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Evitiamo il braccio di ferro tra politica e sociale

Man mano che, faticosamente, il lavoro conquista la prima fila nel dibattito politico, ritorna di attualità il conflitto tra primato della politica e primato del sociale. Era dai tempi della scala mobile, dell’inflazione a due cifre, della stagflation che non si assisteva ad una avvisaglia di contrapposizione tra politica e sociale, come quella che si profila. Ma non è un replay di quella fase. Neanche una sua brutta copia. Non ci sono più né un Berlinguer che non accetta di essere scavalcato da un’intesa tra un Governo – specie se a guida Craxi – e i sindacati, né un Carniti e Benvenuto che in nome dell’autonomia, interrompono l’unità con Lama. Non c’è più né il tentativo di realizzare una politica dei redditi concertata, né la scelta di dare un’alternativa al contrattualismo conflittuale, che aveva contrassegnato gli anni 70 e 80 e che tuttora aleggia nelle dinamiche tra le parti sociali.

Oggi, il conflitto che si delinea riguarda soggetti che – ciascuno per il ruolo e la rappresentanza che esprimono – non hanno né la baldanza, né la visione, né il vigore dimostrati trenta anni fa. Il sistema dei partiti e i Governi che si sono succeduti in questo primo scorcio di secolo hanno dimostrato una debolezza propositiva sempre più accentuata, che si è tradotta in decisioni quasi sempre non definitive, spesso tendenti al rinvio, praticamente elusive dell’esigenza di un vero riformismo. A loro volta, le rappresentanze sociali – a partire da quelle degli imprenditori e dei lavoratori e passando da quelle dei consumatori o dei senza casa, da quelle delle donne o degli immigrati – hanno marciato prevalentemente in ordine sparso, hanno privilegiato l’identità d’organizzazione rispetto alla qualità delle rivendicazioni, sono state sopraffatte dalla pesantezza e lunghezza della crisi economica e sociale.

Di conseguenza, si fronteggiano due debolezze storiche e strategiche. La politica, appesantita dall’emergenza, non riesce ad offrire prospettive di medio e lungo periodo; il sociale fa una fatica bestiale ad arginare lo scivolamento verso la tutela del proprio specifico, il lavoro dipendente standard. La globalizzazione fa il resto;  marginalizza l’autonomia dei poteri istituzionali e politici e spunta le armi della rappresentanza sociale, dato che il capitale è global e il lavoro è local. E’ in questo contesto che si miscelano esigenze, aspettative, delusioni e soddisfazioni, senza seguire gli itinerari canonici. Renzi parla di imprese e lavoratori, ma pensa a Farinetti e a Cipputi non alle loro rappresentanze e da più peso alle parole dei primi che ai proclami delle seconde. E non è una contraddizione se tra il Presidente del Consiglio e il capo della Fiom sembra esserci dialogo, mentre non ce n’è molto con Camusso e Bonanni. Attiene più alla tattica politica che alle scelte strategiche.

Queste ultime non ancora si vedono e quindi è più facile, meno impegnativa la sintonia con chi è fondamentalmente un “opinionista”, rispetto a chi si presenta in chiave “neocorporativa”. Ma anche l’opinionismo non può concedere al Governo più di quanto il contrattualismo è in grado di offrire. Basta leggere su Repubblica la lettera aperta di Landini del 9/4/2014. Le richieste possono essere più o meno condivisibili, ma è un chiedere senza alcun cenno a dare. Esattamente come Camusso. E così la politica prova a riprendere il primato, finanche in modo arrogante (dice Renzi: ”se il sindacato non ci sta, ce ne faremo una ragione”). Ma, in questo modo, anche se avesse più argomenti a proprio favore, la politica non renderebbe un servizio al Paese. Sia perché cercare la forzatura non è mai salutare, sia perché la costruzione del consenso non è poca cosa rispetto alla bontà, ma anche alla complessità, delle soluzioni che si andranno a proporre.

Politica e sociale si ricompongono in un unico, comune sentire, non giocando a braccio di ferro, ma cercando una visione e un percorso condiviso. E una politica pro labour può affermarsi soltanto se il sindacato si propone come interlocutore credibile dell’aumento della produttività aziendale, che non riguarda né l’intensità del lavoro individuale né le alchimie sulle regole del mercato del lavoro, ma il governo di quel complesso intreccio tra qualità del prodotto, organizzazione per ottenerlo e soddisfazione personale di chi lo realizza. Uno scambio di alto profilo tra destinazione di tutte le risorse pubbliche disponibili ai redditi delle persone e delle famiglie meno abbienti e all’occupazione giovanile e miglioramento delle condizioni di competitività delle aziende, intervenendo sui fattori di freno sia esterni che interni all’azienda; esso rappresenterebbe un grande contributo all’inversione della tendenza deindustrializzante della società italiana.

Si tratta di uno sforzo mai tentato compiutamente nel nostro Paese, mentre in altri è quasi pane quotidiano. Ma mai dire mai. La politica non ha bisogno di affermare una sua egemonia formale. “Sento tutti e decido da solo” non è messaggio rassicurante e forse neanche accattivante. Il sociale, a sua volta, non si fidi dell’ebbrezza del rivendicazionismo. Questo è tempo di progettualità da realizzare e comporta un massiccio impegno per la comprensibilità di quel messaggio “visionario”. Tanto la politica, quanto il sociale devono dare il meglio di sé stessi per favorire un avanzamento a questi tempi così turbolenti ma anche così avvincenti. 

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