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Gli schemi di orario STW (short time work) in Europa, ai tempi della crisi

Ridurre gli orari e ripartire il lavoro è uno dei modi più rilevanti per rispondere ai guasti provocati dalla crisi economica. A fronte del crescente livello della disoccupazione, in particolare di quella gravissima che riguarda i giovani, la riduzione degli orari può aiutare a difendere i livelli di occupazione.

Il rapporto con i posti di lavoro ha portato i sindacati europei a porre la riduzione degli orari al centro delle proprie rivendicazioni. Sindacati e Governi dei vari paesi europei hanno affrontato il tema degli orari con modalità diverse; ma ovunque, a partire dal 2008 si è progressivamente esteso il ricorso al STW (short time work) – orario di lavoro ridotto –  con schemi legislativi o accordi contrattuali, per difendere posti di lavoro e redditi dei lavoratori.

Le organizzazioni sindacali dei vari paesi dell’U.E., pur con convinzioni diverse e diversa intensità, hanno lavorato per ridurre la disoccupazione, hanno contrattato orari di lavoro ridotti e raggiunto accordi per mantenere i posti di lavoro.

Le modalità introdotte sono state le più svariate:

– le “banche ore” sono state lo strumento per realizzare una flessibilità dell’orario, con la progressiva abolizione del lavoro straordinario e, attraverso varie forme di condivisione del lavoro, hanno contribuito a sostenere il reddito e mantenere i livelli occupazionali;

–  i “contratti di solidarietà”,  con riduzione di orario e di salario (compensato spesso da interventi di parziale sostegno al reddito con intervento legislativo o con accordi) per mantenere e difendere i livelli occupazionali;

– il “kurzarbeit” (orario di lavoro ridotto) tedesco, con contratti collettivi che mantengono i posti di lavoro con riduzione per tutti dell’orario e del salario, ma con l’intervento del Governo che compensa parte della perdita del reddito. A questo schema è associato un intervento formativo nel tempo extra non lavorativo. Questi schemi seguono le esperienze che furono fatte in Germania negli anni ’90: il solo intervento alla Volkswagen di condivisione del lavoro con la riduzione degli orari permise di salvare 30.000 posti di lavoro. Nel 2009 in Germania i fondi pubblici per questi schemi di intervento raggiungevano 5,1 miliardi di euro, per sostenere il reddito di 1.400.000 lavoratori e salvando quasi 500.000 posti di lavoro;

–  il ricorso a legislazioni di intervento tramite forme, tipo la nostra Cassa Integrazione (riduzione parziale o totale dell’orario con parziale compensazione della perdita retributiva). Questi schemi di intervento richiedono anche l’intervento della contrattazione collettiva. Spesso alla riduzione di orario si associano altre strumentazioni, quali il pensionamento anticipato o flessibile e l’uso della formazione.

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In Europa, negli ultimi dieci anni, è proseguito un lento trend di riduzione dell’orario di lavoro. Nel 2010 l’orario settimanale di lavoro medio era di 37,5 ore contro le 40,5 del 1991.  

Nei vari paesi dell’Unione esistono comunque grandi differenze sul numero delle ore medie settimanali effettivamente lavorate. Si va dalle 35,6 ore in Germania, dalle 31,5 ore dei Paesi Bassi, dalle 35,3 ore dell’Inghilterra fino alle 40,9 della Grecia e alle 38,1 ore del Portogallo. L’Italia aveva nel 2010 una settimana lavorativa media di 37,3 ore.

Mettendo in relazione la durata degli orari ed il tasso di occupazione dei vari paesi si ottiene il risultato che i paesi con più alto tasso di occupazione hanno gli orari più bassi, mentre quelli che hanno tassi di occupazione più bassi hanno gli orari più alti.

Si veda la Figura 1 (Istat 2011) che mette in relazione, per il 2010, il tasso di occupazione (15 – 64 anni) e le ore medie settimanali lavorate.    

     

Si ottengono 4 quadranti:

–   orari lunghi e bassa occupazione: Grecia, Italia, Spagna, Polonia, ecc.;

–   orari brevi e alta occupazione: Paesi Bassi, Germania, Danimarca, Inghilterra, ecc.;

–   orari lunghi e alta occupazione: Portogallo, Lussemburgo, Slovenia, Rep. Ceca;

–   orari brevi e bassa occupazione: Irlanda

Francia e Belgio hanno orari e tassi di occupazione praticamente coincidenti con la media U.E..

Negli ultimi decenni il progresso tecnologico ha portato nei paesi occidentali ad una crescita della produttività più rapida di quella del Pil. Ciò ha significato più produzione, più ricchezza e si è  tradotto anche in costanti riduzioni di orario di lavoro. 

Da almeno 30 anni però si sono affacciati processi nuovi e rilevanti: la globalizzazione, il post fordismo, una nuova organizzazione produttiva, le esternalizzazioni, le delocalizzazioni e soprattutto un’innovazione tecnologica spinta con “tecnologie di grande impatto potenziale”, che sempre più sostituiscono l’uomo.

La crescita della produzione e della produttività hanno comportato un impetuoso incremento di ricchezza, mentre diminuiva il monte salari, diminuiva il salario reale dei lavoratori e si arrestava la tendenza alla riduzione degli orari di lavoro.

C’è stato un forte trasferimento di ricchezza da redditi da lavoro a profitti e rendite.

In questi sei anni di durata della crisi, 2008-2013, in tutta Europa si sono adottate, come vedremo, strategie difensive importanti, in attesa di una ripresa dell’economia e della crescita del Pil.

Quando sarà superata la crisi, con una lenta risalita, sarà comunque impossibile tornare ai livelli occupazionali degli anni pre – crisi, in particolare nell’industria e nel manifatturiero. Sarà necessario recuperare nel terziario e nei servizi. Ma con una innovazione tecnologica che cancella posti di lavoro sempre più velocemente, senza riuscire a crearne di nuovi, l’alternativa ad una disoccupazione di massa dovrà passare inevitabilmente da una nuova fase di riduzione dei tempi di lavoro.

Ciò è particolarmente vero in Italia dove gli orari annui superano, per ogni lavoratore, di oltre 300 ore annue quelli dei paesi del centro e nord Europa.

Redistribuzione della ricchezza e del reddito e ridistribuzione degli orari sono le nuove frontiere, nei prossimi anni, per reggere nei paesi europei una sostenibilità sociale e dare un lavoro alle nuove generazioni.

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Tornando al tema delle risposte date alla crisi con le politiche degli orari nei vari paesi europei, è da registrare che fin dagli anni ’90 abbiamo avuto studiosi e ricercatori che hanno analizzato il rapporto tra occupazione e riduzione degli orari.

Già nel 1994 gli studi di Abraham e Houseman hanno evidenziato che in alcuni paesi europei l’uso  dello STW ha permesso di aumentare la flessibilità interna delle imprese e di reagire a periodi di domanda negativa non con i licenziamenti, ma con le riduzioni delle ore lavorate.

Van Audenrode nello stesso anno compara l’esperienza di molti paesi industriali e analizza come in alcuni paesi i tassi di aggiustamento, in caso di shock di domanda, siano più efficaci con la riduzione del numero di ore lavorate, rispetto al ricorso ai licenziamenti.

Nel 1996 Hamermesh studia l’impatto di varie tipologie di riduzione del lavoro e conclude che la riduzione collettiva delle ore giornaliere lavorate ha i migliori effetti sulla crescita dell’occupazione. Nello stesso anno Fitgerald studia gli effetti della riduzione delle ore lavorative, in relazione alla produttività, al salario e ai costi dell’impresa.

Nel 2010 Hijzen e Venn studiano l’efficacia del STW nel salvaguardare i posti di lavoro durante la crisi, analizzando i dati di 19 paesi Ocse, in quattro settori industriali. Essi affermano che lo STW è efficace nel preservare il numero dei lavoratori (in Germania e in Giappone calcolano tra lo 0,7 e lo 0,8% il numero di posti di lavoro salvati), ma esclusivamente per i lavoratori a tempo indeterminato. Non ci sarebbe nessun beneficio per i lavoratori a termine e per quelli a part time, in parte, ma non solo, perché essi vengono preventivamente esclusi dai programmi di riduzione.

Arpaia studia i dati di 27 paesi europei tra il 1991 e il 2009 e la capacità del STW di ridurre la variabilità dell’occupazione durante la recessione. L’autore esamina anche la durata della compensazione STW nei vari paesi e come essa sia stata estesa (es. da 3 a 24 mesi in Austria e da 6 a 18 mesi in Germania, poi portata a 24). In Italia questa compensazione è garantita tramite varie forme di CIG, mentre in altri paesi, alle compensazioni decise dai Governi, si sono aggiunti incentivi alle imprese che accettano schemi di STW, quali la riduzione dei contributi sociali, una maggiore flessibilità e incentivi alla formazione (obbligatoria o no, a seconda dei paesi).

Nel 2010 l’”OECD Employment Outlook” studia l’effetto dell’avvio del STW in 19 paesi Ocse. Le conclusioni sono che gli schemi di STW aiutano a salvaguardare i posti di lavoro a tempo indeterminato nella crisi, ovviamente  in modo diverso nei vari paesi per la durata della caduta di domanda nelle crisi, per il numero di lavoratori coinvolti e per le tipologie di STW utilizzate. Lo studio stima che il STW ha salvaguardato circa 200.000 lavoratori in Germania e ben 400.000 circa in Giappone, limitatamente ai lavoratori permanenti. Gli schemi di STW e la loro efficacia variano, secondo altri studi condotti, dalla loro tipologia, dai costi per il datore di lavoro, dalla preesistenza o meno di altri strumenti di salvaguardia dell’impiego, dal tipo di flexicurity esistente, laddove esiste.

L’efficacia dello STW sarebbe anche legata all’obbligo, nel periodo, di ricercare o accettare un lavoro, alla partecipazione dei datori e alla presenza di bilateralità nel finanziamento dello STW.

Non ci sono invece studi specifici sul rapporto tra l’introduzione di schemi di STW e la tipologia della contrattazione presente. Come, cioè, la presenza della contrattazione collettiva – a livello nazionale, oppure di un sistema di contrattazione non centralizzata o di un sistema misto con i due livelli complementari – influisca sul ricorso al STW. Infatti in Europa la situazione della contrattazione è molto articolata.

Ad esempio in Austria, Belgio, Germania e Paesi Bassi i programmi di STW sono attuati tramite accordi collettivi settoriali e locali. In altri paesi la contrattazione collettiva si esplica a livello aziendale. Ad esempio in Bulgaria, Ungheria e Polonia i contratti collettivi su orari ridotti sono stati siglati in società multinazionali e grandi aziende. Anche in Svezia gli accordi sulle riduzioni di orario  vengono negoziati a livello aziendale.

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Venendo alle esperienze di STW, prendiamo in esame la situazione in alcuni paesi dell’Europa.

Per quanto riguarda l’Italia la situazione è nota, ma va ricordato che ai sistemi di CIG preesistenti si è aggiunto quella in deroga, per settori e aziende che non ne beneficiavano. I sindacati chiedono al Governo il rifinanziamento per l’utilizzo dei contratti di solidarietà.

In Francia si è introdotta nel 2000 la settimana lavorativa di 35 ore, con una forte apertura alla flessibilità degli orari, in quanto le ore di lavoro si computano su base annua e non più settimanalmente. Si stima che la legge abbia prodotto l’introduzione di circa nuovi 350.000 posti di lavoro. Tra il 2008 e il 2009, per quanto riguarda gli schemi di STW, si sono aumentati i benefici e la durata e si sono estesi a tutti i lavoratori, compresi quelli temporanei e a part time.

In Germania l’introduzione del Kurzarbeit è stata studiata  da vari autori che hanno messo in rilievo che le imprese che lo hanno utilizzato:

–   non hanno ridotto le retribuzioni, quindi le riduzioni orarie sono avvenute a parità di salario;

–   hanno anche assunto nuovi lavoratori, ma solo a termine e a part time;

–   hanno aumentato la flessibilità interna e stabilizzato l’occupazione.

Altri autori mettono in rilievo che, oltre a quanto già esposto, il Kurzarbeit non è uno strumento che serve per il lungo periodo; serve solo per stabilizzare il ciclo economico e non nel caso di cambiamenti strutturali; è utilizzato prevalentemente nel settore manifatturiero (l’80% dei lavoratori sussidiati lavora nel manifatturiero); non servirebbe per situazioni di crisi più profonde e durature; è scarsamente utilizzato nelle piccole imprese.

Dal 2009 il periodo di utilizzo è stato esteso a 24 mesi e sono state migliorate le procedure e le condizioni di utilizzo.

In Portogallo la settimana lavorativa è stata portata da 44 a 40 ore a parità di salario. Sono previsti corsi di formazione fino a 6 mesi nel periodo di riduzione dell’orario, di sospensione a 0 ore o di sospensione del contratto. La copertura è dell’85%. Sono presenti incentivi alla riqualificazione.

In Austria l’estensione della durata dell’intervento è estesa a 24 mesi.

In Belgio si è esteso il programma ai lavoratori part time e a termine che hanno più di 3 mesi di anzianità aziendale. Per gli operai l’intervento varia dal 70 al 75% del salario di riferimento; per gli impiegati si è introdotta la sospensione parziale per 26 settimane o la sospensione intera per 16 settimane.

Da uno studio del 2011 dei già citati Hijzen e Venn sono stati censiti i seguenti paesi dove esistono schemi di STW: Austria, Belgio, Canada, Rep. Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Italia, Giappone, Lussemburgo, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Rep. Slovacca, Spagna, Svezia, Svizzera.

In ogni paese ci sono specifiche condizioni  di idoneità e condizioni per l’accesso. Variano, a seconda dei paesi, il costo per le imprese, il tasso di copertura a compensazione per il lavoratore, la riduzione delle ore prevista e la durata massima dell’intervento.

 

Bibliografia

 

Katharine G. Abraham & Susan N. Houseman, 1994. “Does Employment Protection Inhibit Labor Market Flexibility? Lessons from Germany, France, and Belgium,” Book chapters authored by Upjohn Institute researchers

Van Audenrode, M. 1994.Short-Time Compensation, Job Security, and Employment Contracts: Evidence from Selected OECD Countries.” Journal of Political Economy 102(1): 76-102.

Daniel S, Hamermesh  Labor demand, Paper 1996, Princeton University Press

D.S. Hamermesh, W.H.J. Hassink, J.C. Van Ours, (1996), Job turnover and labor turnover: a taxonomy of employment dynamics, “Annales d’Economie et de Statistique”, No. 41/42, Part 1, pp.21-40.

 

Alexander Hijzen & Danielle Venn, 2011. “The Role of Short-Time Work Schemes during the 2008-09 Recession,”OECD Social, Employment and Migration Working Papers 115, OECD Publishing

 

A. Arpaia et al. “Occasional Paper 64: Short Time Working Arrangements as response to Cyclical Fluctuations”, (Brussels: European Commission, 2010)

 

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