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I dati promuovono (moderatamente) il Jobs Act

Un bicchiere mezzo pieno

Sono serviti o no ad aumentare l’occupazione la normativa del Jobs act e gli incentivi alle assunzioni a tempo indeterminato? Ormai gli andamenti nella prima parte dell’anno sono abbastanza chiari e basati non su sensazioni, ma su dati di fatto, provenienti da varie fonti, sostanzialmente convergenti. E se ci si basa sui dati concreti, difficilmente si può dire che l’occupazione non sia migliorata, compatibilmente a una crescita del PIL ancora modesta. 

Perché questo è il punto. In rapporto ad una crescita del Prodotto Interno Lordo attesa nel corrente anno allo 0,9% nella Nota di aggiornamento al DEF e che si spinge fino all’1% nelle previsioni ultime della Confindustria, l’andamento della domanda di lavoro da parte delle imprese è stata relativamente elevata. Restiamo sui dati di consuntivo. L’ISTAT ci dice che nel secondo trimestre 2015 le ore lavorate nel complesso del sistema economico, secondo i dati di Contabilità nazionale, sono cresciute dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si può considerare questo un bicchiere mezzo vuoto rispetto alla caduta del monte ore lavorate che l’Italia ha sperimentato in questi anni (-7,3% rispetto al 2° trimestre 2008), a sua volta condizionato dalla caduta del PIL (-8,3% nello stesso periodo); o ancora insufficiente rispetto ad un livello del tasso di disoccupazione che resta su livelli molto alti (al 12,4% nella primavera 2015), soprattutto drammatico per i più giovani. Ma è certo mezzo pieno rispetto alla dinamica recente del PIL. Infatti, l’aumento percentuale del monte ore lavorate è rispetto al secondo trimestre 2014 perfino superiore a quello del PIL(+0,7%). Cioè l’elasticità della domanda di lavoro al PIL è superiore ad uno. Non è detto che rimanga tale nei prossimi trimestri e, per certi versi è perfino auspicabile che resti elevata, ma non così alta. 

Sempre secondo i dati di contabilità nazionale, l’aumento del monte ore lavorate al 2° trimestre 2015 rispetto ad un anno prima (+0,8%) è dovuto per metà alla crescita del numero degli occupati (+0,4%) e per l’altra metà all’aumento delle ore lavorate. Ha inciso rispetto a questa seconda variabile soprattutto il riassorbimento della CIG. Secondo gli ultimi dati, infatti, ad agosto la diminuzione della Cassa Integrazione rispetto ad un anno fa è stata del 41,7%. Secondo i dati dell’INPS, considerando l’intero periodo gennaio agosto 2015 ed il tasso di utilizzo medio delle ore di CIG, si tratta di circa 75 mila occupati in meno, che non sono più in cassa integrazione.

Il miglioramento dell’occupazione non è sufficiente, ma forse neanche trascurabile. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che una parte delle imprese ha continuato a ridurre l’occupazione per riallineare l’organico al valore aggiunto, molto calato negli ultimi anni. Vediamo che, nello stesso tempo, la parte più forte del sistema economico, nel nuovo contesto di regole, ha riaumentato la sua domanda di lavoro nella prospettiva di ampliare la propria attività. Il saldo che noi giudichiamo e vediamo è effetto di questi due diversi ed opposti andamenti, il che presuppone flussi consistenti da una parte all’altra del sistema. Dal punto di vista economico il Jobs act puntava proprio a questo, a incoraggiare le imprese che potevano farlo ad espandere la domanda di lavoro.

Oltre che favorire la crescita dell’occupazione, l’altro obiettivo del Jobs act era quello di migliorare la stabilità dell’occupazione. Un risultato che appare verificato nei dati dell’ISTAT e non solo in quelli del Ministero del Lavoro e dell’INPS. Come ricorda infatti l’ultimo comunicato dell’Istituto di statistica e viene riportato qui nel grafico, nel periodo pre-crisi la crescita dell’occupazione ha interessato soprattutto i dipendenti a termine. Questi, però, sono stati anche i più colpiti dalla recessione. Nella fase di recupero tra il 2010 e il 2012 è cresciuta unicamente l’occupazione temporanea, mentre quella permanente ha continuato a diminuire. Nella nuova fase di crisi tra la fine del 2012 e il 2014 c’è stata una contrazione dell’occupazione sia per i dipendenti a tempo indeterminato, sia per quelli a termine. Nel corso del 2014 il recupero ha riguardato quasi esclusivamente gli occupati a termine. Dal grafico riprodotto si vede che i dipendenti permanenti (la parte di segmento in grigio chiaro) non avevano una variazione percentuale positiva dal 2° trimestre 2009. La ripresa si è avuta significativa nella prima parte del 2015. I dipendenti permanenti sono cresciuti più di quelli a termine in valore assoluto (+106 mila contro 77 mila) anche se è il lavoro temporaneo ad aumentare maggiormente in termini relativi. Sempre l’ISTAT nota che il miglioramento dell’occupazione permanente avviene di solito a ciclo ormai maturo, ovvero quando la ripresa si è ormai consolidata; questa volta c’è stato in una fase molto preliminare. Il che fa la differenza.

Secondo Anastasia, i dati del Ministero del Lavoro e dell’Inps convergono nell’indicazione di un forte incremento (attorno al 40 per cento), nei primi sette mesi del 2015, degli ingressi complessivi in posizioni a tempo indeterminato a seguito di assunzioni (all’incirca più di 300mila) o di trasformazioni (60-100mila). Non si tratta di pura sostituzione di lavoro a termine con occupati a tempo indeterminato, nella versione, che alcuni considerano più lasca, dopo il Jobs act, ma di un aumento netto di occupazione. I dati del Ministero ci dicono, inoltre, che sono in forte calo i contratti di collaborazione (80 mila attivazioni in meno nei primi sette mesi del 2015), che spesso nascondevano lavori dipendenti. 

Decisivi la riduzione del cuneo fiscale e il cambiamento delle convenienze

Che cosa è cambiato nelle politiche del lavoro per determinare una crescita più intensiva di occupazione e più orientata ai rapporti permanenti? Fermo restando che è lo sviluppo che crea occupazione e non la riforma del lavoro, il Jobs act ha puntato a riunificare il mercato del lavoro, rafforzando l’occupazione a tempo indeterminato. Il nuovo contratto a tutele crescenti appare più idoneo a invogliare le imprese ad assumere senza un termine. Dal punto di vista dell’impresa la ridefinizione della flessibilità in uscita e la riduzione dei costi potenziali del contenzioso giudiziario per i licenziamenti cancellano una possibile remora ad assumere, naturalmente più forte in una situazione congiunturale ancora debole. E poi hanno influito il cambiamento delle convenienze per le imprese deciso attraverso due misure della Legge di Stabilità 2015. Si tratta dello sgravio contributivo fino ad un triennio per i nuovi assunti a tempo indeterminato, previsto per il 2015, e la deduzione integrale del costo del lavoro sull’imponibile IRAP per i soli lavoratori a tempo indeterminato.  

Del primo si è parlato molto; alcuni hanno detto che si tratta di “metadone” per le imprese, che ricevono per un triennio un abbattimento del costo del lavoro, che, nella maggior parte dei casi, corrisponde all’intero ammontare dei contributi sociali. Il vero metadone per chi scrive è l’uso eccessivo di rapporti precari.  Lo sgravio contributivo cambia in maniera sostanziale le convenienze per i datori di lavoro a stipulare un rapporto di lavoro a tempo indeterminato piuttosto che un contratto precario. I nuovi contratti stabili arrivano a costare all’impresa 5 mila euro per anno meno di un corrispondente contratto parasubordinato; cifra che diventa di 8 mila euro per i rapporti a tempo determinato. Una misura, dunque, che opportunamente ridisegnata nel nuovo scenario merita, non solo di essere riproposta per il 2016, ma anche di diventare strutturale.

Più in ombra nel dibattito è rimasta la seconda misura, cioè la deduzione ai fini IRAP del costo del lavoro per i soli lavoratori a tempo indeterminato. Eppure anche questa è servita a cambiare le convenienze per le imprese e , questa volta, non solo per i neoassunti, ma per tutti i dipendenti. Il solo intervento della legge di Stabilità ha portato benefici per i datori di lavoro tra l’1 ed il 2,5% del costo del lavoro per le retribuzioni tra 30 mila e 40 mila euro. Ed è servita anche ad ampliare la forbice dei costi tra lavoro a tempo determinato ed indeterminato. Si può calcolare che oggi il lavoro a termine, a parità di retribuzione, costi circa il 4% in più del lavoro stabile al Centro – Nord ed il 4,5% in più nel Mezzogiorno, dove si applicano aliquote IRAP più elevate.  

Non era, dunque, troppo difficile immaginare quello che sarebbe successo. Poco meno di un anno fa, nella Newsletter 142 di Nuovi Lavori scrivevo che “Si è detto che questi sgravi non creano occupazione aggiuntiva, data la situazione attuale di recessione. E’ possibile, ma, da un lato, con il taglio del cuneo fiscale si pongono le condizioni per un aumento più sostenuto della domanda di lavoro in una situazione di ripresa. E, soprattutto, cambiano in maniera incontestabile le convenienze e questo può spingere a convertire i rapporti più precari in contratti stabili.” Mi sembra che questo sia sostanzialmente successo.

Non è tutto oro…

Ma sbaglieremmo se considerassimo solo le luci. 

Molto si deve ancora fare per migliorare la qualità del lavoro e la sottoccupazione (nascosta o esplicita); quasi due terzi del part time è involontario, ovvero accettato, perché non si trova un’alternativa a tempo pieno. 

Occorre dare ancora più spazio all’occupazione giovanile. I dati del 2015 mostrano che la crescita dell’occupazione riguarda soprattutto gli ultra 50enni, mentre per i più giovani i saldi sono migliorati, ma non sono ancora positivi. Una parte in questa situazione l’hanno avuta certamente le ultime riforme previdenziali; lo scalino rigido nell’aumento dell’età pensionabile ha contributo a trattenere più a lungo nell’attività i lavoratori anziani, ma ha rarefatto le opportunità di inserimento dei più giovani. Occorre reintrodurre una flessibilità sostenibile dell’età di pensionamento; e quando si dice sostenibile si deve intendere naturalmente sostenibile per le finanze pubbliche, per coloro che sono prossimi alla pensione, per i loro datori di lavoro.

Ma, e lo si è già detto, il vero collo di bottiglia è l’aumento del PIL. La crescita di un solo punto, come dovrebbe essere nel 2015, o anche poco più di un punto e mezzo come atteso nel 2016, è insufficiente per una crescita adeguata della domanda di lavoro. Tanto più che la crescita del PIL, oltre che determinare un aumento dell’occupazione, dovrebbe lasciare spazio alla crescita della produttività, che da molti anni ha in Italia andamenti insoddisfacenti. Questo presuppone da parte delle imprese ripensare alla propria dotazione di capitale: adeguarlo quando esso è ormai insufficiente o obsoleto, ma soprattutto impostare insieme a quello una strategia di miglioramento dell’organizzazione del lavoro, che punta a far crescere la produttività totale dei fattori (capitale e lavoro), valorizzando insieme le risorse umane. Quindi introdurre pratiche avanzate di gestione dei processi e delle persone per ottenere più coinvolgimento, più formazione, più responsabilizzazione. Lo scopo dovrebbe essere quello di migliorare la qualità dei prodotti e dei servizi, introdurre più innovazione, ottenere maggiore motivazione.  

Si tratta, dunque, senza rinnegarlo, di andare “Oltre il Jobs act” attraverso strategie “win-win” di cui beneficiano i lavoratori (con il miglioramento delle loro condizioni di lavoro, compresa la soddisfazione, e retributive). Ma che avvantaggiano anche le imprese (con maggiore competitività e redditività) e, in definitiva, l’intera società.  La contrattazione decentrata in questo è essenziale con un ruolo del sindacato profondamente innovato.

 

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