Educare, essere responsabili, non è soltanto una qualità morale individuale, né una virtù privata. È anche una responsabilità pubblica, che riguarda le scelte collettive, le politiche adottate, le priorità che una società decide di darsi. In nessun ambito questa responsabilità appare tanto evidente quanto nell’educazione delle nuove generazioni.
Il documento di solidarietà indirizzato ai colleghi dell’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia (in allegato), dopo la tragedia che ha visto l’uccisione di un ragazzo diciottenne, Youssef Abanoub, per mano di un compagno di scuola Atif Zouhair con un arma da taglio, nasce da una tragedia che ha colpito una comunità scolastica, ma assume immediatamente un valore politico e civile più ampio: denuncia, senza retorica, l’isolamento strutturale della scuola e la tendenza sistematica della società a delegare all’istituzione scolastica ciò che non riesce – o non vuole – affrontare altrove.
Viviamo in una società che fatica sempre più a riconoscersi come comunità educante. I contesti familiari sono spesso lasciati soli, i servizi territoriali sono insufficienti o frammentati, le politiche sociali e preventive vengono progressivamente indebolite. In questo vuoto, la scuola diventa il luogo su cui si concentra ogni aspettativa: contenere il disagio, prevenire la violenza, educare all’affettività, supplire alle fragilità emotive, ricucire fratture sociali profonde.
Questa delega totale non è neutra: è una scelta politica implicita, che consente alla società e alle istituzioni di sottrarsi alle proprie responsabilità, scaricandole su chi lavora quotidianamente nelle aule. Alla scuola si chiede tutto, ma le si fornisce sempre meno: meno personale, meno risorse, meno presìdi educativi, meno supporti specialistici.
Il documento dell’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia lo afferma con chiarezza: le classi sono diventate luoghi di estrema complessità, attraversati da fragilità profonde e da un disagio sociale crescente che riguarda indistintamente studenti italiani e stranieri, mentre i docenti vengono lasciati a gestire situazioni che eccedono largamente il mandato educativo e didattico.
Essere responsabili, come società e come decisori pubblici, significa interrompere questa narrazione comoda e deresponsabilizzante. È troppo facile accusare la scuola quando emergono fallimenti, conflitti o tragedie, senza interrogarsi sulle politiche di disinvestimento e sull’assenza di una rete integrata tra scuola, sanità e servizi sociali.
La responsabilità politica richiede scelte esplicite e non rinviabili: riconoscere la scuola come infrastruttura democratica essenziale; garantire la presenza stabile di figure di supporto psicologico; rafforzare i servizi educativi territoriali; investire sul personale e sull’inclusione.
Continuare a considerare la scuola un costo da comprimere significa accettare consapevolmente l’aumento del disagio e della solitudine. Investire nella scuola significa assumersi la responsabilità del futuro collettivo.
La ferita che colpisce una comunità scolastica non è un fatto isolato: è il segnale di una frattura più profonda. Difendere la dignità del lavoro educativo non è una rivendicazione corporativa, ma un atto politico nel senso più alto del termine.
Lettera agli insegnanti dell ISTITUTO EINAUDI – CHIODO di La Spezia >>>
*Segretaria Generale CISL Scuola
