Newsletter

I referendum sono ordigni pericolosi, difficili da maneggiare

Non era un referendum come gli altri. E non lo è diventato solo dopo il voto, lo era già prima, nel modo in cui il governo lo aveva caricato di significato, nel modo in cui l’opposizione aveva deciso di scommetterci sopra, nel modo in cui il paese vi ha progressivamente riversato molte più cose del tema formalmente contenuto nel quesito referendario. La consultazione sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026 doveva servire a blindare un racconto: un governo forte, una leadership senza rivali, una riforma presentata come necessaria, un popolo pronto a ratificare. È accaduto l’opposto. Non soltanto il No ha vinto, ma ha vinto “nonostante” una partecipazione molto alta, imprevista, capace di smentire tanto i sondaggi delle settimane precedenti al voto, come pure le aspettative di tutti i fronti.

C’entra innanzitutto la campagna referendaria. Il centrosinistra, al di là delle sue tradizionali divisioni, ha condotto una campagna continua, visibile, martellante. Il centrodestra, invece, almeno fino a una decina di giorni prima del voto, ha dato l’impressione di muoversi in ordine sparso, senza una regia politica chiara. Né la scelta di affidare il ruolo di front-man del Sì al ministro Carlo Nordio pare aver prodotto effetti significativi di mobilitazione o di convinzione. Quando poi è “scesa in campo” la premier lo ha fatto in modo tardivo, poco coerente con il contemporaneo messaggio del rifiuto delle dimissioni in caso di sconfitta.  

Il dato decisivo non è soltanto il 53% e più per cento dei No, ma il 58,9% di affluenza. È lì che si consuma la sconfitta vera della maggioranza. Se avesse votato poco più di un terzo degli aventi diritto, il governo avrebbe potuto rifugiarsi in un’ovvia scappatoia: materia tecnica, quesiti difficili, scarso coinvolgimento popolare. Ma quando alle urne va quasi il 59 per cento del corpo elettorale, quella via di fuga si chiude di colpo. Non c’è stato né disinteresse né afasia democratica; c’è stata, al contrario, una mobilitazione piena, intensa, esplicitamente politica. Gli italiani hanno capito benissimo che non stavano votando (solo) su una riforma della giustizia. E su cosa allora? Su questo punto i sondaggi hanno fallito, non solo e non tanto sulle percentuali attese di partecipazione al voto, ma anche nella lettura del clima politico che, da tempo, si andava deteriorando di settimana in settimana. Non avevano misurato la temperatura in rialzo, ovvero la tempesta in arrivo.  Non è stato colto il punto decisivo: il referendum si stava caricando di un’energia di gran lunga eccedente rispetto al suo oggetto. Il referendum, in altri termini, è diventato un contenitore politico nel quale si sono riversati orientamenti, umori e tensioni accumulatisi nel corso degli ultimi mesi.

Tutti i grandi appuntamenti referendari funzionano così. Apparentemente si vota su una norma, in realtà si vota su una stagione politica. La scheda pone una domanda precisa, l’elettore risponde allargando lo spettro dei messaggi che vuole mandare alle classi dirigenti. Porta con sé irritazioni, paure, risentimenti e, soprattutto, la voglia di punire chi non lo ascolta. Per questa ragione sono le consultazioni più pericolose per chi governa per il fatto che il loro significato reale esonda il merito del quesito proposto. Basti pensare al referendum del 1991 sull’abolizione delle preferenze: Craxi invitava ad andare al mare, ma si trovò a dover fronteggiare il 62,5% di affluenza, un quorum ampiamente superato, e il 95,6% di sì all’abolizione delle preferenze multiple.  Davvero volevano tutti l’abolizione delle preferenze? Ne siamo sicuri? Una riflessione ancora attuale non fosse altro   perché oggi larga parte dei quegli stessi elettori invoca il ritorno alle preferenze.   

Come nel 1991, come nel 2016 all’epoca di Renzi, anche questa volta non hanno votato soltanto i cittadini interessati alla separazione delle carriere o agli assetti del Consiglio superiore della magistratura, o al giudice che deve giudicare i giudici. Del resto, è difficile dire quanti davvero siano stati in grado di apprezzare le motivazioni di Augusto Barbera, ex parlamentare Pci ed ex presidente della Corte Costituzionale, schierato per il sì,   mettendole a confronto con le motivazioni di Luciano Violante, già magistrato e già parlamentare Pd, schierato per il no.  Una parte minima di elettori è stata capace di approfondire una matassa così complicata, di stretta competenza degli addetti ai lavori.  Quanti sono?  E tutti gli altri, poco o nulla preparati sull’argomento?   Perché sono andati a votare e in larga maggioranza hanno votato no? Supponiamo che questa prima sezione di elettorato che ha votato no pesi il 10%, ad essere ottimisti.  E il resto?

Una seconda componente è composta dagli elettori di opposizione che avrebbero comunque votato in modo opposto alla Meloni senza se e senza ma, vale a dire,   tutti coloro che si riconoscono nei partiti di opposizione politica al governo Meloni. Qui dentro troviamo anche una larga parte di elettorato urbano periferico, di matrice popolare, che ha consegnato il voto di quasi tutte le città al No, accerchiando e mettendo in minoranza i centri storici, dove ha prevalso il Si, dove abitano i famosi “ceti medi riflessivi” delle Ztl, i quali, guardando al merito del quesito referendario, hanno seguito le indicazioni di tanti esponenti di sinistra che si erano espressi in questa direzione -come Ceccanti, Parisi, Barbera, e tanti altri. 

In terzo luogo è andata a votare una parte della sinistra più radicale, che ha letto il referendum come momento di sfida complessiva all’indirizzo politico del governo. Qui troviamo i giovani che provengono da quasi due anni di mobilitazioni proPal e anti Trump nelle scuole di mezza Italia. Queste stesse mobilitazioni hanno riattivato segmenti di elettorato di sinistra radicale o di protesta che da tempo non andavano più a votare: il variegato mondo dei centri sociali, dei cobas, dell’autonomia organizzata, dove per la prima volta c’è stato un appello al ritorno al voto dopo decenni di astensionismo elettorale. Basta guardare i loro siti -ad esempio quelli di Global Project,  Usb.it, Potere al popolo, ecc.- per rendersi conto di quanto estesa sia stata la mobilitazione dei molteplici mondi della sinistra radicale.  

La terza spinta riguarda la preoccupazione e la protesta contro l’intervento. È di natura economico-sociale e riguarda il costo della vita, a partire dall’aumento dei carburanti, che ha ulteriormente alimentato un clima di insoddisfazione. La somma di questi fattori ha mosso soprattutto un elettorato di centrosinistra, che nelle città è riuscito a ricompattare sensibilità anche molto diverse. Infine ha votato anche una quota di società preoccupatissima per le conseguenze della guerra in Iran sul costo della vita, sulla tenuta dei bilanci familiari, e che già di suo stava accumulando una rabbia crescente verso un governo che ostentava sicurezza mentre accumulava continui fattori di rischio. Il voto meridionale -una sorpresa, specie in Calabria e Sicilia- potrebbe essere dipeso dall’estrema sensibilità di queste aree al peggioramento del ciclo economico, come del resto si era già visto nelle tornate elettorali di ascesa del Movimento 5 Stelle.   Certo, in queste due regioni si osserva la partecipazione al voto più bassa d’Italia, essendo le uniche due regioni al di sotto del 50%. Tuttavia, si tratta di un dato strutturale: infatti, se si guarda alla crescita della partecipazione elettorale tra l’ultima elezione utile -il voto per il Parlamento europeo nel 2024- e il referendum di oggi, Calabria e Sicilia sono aumentate entrambe poco più dell’8% rispetto alla media nazionale (+9,2%), in linea con il resto delle regioni meridionali. 

I referendum sono brutte bestie proprio perché il loro esito va sempre oltre il merito del quesito in virtù della natura binaria dell’interrogativo che viene posto all’elettore: se vai a votare, se non ti astieni, le uniche alternative sono Sì, No.  Punto e a capo.  Traduzione: Meloni ha voluto il referendum e lo ha perso senza se e senza ma. Inoltre, lo ha perso nel modo più scomodo possibile, perché non è stata sconfitta da un’astensione di indifferenza, ma da una partecipazione di reazione. Ha creduto di poter convocare il popolo sicura della sua forza magnetica -un po’ come capitò a Renzi nel 2016- e si è ritrovata a una larga maggioranza popolare che le si è rivoltata contro. Non basta replicare che il governo resta in piedi, che la maggioranza parlamentare non cambia, che nulla è compromesso. Tutto vero, ma politicamente l’urto c’è stato e si è visto subito, per la semplice ragione che i governi fondati sulla forza del racconto inciampano quando il racconto si incrina, quando ad essere colpita è la narrazione dell’invulnerabilità. 

Per il governo inizia una navigazione difficile perché nella maggioranza si riaprono i giochi. Dentro questo quadro si colloca il nodo leghista. Anche se nessuno lo dirà pubblicamente, gli alleati della Meloni, in particolare la Lega, sapevano benissimo che una vittoria del Sì avrebbe consolidato ancora di più la centralità della premier e del suo partito. Con ogni probabilità lunedì sera in casa Lega si è festeggiato nonostante la sconfitta perché il No riapre i giochi all’interno della maggioranza, rende di nuovo pensabile una dialettica interna e legittima le differenze strategiche (ad esempio, in campo internazionale). Da questo punto di vista, il risultato finale apre un interrogativo politico non irrilevante: i dirigenti leghisti sono davvero in lutto per la sconfitta del Sì? Tanto più che, osservando i risultati di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Lombardia, nessuno può seriamente sostenere che la Lega abbia sabotato la campagna del centrodestra. Per il momento non c’è aria di crisi, ma si apre nella coalizione di governo quel tanto di pluralità competitiva che la forza della leadership meloniana aveva fin qui compresso. E la premier deve decidere se provare una rimonta nei prossimi 18 mesi o far saltare il banco e andare a votare il prima possibile. 

Sul fronte opposto, come si è visto, non tutto quello che si è raccolto nel No è facilmente unificabile in termini propositivi.  Nel No si sono sommati mondi diversi, culture diverse, perfino fastidi diversi.  È stata una vittoria priva di orizzonte comune, costruita sulla convergenza di tanti fattori eterogenei, tutti in negativo, che pone un problema difficile da risolvere. Qui sta il punto e la contraddizione. Elly Schlein esce obiettivamente rafforzata, perché ha scelto il terreno, ci ha messo la faccia e ha incassato il risultato offrendo la prova che il governo può essere battuto. Ma allo stesso tempo rischia di amplificare le distanze interne nel multiverso fronte di opposizione, rendendo più difficile la costruzione di una proposta di governo del paese. I suoi oppositori interni lunedì sera hanno sì brindato, ma di malavoglia, perché   la leader del Pd non può essere più messa in discussione e con lei saldamente in sella diventa più incerta la costruzione di un’alternativa di governo davvero credibile e competitiva.

*da Riformismo e solidarietà, 27/04/2026 

Condividi su:

Scarica PDF:

image_pdf
Cerca

Altri post

Iscriviti alla newsletter

E ricevi gli aggiornamenti periodici

NEWSLETTER NUOVI LAVORI – DIRETTORE RESPONSABILE: PierLuigi Mele – COMITATO DI REDAZIONE: Maurizio BENETTI, Cecilia BRIGHI, Giuseppantonio CELA, Mario CONCLAVE, Luigi DELLE CAVE, Andrea GANDINI, Erika HANKO, Marino LIZZA, Vittorio MARTONE, Pier Luigi MELE, Raffaele MORESE, Gabriele OLINI, Antonio TURSILLI – Lucia VALENTE – Manlio VENDITTELLI – EDITORE: Associazione Nuovi Lavori – PERIODICO QUINDICINALE, registrazione del Tribunale di Roma n.228 del 16.06.2008

Iscriviti alla newsletter di nuovi lavori

E ricevi gli aggiornamenti periodici