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Il dato di realtà è una Unione a più velocità

Dal vertice dei capi si stato e di governo dei 27 convocato per la celebrazione del 60°anniversario dei Trattati di Roma è venuto un segnale politico utile a riproporre le ragioni di fondo dell’integrazione europea ma non una risposta tale da assicurarne un effettivo rilancio. Un’esigenza questa peraltro ineludibile nel momento in  cui con l’avvio della Brexit, l’Unione Europea deve fare i conti, per la prima volta nella sua storia,  con l’uscita di uno dei suoi Stati membri – e non dei minori- e quando prendono piede, in vari paesi, movimenti che, pur con connotazioni diverse, negano la stessa ragion d’essere dell’integrazione e mentre nei confronti di questa si manifesta una più generale disaffezione da parte dei cittadini, come dimostrano,Italia inclusa, i più recenti sondaggi di opinione.

La Dichiarazione firmata a Roma ha comunque il merito non solo di rivendicare i risultati conseguiti fin qui dal processo d’integrazione – troppo spesso ignorati a torto nel dibattito pubblico- ma anche di sostenere con chiarezza che solo attraverso una sua maggiore unità l’Europa può essere in grado di affrontare efficacemente le sfide,economiche e politiche, della globalizzazione. Un risultato non scontato in partenza, visto l’euroscetticismo di alcuni governi, in particolare di paesi di più recente adesione.

Questo merito non si può estendere tuttavia a alle parti del testo in cui figurano gli obiettivi per il prossimo decennio e ciò per due ordini di motivi. Il primo riguarda l’assenza di novità e di priorità in un elenco che ripete puntualmente temi e politiche  già inclusi nel Trattato di Lisbona, anche se ci sono due sottolineature degne di nota: l’una relativa alla difesa ed alla sicurezza e l’altra all’Europa Sociale. Quest’ultima in particolare è da segnalare con favore come una ripresa di attenzione e di iniziativa rispetto ad una dimensione rimasta troppo a lungo in ombra nei confronti con quelle economica e monetaria ma che acquista oggi ancora maggiore rilevanza in presenza di una perdurante crisi occupazionale e della  crescita delle diseguaglianze sociali.

Il secondo motivo di perplessità si riferisce alle modalità con cui procedere alla realizzazione di queste politiche qualora non vi sia un’intesa complessiva e cioè con integrazioni differenziate comprendenti questo o quel gruppo di paesi a seconda dei temi prescelti. Se è vero, infatti, che a certe condizioni le “cooperazioni rafforzate” sono già previste nel Trattato in vigore (e praticate nel caso dell’Euro o di Schengen) è altrettanto vero che una loro moltiplicazione finirebbe per da vita ad un’Europa “ à la carte”,  minando la coerenza e la forza  dell’Unione, soprattutto in assenza di una chiara ridefinizione dei contenuti e degli assetti politico-istituzionali della costruzione europea.

Tema quest’ultimo per altro  costantemente eluso dai governi dopo la traumatica  caduta del progetto di Trattato costituzionale provocata dai referendum francese ed olandese del 2005, ma assolutamente decisivo per un vero rilancio dell’unificazione europea.

Certo alla vigilia di importanti scadenze elettorali in Francia e Germania, paesi comunque determinanti in qualsiasi disegno europeo, era impensabile ritenere che nell’incontro romano potesse essere affrontata una questione di tale portata.

Ma quando questa fase sarà superata con l’auspicabile successo delle forze europeiste, anche tra gli elettori francesi, non si dovrà tardare molto a compiere le scelte necessarie a fare uscire il processo dell’integrazione europea dalla situazione di stallo e di indeterminatezza in cui esso versa da tempo.

In questa prospettiva non si potrà che partire da un dato di realtà. L’esistenza di un nucleo di paesi che avendo rinunciato alla sovranità monetaria con la creazione dell’Euro hanno vocazione ma anche  necessità di andare oltre, proprio per rendere ottimale la moneta unica, e realizzare quindi una più stringente integrazione tra loro per quanto riguarda le politiche economiche, la fiscalità, il mercato del lavoro e la protezione sociale, in un quadro di istituzioni politiche di natura federale, legittimate democraticamente.  Mentre nel caso di altri paesi, non esistendo queste condizioni, l’adesione al progetto europeo si configura almeno nella fase attuale e per quanto prevedibile  nella loro integrazione nello spazio del mercato interno.

Comunque sia, ad una riforma del Trattato che ridia viabilità e incisività alla costruzione europea si dovrà mettere mano come ha autorevolmente affermato il Presidente Mattarella di fronte ai leaders europei chiedendo un salto di qualità in assenza del quale “l’alternativa  è  la paralisi fatale”.

 

*Presidente SINDNOVA

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