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Il chiaro-scuro della COP 28

Per la prima volta una COP, la Conferenza delle Parti n. 28 tenutasi a Dubai nel cuore degli Emirati Arabi che vivono di estrazione petrolifera, segna il passo per la transizione da tutti i combustibili fossili e l’immediata operatività del Fondo per le Perdite e i Danni (Loss and damage). Un punto di svolta per l’azione globale per il clima. 

Ma è davvero così ?

Dopo una COP 27 che ha lasciato indietro e senza risposte definitive il tema della mitigazione e dell’adattamento, il percorso verso la COP 28 è stato caratterizzato da   un contesto geopolitico internazionale sempre più complesso per il perdurare del conflitto Russo-Ucraino, la crisi e la guerra disumana in Medio Oriente, la forte e crescente incertezza di approvvigionamento energetico e la contrapposizione Cina-USA, per le misure unilaterali e non negoziate intraprese.

Anche il mancato raggiungimento dell’obiettivo finanziario dei 100 miliardi di dollari al 2020 che domina il dibattito tra paesi sviluppati e paesi in via di sviluppo, ha reso ancor più accidentato il percorso della Conferenza e, di conseguenza, ha limitato i risultati concreti e le prospettive di giungere davvero a una svolta globale per il clima. L’accordo raggiunto a Dubai infatti, pur mettendo nero su bianco la necessità di abbandonare gradualmente le fonti fossili, propone poco o niente su vincoli e finanziamenti, indispensabili invece per affrontare seriamente quanto sostenuto da scienziati e studiosi di ogni parte del mondo.

Le premesse

Le priorità in discussione alla COP di Dubai erano incentrate su quattro pilastri:

1) Accelerare una transizione energetica giusta, equa e ordinata e ridurre le emissioni prima del 2030; 

2) Trasformare i finanziamenti per il clima mantenendo le vecchie promesse e definendo il quadro per un nuovo accordo finanziario; 

3) Mettere la natura, le persone, le vite e i mezzi di sussistenza al centro dell’azione per il clima; 

4) Mobilitarsi per una COP inclusiva per giungere a un Nuovo Accordo per : 

a) Ridurre le emissioni globali del 43% rispetto ai livelli del 2019 entro il 2030 per mantenere l’aumento di temperatura del Pianeta entro 1,5°C a portata di mano; triplicare la capacità di produzione di energia rinnovabile, raddoppiare l’efficienza energetica e  accelerare la diffusione di tutte le soluzioni e tecnologie disponibili;  

b) Affrontare il nuovo fondo per le perdite e i danni e le modalità di finanziamento che dovranno essere attivi e funzionanti il prima possibile, in via prioritaria e anticipando tutte le Donazioni al fondo; 

c) Migliorare l’accessibilità e la disponibilità dei finanziamenti attraverso il nuovo obiettivo collettivo quantificato in materia di finanza (NCQG– New Collective Quantified Goal); 

d)  Mantenere gli impegni presi: raggiungimento dei 100 miliardi all’anno assicurando anche una seconda forte ricostituzione del Fondo Verde per il Clima.

I temi in discussione 

I principali temi in agenda alla COP28 sono stati quindi: 

– Il Global stocktake –  il principale strumento predisposto dall’accordo di Parigi, all’articolo 14, per la sua realizzazione. Letteralmente significa “inventario globale”, serve a fare il punto sullo stadio di avanzamento delle politiche climatiche, quelle di adattamento e finanza per il clima messa a disposizione, e a ricalibrare i piani d’azione nazionali o NDCs (Nationally Determined Contributions) che periodicamente, ogni 5 anni, gli Stati devono consegnare per «informare» il prossimo round di NDC (2025 con orizzonte temporale 2030-2035 o 2040); 

– Il Fondo per le perdite e i danni; 

– L’obiettivo globale per l’adattamento (GGA – Global Goal on Adaptation) – come «misurare» le necessità di adattamento, quale obiettivo porsi, in termini quantitativi e/o qualitativi; 

– Il Programma di lavoro sulla mitigazione e quello sulla “transizione giusta” 

– Il nuovo obiettivo finanziario – (NCQG – New Collective Quantified Goal) 

I Risultati della Cop28 con un deludente “UAE consensus package”

Una componente chiave del “pacchetto del consenso degli Emirati Arabi Uniti” è la decisione di ri-valutare i progressi dopo Parigi e presentare un piano per colmare le lacune di attuazione fino al 2030. Si invitano le parti alla transizione lontano dai combustibili fossili, a triplicare le energie rinnovabili e raddoppiare l’efficienza energetica a livello globale entro il 2030. La decisione riconosce inoltre la necessità di raggiungere il picco delle emissioni globali entro il 2025, tenendo conto dei diversi punti di partenza nazionali, e incoraggia i paesi a presentare contributi tecnico-economici determinati a livello nazionale (NDC). Comprende anche il riconoscimento della necessità cruciale di aumentare in modo significativo i finanziamenti per l’adattamento oltre il raddoppio per soddisfare bisogni urgenti e in evoluzione, e un chiaro appello ai Paesi a fornire piani nazionali di adattamento entro il 2025 e ad attuarli entro il 2030. Infine, riconosce il ruolo fondamentale che i finanziamenti hanno nel raggiungimento degli obiettivi ambiziosi contenuti nel   Global StockTake dando slancio a una nuova architettura globale di finanza climatica a sostegno dell’obiettivo climatico post-2025 da raggiungere alla COP29.

In dettaglio gli accordi raggiunti prevedono:

Loss and damage: l’adozione indiscussa della governance del Fondo per le Perdite e i danni con una dotazione finanziaria iniziale di 726 milioni di $. 

– Global Stocktake (GST): richiama tutti Paesi a contribuire agli obiettivi globali di: 

  • triplicare le fonti rinnovabili e raddoppiare la media globale di efficienza energetica entro il 2030; 
  • accelerare la riduzione dell’uso del carbone; 
  • accelerare lo sforzo verso sistemi energetici a 0 emissioni molto prima o al 2050 e abbandonare progressivamente i combustibili fossili in modo giusto equo e ordinato, accelerando l’azione in questa decade così da raggiungere le 0 emissioni al 2050; 
  • accelerare e ridurre in maniera sostanziale le emissioni di metano entro il 2030; 
  • accelerare la riduzione delle emissioni del settore dei trasporti; 
  • eliminare gradualmente i sussidi alle fonti fossili; 

– Obiettivo globale sull’adattamento: viene definito un obiettivo globale sull’adattamento composto da una serie di sotto-obiettivi e lanciato un programma di lavoro sugli indicatori. 

– Obiettivo finanziario al 2025: viene “ritarato” il percorso per la definizione del nuovo obiettivo finanziario con alternanza di fasi tecniche a fasi più politiche. Ma anche progressi molto lenti e faticosi su work programme sulla mitigazione e sulla giusta transizione, che dovrebbero essere strumenti di attuazione degli impegni, ma che risultano scollegati e poco incisivi.

Alcune considerazioni finali  

Innanzitutto si sottolinea che si è trattato di una COP vocata più alla comunicazione e alla visibilità che alla sostanza, dove l’informazione e la divulgazione da parte del Paese ospitante (sempre di più dedicato alla costruzione di un’immagine positiva), è stata al centro di tutti i passaggi chiave. Così l’accordo sui dettagli operativi del fondo sul loss and damage (il fondo per le perdite e i danni), raggiunto solo dopo una notte di negoziati, ha segnato la prima giornata di apertura della COP (fatto mai accaduto prima) e ha permesso al Paese di incassare un bel successo anche di immagine, dopo le critiche allo stesso presidente della COP, che è amministratore delegato dell’azienda nazionale di estrazione del greggio del Paese  tra i più grandi produttori di petrolio al mondo.

In sostanza, il loss and damage è il meccanismo delle compensazioni per i Paesi più colpiti dagli eventi estremi. Durante i lavori della COP non è mai stata usata la parola “risarcimento”, come sempre richiesto dagli Stati Uniti, secondo cui non si può e non si deve guardare al passato alla ricerca di responsabilità. E infatti il contributo finanziario dell’amministrazione USA è stato un’elemosina (17 milioni di dollari) ai Paesi più colpiti (che generalmente coincidono con i Paesi più poveri del sud del mondo) e rappresenta poco più di una cifra simbolica. Ben più consistenti promesse hanno fatto gli Emirati Arabi (100 milioni di dollari): il governo non si è lasciato sfuggire l’occasione di segnare un punto. I soldi del resto lì non sono un problema, come è evidente dallo sfarzo della stessa Dubai e del centro che ha ospitato i lavori della COP!! 100 milioni di dollari hanno promesso anche l’Italia e la Germania, 40 milioni di sterline (cioè 50 milioni di dollari) il Regno Unito, con ulteriori 20 milioni che arriveranno in forma di altri impegni sullo stesso tema. Il Giappone annuncia 10 milioni di dollari. Ora si attendono gli altri impegni; a partire da quelli dei grandi inquinatori. L’Unione Europea ha annunciato un contributo immediato di 25 milioni che nel tempo diverrà più “sostanzioso”.

C’è anche da rilevare che si è deciso di affidare il Fondo per quattro anni alla Banca Mondiale e che la sua costituzione avverrà su base volontaria.  Al Fondo potranno accedere tutti i Paesi in via di sviluppo, a partire da quelli particolarmente in difficoltà e dalle piccole isole. Tutti i punti sono contestati sia dall’Alleanza dei piccoli stati insulari sia dalle reti internazionali delle ONG che rimarcano come l’assenza di un programma chiaro per le contribuzioni future, “metterà seriamente a rischio la sostenibilità futura del Fondo”. Tutto dipende dai fondi: se non verranno stanziati, i Paesi in via di sviluppo non saranno in grado di realizzare i passaggi decisivi per abbattere le emissioni. Le precedenti versioni del testo dell’accordo richiedevano che i Paesi sviluppati fornissero finanziamenti e tecnologie per sostenere i Paesi in via di sviluppo. Ma dal testo approvato ogni riferimento esplicito a questi impegni è scomparso.  Così come l’accordo risulta troppo debole quando “invita le parti” ad “allontanarsi gradualmente dall’uso dei combustibili fossili per la produzione di energia in modo giusto, ordinato ed equo, accelerando l’azione in questo decennio critico, in modo da raggiungere lo Zero netto entro il 2050, in linea con la scienza”. Restano dubbi sull’uso dei termini adottati, anche quando si accenna alla riduzione graduale dell’energia a carbone “unabated” – cioè priva di sistemi di cattura delle emissioni – sebbene non ponga alcun vincolo né tempistica. Inoltre sottolinea il ruolo dei “carburanti di transizione”, un riferimento controverso che incoraggerebbe l’uso continuato del gas naturale. Nel documento si chiede inoltre di triplicare la capacità globale di energia rinnovabile “entro il 2030 e raddoppiare il tasso medio annuo globale di miglioramento dell’efficienza energetica entro il 2030”. Questo punto è finalmente salutato come una grande vittoria dagli esperti di energia, che da tempo ormai chiedono con forza che le rinnovabili e l’efficientamento siano messi al centro di ogni piano energetico e climatico a livello locale e nazionale.

Ma l’assenza più pesante riguarda l’adattamento, vale a dire i mezzi messi in campo per preparare i Paesi all’aumento delle temperature e alla gestione dei cambiamenti climatici.

Risultato storico o compromesso deludente quindi? 

L’accordo raggiunto somiglia molto al noto bicchiere, mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda di come lo si guardi. 

Se l’intesa è stata salutata dai Capi di Stato e di Governo come una pietra miliare nella lotta ai cambiamenti climatici perché per la prima volta riconosce e sancisce la necessità di abbandonare le fonti fossili, gli attivisti, gli scienziati e i Paesi vulnerabili giudicano quello raggiunto un passo atteso da lungo tempo e il minimo indispensabile per non gridare al fallimento. Di fatto, l’influenza delle monarchie petrolifere del Golfo – che hanno fatto di tutto per orientare i negoziati secondo i loro interessi – è ben evidente nelle mezze misure e nelle scappatoie incluse nell’accordo finale. 

Quel che è certo è che quella approvata a Dubai è una dichiarazione di intenti, il cui successo è subordinato a una fortissima volontà politica. Se questo segnerà veramente l’inizio della fine dell’era dei combustibili fossili dipenderà dalle azioni che seguiranno e dalla mobilitazione dei finanziamenti necessari per realizzarle. Dobbiamo chiederci quanto tempo ancora il mondo dovrà aspettare prima che tutti i Paesi facciano appello alla volontà di superare questi meschini interessi particolari e agire a favore del futuro dell’umanità e del pianeta Terra. 

*Responsabile di ricerca Polo NET

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