola riarmo è stata usata a vanvera. Un sacco di quattrini inizialmente distribuiti a pioggia tra Stati che li hanno utilizzati ciascuno secondo priorità casalinghe, a partire dalla Germania e la libidine di avere definitivamente un esercito tutto suo. Recentemente, c’è stato un primo aggiustamento di quell’errore. Il Consiglio europeo ha approvato cinque progetti di difesa comune (EDPCI) nei settori dei droni e antidroni, della difesa marittima, dello spazio, della difesa aerea e missilistica, della protezione del fianco Est dell’Europa.
Ma la frittata è stata fatta e la strumentalizzazione alimentata. In Italia ne stanno approfittando sia da destra che da sinistra. E ciò nel pieno di una rivoluzione delle modalità della guerra. Di convenzionale ormai c’è ben poco. E’ ibrida, cibernetica e guidata dalla intelligenza artificiale. Senza i satelliti Starlik di Elon Musk, il presidente Zelenskyj non riuscirebbe a tener testa all’offensiva di Putin. E senza l’incredibile talento dei suoi tecnici, non avrebbe quella batteria di droni capaci di dribblare i sistemi di difesa russi e mettere fuori gioco presidi strategici dell’avversario.
Soprattutto i giovani intuiscono che lo iato tra le caratteristiche degli scontri in atto e le decisioni dell’Europa si sta allargando. Si rafforza l’idea che la guerra possa sfuggire dalle mani delle istituzioni democratiche tradizionali, a vantaggio degli interessi di pochi miliardari privati. In discussione non è tanto l’aiuto all’Ucraina, ma il posizionamento dell’Europa che, specie con una Nato messa in crisi dagli Stati Uniti, può essere trascinata in uno scontro continentale.
La risposta non può essere la diserzione, sia perché non sarà certo l’Europa a fare il primo passo contro la Russia, né lo può fare l’Italia che per obbligo costituzionale non può dichiarare guerra a nessuno. Sia perché, di fronte ad un’offensiva che ci può cogliere dall’esterno, giovani e meno giovani non credo che si tireranno indietro, cercando rifugio in un altrove, per vedere come finisce il tragico film sul proprio territorio.
Certo, in assenza di una mobilitazione sociale per una pace ben costruita e che svegli l’Europa dal “sopimento”, come elegantemente la definisce Romano Prodi, che la sta rendendo drammaticamente irrilevante, quel grido estremo che ha scosso le coscienze dei presenti alla manifestazione del PD, può diventare lacerante.
Bisogna dare valore alle lotte di resistenza democratica ai soprusi del più forte ed arrogante perché esse non siano vanificate. Occorre rimettere la questione degli armamenti sul binario giusto della cooperazione europea per un sistema univoco di scudo e di apparati militari nei confronti di chi tenta di trascinarci in guerra.
Ma soprattutto, diventare interlocutori unanimi per la pace. Ciò significa promuovere un nuovo modello di diplomazia da rimettere in moto a livello internazionale non tanto per ragioni commerciali, che pure hanno la loro rilevanza, ma che abbia come sfondo robusto i valori della democrazia, della giustizia sociale e della pace. Questi valori devono essere coniugati contestualmente, senza gerarchizzazione dei ruoli degli Stati. Il più forte deve smetterla di fare l’arrogante, i meno forti unirsi e non fare i servi sciocchi del sovranismo dei potenti. I più deboli devono essere accolti con dignità nelle sedi decisionali e sostenuti nel loro sforzo di uscire dalla miseria e di rafforzarsi democraticamente.
Soltanto in questo modo, soprattutto i giovani potranno essere chiamati ad una mobilitazione costruttiva e non essere incentivati a fughe dalle responsabilità. E siccome, finora hanno dato segni tangibili di essere disponibili a seguire bandiere di uguaglianza, giustizia e pace, non bisogna deluderli e perderli. La parola diserzione è stata pronunciata in una manifestazione nazionale del PD ed è stata vissuta dall’opinione pubblica come un’estemporaneità di chi l’ha pronunciata. Non mi interessa parlare della giovane dirigente che l’ha usata, né ho intenzione di giudicare la sua reale volontà. Sono soltanto meravigliato dal fatto che non abbia suscitato una discussione nel partito, né abbia prodotto un confronto pubblico di chiarimento e approfondimento. Infatti, la diserzione – considerata reato, in quanto rifiuto del dovere civico di difendere la Patria – è ben diversa dall’obiezione di coscienza o dal pacifismo, che rifiutano la guerra offensiva ma non la difesa dei valori democratici.
In ogni caso, quella parola d’ordine è un indice di ciò che sta provocando la diffusione delle guerre in giro per il mondo e ovviamente ancor più in Europa e quindi da noi. La loro dilatazione nel tempo ci sta abituando all’idea che bisogna convivere con i bollettini dei combattimenti; che si deve fare il callo di fronte alle liste dei morti, non solo dei combattenti ma anche della popolazione civile e in particolare dei bambini; in definitiva, si ha la netta sensazione che il buon senso è stato messo in soffitta a vantaggio di ogni sorta di estremismo o pressapochismo.
L’evocazione della diserzione certifica che l’acutezza dei conflitti e la loro durata fa sfumare la distinzione circa le responsabilità tra aggressori e aggrediti. Nella testa di un numero sempre più ampio di persone, specie giovani, gli uni e gli altri perdono identità. Se si arriva ad ipotizzare in Italia la diserzione è perché tutti i combattenti vengono accomunati nella condanna delle atrocità compiute, delle distruzioni documentate giorno dopo giorno dai mass media, delle volontà di non cercare la via della diplomazia per mettere fine ai dolori che si accumulano. In realtà, cresce il rifiuto di capire ed approfondire le cause dei singoli conflitti e soprattutto di chi ne tira le fila.
Questa confusione e la conseguente paura di ritrovarsi in una guerra che nessuno riesce spiegare fino in fondo, è anche conseguenza delle ambiguità che hanno accompagnato tutta la vicenda dello scontro innestato dalla Russia contro l’Ucraina. Specie a scala europea. La parola riarmo è stata usata a vanvera. Un sacco di quattrini inizialmente distribuiti a pioggia tra Stati che li hanno utilizzati ciascuno secondo priorità casalinghe, a partire dalla Germania e la libidine di avere definitivamente un esercito tutto suo. Recentemente, c’è stato un primo aggiustamento di quell’errore. Il Consiglio europeo ha approvato cinque progetti di difesa comune (EDPCI) nei settori dei droni e antidroni, della difesa marittima, dello spazio, della difesa aerea e missilistica, della protezione del fianco Est dell’Europa.
Ma la frittata è stata fatta e la strumentalizzazione alimentata. In Italia ne stanno approfittando sia da destra che da sinistra. E ciò nel pieno di una rivoluzione delle modalità della guerra. Di convenzionale ormai c’è ben poco. E’ ibrida, cibernetica e guidata dalla intelligenza artificiale. Senza i satelliti Starlik di Elon Musk, il presidente Zelenskyj non riuscirebbe a tener testa all’offensiva di Putin. E senza l’incredibile talento dei suoi tecnici, non avrebbe quella batteria di droni capaci di dribblare i sistemi di difesa russi e mettere fuori gioco presidi strategici dell’avversario.
Soprattutto i giovani intuiscono che lo iato tra le caratteristiche degli scontri in atto e le decisioni dell’Europa si sta allargando. Si rafforza l’idea che la guerra possa sfuggire dalle mani delle istituzioni democratiche tradizionali, a vantaggio degli interessi di pochi miliardari privati. In discussione non è tanto l’aiuto all’Ucraina, ma il posizionamento dell’Europa che, specie con una Nato messa in crisi dagli Stati Uniti, può essere trascinata in uno scontro continentale.
La risposta non può essere la diserzione, sia perché non sarà certo l’Europa a fare il primo passo contro la Russia, né lo può fare l’Italia che per obbligo costituzionale non può dichiarare guerra a nessuno. Sia perché, di fronte ad un’offensiva che ci può cogliere dall’esterno, giovani e meno giovani non credo che si tireranno indietro, cercando rifugio in un altrove, per vedere come finisce il tragico film sul proprio territorio.
Certo, in assenza di una mobilitazione sociale per una pace ben costruita e che svegli l’Europa dal “sopimento”, come elegantemente la definisce Romano Prodi, che la sta rendendo drammaticamente irrilevante, quel grido estremo che ha scosso le coscienze dei presenti alla manifestazione del PD, può diventare lacerante.
Bisogna dare valore alle lotte di resistenza democratica ai soprusi del più forte ed arrogante perché esse non siano vanificate. Occorre rimettere la questione degli armamenti sul binario giusto della cooperazione europea per un sistema univoco di scudo e di apparati militari nei confronti di chi tenta di trascinarci in guerra.
Ma soprattutto, diventare interlocutori unanimi per la pace. Ciò significa promuovere un nuovo modello di diplomazia da rimettere in moto a livello internazionale non tanto per ragioni commerciali, che pure hanno la loro rilevanza, ma che abbia come sfondo robusto i valori della democrazia, della giustizia sociale e della pace. Questi valori devono essere coniugati contestualmente, senza gerarchizzazione dei ruoli degli Stati. Il più forte deve smetterla di fare l’arrogante, i meno forti unirsi e non fare i servi sciocchi del sovranismo dei potenti. I più deboli devono essere accolti con dignità nelle sedi decisionali e sostenuti nel loro sforzo di uscire dalla miseria e di rafforzarsi democraticamente.
Soltanto in questo modo, soprattutto i giovani potranno essere chiamati ad una mobilitazione costruttiva e non essere incentivati a fughe dalle responsabilità. E siccome, finora hanno dato segni tangibili di essere disponibili a seguire bandiere di uguaglianza, giustizia e pace, non bisogna deluderli e perderli.
