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Il cambiamento tra capitale e lavoro radice delle diseguaglianze USA

L’America continua a sfornare dati economici positivi – da ultimo un aumento dell’occupazione molto migliore delle aspettative a gennaio (+130.000 assunzioni al netto dei licenziamenti) e un’inflazione più moderata del previsto (solo 2,4%) – eppure sappiamo che l’umore nazionale tende al negativo. In particolare permane un’elevata insoddisfazione per il carovita, che potrebbe contribuire a una disfatta elettorale dei repubblicani nelle legislative di novembre.

Per conciliare questi aspetti apparentemente contradditori – dati macro buoni, atmosfera pessimista – una delle spiegazioni sta nelle diseguaglianze crescenti. Queste però vanno analizzate in profondità. Bisogna cominciare sfatando un mito molto europeo: il capitalismo Usa non è “selvaggio e sfruttatore”. In realtà è ben più generoso di quello europeo nei livelli salariali, e questo contribuisce ad alimentare un’immigrazione dall’Europa verso gli Stati Uniti che neppure Trump riesce a fermare.

Però qualcosa nella struttura del capitalismo americano ha spostato risorse dai salari ai profitti, dal monte retribuzioni ai dividendi azionari. Attenzione, questo contribuisce anche ad arricchire certe categorie di lavoratori: i talenti più ricercati che vengono pagati in stock-option e distribuzioni di azioni; i manager che ricevono compartecipazioni al capitale; anche quel vasto ceto medioalto che ha una quota cospicua di risparmi in azioni e quindi partecipa dell’arricchimento in conto capitale. Quest’ultima componente tra l’altro spiega la buona tenuta dei consumi americani: funziona un effetto-ricchezza, per cui una parte della popolazione guarda ai rialzi delle Borse, si sente più ricca, e spende. 

Il cambiamento strutturale del rapporto capitale/lavoro è molto legato alle rivoluzioni tecnologiche. Eccone una sintesi brillante che estraggo e sintetizzo per voi da un articolo di Greg Ip sul Wall Street Journal (“The Big Money in Today’s Economy Is Going to Capital, Not Labor”) il quale a sua volta attinge ai lavori di diversi economisti tra cui il Premio Nobel Daron Acemoglu del MIT e Pascual Restrepo di Yale.

Un confronto tra due icone industriali separa due epoche del capitalismo americano. Nel 1985 IBM era l’azienda di maggior valore degli Stati Uniti, tra le più redditizie, e anche uno dei maggiori datori di lavoro, con quasi 400.000 dipendenti. Oggi Nvidia vale quasi venti volte di più (a prezzi reali: depurati dell’inflazione) ed è cinque volte più profittevole, ma impiega circa un decimo dei lavoratori. Questo paragone racchiude una trasformazione strutturale: l’economia contemporanea distribuisce una quota crescente dei suoi benefici al capitale piuttosto che al lavoro.

Negli ultimi anni i profitti sono aumentati rapidamente, e il valore di mercato attribuito a quei profitti (attravero le quotazioni di Borsa) è cresciuto ancora di più. Ne deriva una situazione in cui imprese, azionisti e una élite di lavoratori altamente qualificati prosperano, mentre il lavoratore medio ottiene miglioramenti modesti. Questa divergenza aiuta a spiegare il paradosso attuale: indicatori macroeconomici positivi convivono con un diffuso pessimismo delle famiglie. Inoltre questa ripartizione capitale/lavoro influenza sempre più il ciclo economico, perché la ricchezza finanziaria incide sui consumi più dei salari. Le oscillazioni di Borsa diventano quindi determinanti per la spesa privata delle famiglie del ceto medioalto.

La tendenza non è recente. Da oltre quarant’anni la quota del reddito destinata al lavoro diminuisce. Nel 1980 i salari e altri benefit retributivi rappresentavano circa il 58% del reddito prodotto dall’economia americana; oggi sono poco più del 51%. Nello stesso periodo la quota dei profitti è salita dal 7% all’11,7%. Negli anni Ottanta e Novanta la causa principale fu l’indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori: declino dei sindacati, globalizzazione e outsourcing. Parallelamente cambiò la natura del capitale: meno fabbriche e macchinari durevoli, più software, computer e proprietà intellettuale da aggiornare continuamente.

L’automazione ha accentuato la trasformazione. Nella manifattura, macchine e robot sostituirono operai: nel 1980 circa due terzi del valore prodotto nelle fabbriche andavano al lavoro, negli anni Duemila meno della metà. Il risultato fu positivo per la produttività e per i prezzi al consumo, ma negativo per la qualità dell’occupazione: molti lavoratori persero posti ben pagati e si spostarono verso impieghi meno remunerati. 

La pandemia ha rappresentato una breve inversione. La carenza di manodopera fece salire molto i salari, ma ben presto e quasi nella stessa misura salirono i prezzi. Dopo un iniziale shock, i profitti aziendali raggiunsero nuovi record. Intanto le grandi aziende tecnologiche ampliarono il loro dominio. Il loro modello economico differisce radicalmente da quello industriale del passato: il capitale non è più fatto di stabilimenti e catene di montaggio, ma di algoritmi, sistemi operativi e reti di utenti. Nvidia, per esempio, progetta chip ma non li produce direttamente.

Per questo la crescente disuguaglianza non deriva affatto da salari troppo bassi (quelli americani sono i più alti del mondo), bensì dal tipo di imprese dominanti. Le aziende “superstar” pagano molto bene ma occupano pochi lavoratori. I ricavi di Alphabet-Google sono cresciuti rapidamente mentre il numero di dipendenti è rimasto stabile. Inoltre il confine tra capitale e lavoro si sfuma: i programmatori e progettisti costituiscono capitale umano e sono remunerati con azioni. Perfino alcune acquisizioni societarie servono soprattutto ad acquistare talento umano più che attività produttive.

Dopo il 2019 i lavoratori hanno mantenuto il potere d’acquisto: i salari reali sono aumentati di circa il 3% e la remunerazione totale dell’8%. Nello stesso periodo i profitti sono cresciuti del 43%. Il mercato azionario ha quindi beneficiato di utili elevati e valutazioni più alte.

La ricchezza azionaria delle famiglie equivale ormai a circa tre volte il reddito disponibile annuo, molto più che prima della pandemia. Per i nuclei familiari benestanti il patrimonio finanziario è diventato un motore dei consumi più importante del reddito da lavoro. Un aumento dei rendimenti azionari può incidere sulla capacità di spesa quanto un forte aumento salariale.

Le valutazioni di Borsa restano vulnerabili a correzioni, ma difficilmente i margini di profitto torneranno ai livelli del dopoguerra, epoca caratterizzata da forte sindacalizzazione e maggiore equilibrio distributivo.

La prossima fase dipenderà dall’intelligenza artificiale. Le grandi aziende stanno investendo centinaia di miliardi in data center: non è certo che genereranno rendimenti elevati, ma il punto decisivo sarà come le imprese utilizzeranno i modelli IA. Secondo alcuni scenari l’IA non sostituirà singoli lavori bensì intere strutture organizzative, permettendo a piccole startup di competere con grandi imprese usando molto meno personale.

Già ora nuovi strumenti capaci di scrivere testi legali o analizzare dati stanno riducendo il valore di aziende di software specializzate. Molti economisti prevedono che, come accadde con la robotizzazione industriale, una quota sempre minore dei ricavi andrà al lavoro. I più colpiti potrebbero essere i colletti bianchi, mentre resteranno relativamente protetti i lavori manuali, quelli basati sulla presenza fisica e quelli fondati sulle relazioni sociali.

I benefici principali andranno ai consumatori — grazie a prezzi più bassi — e soprattutto agli azionisti. In altre parole, la traiettoria dell’economia contemporanea suggerisce che la tecnologia non elimina la crescita, ma ne redistribuisce i frutti: sempre più verso il capitale e sempre meno verso il lavoro. Anche se i percettori di capitali sono una categoria mista, dove compaiono anche lavoratori e famiglie. Ma non tutti.

Queste analisi pongono un problema rilevante, perché se questo tipo di diseguaglianze sono legate alla natura del progresso tecnologico in corso, è tutt’altro che scontato il modo per ridurle o invertire la tendenza. Il riflesso pavloviano di proporre nuove tasse non convince, perché le nuove aziende sono extra-territoriali, inoltre laddove lo Stato è onnipotente (Cina) le diseguaglianze sono egualmente aumentate negli ultimi decenni. Inoltre in questo periodo storico coperto dall’analisi la pressione fiscale Usa è aumentata, non diminuita (lo si vede dal fatto che la somma capitale+lavoro non dà 100%, il differenziale che resta è in aumento ed è fatto di prelievi fiscali, quindi reddito dello Stato).

L’antitrust o smembramento dei colossi non convince perché l’analisi qui sopra ci spiega che nessun gigante di oggi è al riparo dal destino dei dinosauri di una volta come IBM, la natura della rivoluzione tecnologica in corso può scaraventare ai vertici delle start-up oggi sconosciute; com’erano sconosciute o embrionali nel 1980 Microsoft, nel 2000 Nvidia, Google, Aamazon, Meta, SpaceX. 

(P.S. E attenzione alle date. Queste analisi ci descrivono un profondamento profondo, storico, che è in corso da oltre 40 anni. Non attribuiamolo, per favore, al teorema del connubio Trump-Oligarchi, evitiamo la tentazione di appiattire tutto sull’attuale inquilino della Casa Bianca: gli si fa un favore, a considerarlo così onnipotente, l’alfa e l’omega di tutto…)

*da Corrieredellasera.it 26/02/2026

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