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Il lavoro tra partecipazione e cura

Per due secoli il lavoro è stato al centro della vita economica, sociale e politica dell’Occidente come dell’Italia  ( ne fa fede l’articolo 1 della nostra Costituzione).

Ma oggi quando si parla di lavoro, il discorso è ben diverso; i problemi di cui si discute sono la disoccupazione, il precariato, il lavoro nero, il lavoro sottopagato, il lavoro povero, se non di nuove forme di sfruttamento.

Questo aperto contrasto offre un’idea tanto immediata quanto impressionante delle imponenti trasformazioni intervenute, di quanto l’evolversi dell’economia, della tecnologia e dei movimenti mondiali hanno  inciso profondamente sul lavoro.

Ma se il lavoro ha significato per grandi masse di lavoratori e per un lungo periodo di tempo, emancipazione, liberazione,  prospettiva e speranza  di  un futuro  primato nella società, tutto questo ideale  deve ritenersi definitivamente perduto? Il lavoro può avere ancora un carattere emancipativo?  E come?

Si apre così una riflessione sul lavoro che purtroppo non ha avuto uno sviluppo adeguato, perché la caduta dell’importanza del lavoro  ha trainato con sé anche la caduta  degli studi sul problema.

Il punto d’avvio della riflessione non  può che individuarsi nella concezione del lavoro che ha dominato  la storia del movimento dei lavoratori sino ai nostri giorni;  quella del “lavoro produttivo”. I lavoratori, gli operai (la classe operaia) sono importanti perché producono valore (la ricchezza) e  a questo titolo e  per questo solo motivo possono rivendicare di contare nella società, perché da loro dipende il benessere collettivo.

Uno sguardo  sulla realtà odierna dell’economia e del mondo del lavoro ci offre a riguardo un’immagine ben diversa: il lavoro  fisico è sempre  di più svolto da macchine potenti e invasive, i lavoratori direttamente produttivi sono rimasti una minoranza,  la gran parte dei lavoratori sono collocati  in servizi di ogni genere, avanzati e arretrati, la finanza ha assunto un ruolo dominante.  In sintesi, la produzione della ricchezza nazionale  è oggi una “produzione sociale” nel senso che tutti vi concorrono, in modi molto differenziati ,  propri di un’economia  complessa.

Se accantoniamo i “miti” che hanno accompagnato il lavoro e la classe operaia, la ripresa di  un discorso emancipativo sul lavoro deve pertanto ripartire dal lavoro concreto, dai caratteri precipui del lavoro attuale.  Nel lavoro di oggi sembrano emergere due tendenze, due potenzialità, rappresentate dal lavoro della conoscenza e dal lavoro relazionale: si tratta di tendenze – non tutto il lavoro è così – ma tendenze su cui far leva per una valorizzazione del lavoro.

Il lavoro della conoscenza  non è un lavoro specifico, proprio di un particolare settore: è una dimensione diffusa che penetra ovunque nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi.

Lo esprime bene un documento recente degli imprenditori metalmeccanici (Federmeccanica):  “si va  verso un’impresa sempre più intelligente….. le categorie tradizionali di lavoro, manuale e intellettuale appaiono obsolete”  “c’è meno bisogno di mano d’opera e più di mente d’opera, meno lavoro esecutivo e più lavoro intelligente”.

Così il fatto che due terzi  del lavoro in Italia, come in tutte le economie avanzate, appartenga al terziario, significa che  molta parte del lavoro  oggi sia di tipo relazionale, comunicativo, informativo. Relazione è una parola neutra; se però  in questa relazione (allo sportello, alla cassa, nel rapporto col cliente, nel rapporto coll’assistito, nell’offrire un servizio) ci mettiamo un po’ di attenzione, di responsabilità, insomma qualcosa di nostro, che viene da noi, potremmo parlare di  “cura”, come del  fattore che dà valore a quel lavoro.

Da queste  tendenze emergenti derivano importanti conseguenze.

Innanzitutto questi lavori richiedono  un’espressione della persona, la sua decisone, la sua  partecipazione. Il modello di lavoro non è più quello produttivo, quello del fare, dove la relazione fondamentale è con la macchina; qui  il rapporto è con le persone e dunque il modello è ben diverso, basata sull’espressione, sulla responsabilità, sulla capacità di relazione. A differenza del lavoro produttivo il lavoro relazionale e di conoscenza, non si prestano ad  essere misurati in termini quantitativi e anche questo dimostra il divario dal lavoro di ieri  e dunque l’importanza di una nuova visione del lavoro .

Se il lavoro odierno richiede partecipazione, la partecipazione non è qualcosa che ognuno fa da sé.  Il lavoro di oggi è dunque cooperazione tra i lavoratori e tra i lavoratori e l’impresa. Si partecipa nell’impresa e con l’impresa, non vi è un altro modo. A questo fine occorre creare  ambienti aziendali favorevoli che sono in larga misura  da promuovere, perché è ancora molto diffusa, a causa della tradizione,   una visione antagonista, in  entrambe le parti.

Si apre, su una base strutturale tecnologica nuova e favorevole,  la possibilità di una reale cooperazione tra lavoratori e imprenditori in azienda.  Del resto il problema odierno delle fabbriche italiane  non è tanto un problema di tecnologie, quanto di organizzazione del lavoro, cioè del miglior utilizzo delle persone. Corollario indispensabile è l’investimento sia delle imprese che del sindacato nell’accrescimento costante della conoscenza dei lavoratori.

La cooperazione tra lavoratori e azienda, oltre a mostrarsi un requisito sempre più  indispensabile per poter affrontare i mercati internazionali sempre più competitivi, è anche il presupposto per iniziare a pensare a forme di imprese diverse. Si potrebbe immaginare  un modello di impresa che non veda  una sproporzione di potere tra il padrone-imprenditore e una massa di “dipendenti”, ma piuttosto come un incontro tra due parti alla pari, dove una apporta il capitale e l’altra apporta il lavoro, e insieme si decide la governance e l’organizzazione.

E’ bene ricordare  un recente intervento di Papa Francesco all’UCID sull’impresa . “Per quanto essa sia un bene  di proprietà e di gestione privata, per il semplice fatto che persegue obiettivi di interesse e di rilievo generali, quali ad esempio lo sviluppo economico, l’innovazione, l’occupazione, andrebbe tutelata quanto bene in sé”. Insomma, l’impresa sempre più come bene comune.

Non dimentichiamo che la maggior parte dei lavoratori  rimane anche oggi “dipendente”, il che implica una condizione di subalternità e di inferiorità, per quanto mitigata da reddito e da diritti. Un discorso sulla  possibile trasformazione dell’impresa , che oggi si presenta come  un obiettivo concreto, potrebbe costituire un passo in avanti  per affrontare questo problema storico (tema caro alla dottrina sociale cristiana; Pio XI proponeva, con prudenza, di mitigare, quando possibile, “il contratto di lavoro con il contratto di società”)

In secondo luogo, fra le conseguenze  delle nuove tendenze ,  va sicuramente inserita la caduta di una improvvida e sventurata distinzione , quella tra lavoratori produttivi e improduttivi, che ha lasciato tanti strascichi negativi  nella storia del movimento dei lavoratori.  Nella  concezione classica (marxiana)  un enorme numero di lavoratori sarebbero da classificare tra gli improduttivi  (non inutili, ma che non producono ricchezza e pertanto considerati a un livello inferiore; per essere espliciti, un infermiere, un dipendente pubblico  o un lavoratore del commercio è meno importante dell’operaio perché questo è produttivo).  Per il lavoro domestico che, evidentemente non è produttivo si è coniato un termine specifico, lavoro riproduttivo, quasi per isolarlo dagli altri lavori.

Ma se invece pensiamo  che ogni lavoro contribuisce alla “produzione della società” e che il lavoro ormai dominante è lavoro di conoscenza e di relazione (cura), allora tutti i lavori diventano importanti : produttivi o meno produttivi, privati o pubblici, dipendenti o indipendenti, culturali o di servizio, aziendali o domestici. E’ compito poi della società  realizzare per ognuno il giusto riconoscimento sociale ed economico, per la loro specificità.

Da ultimo va richiamato come  sia il lavoro della conoscenza che il lavoro relazionale  mettono le donne e gli uomini su un piano di parità. In questi lavori non esiste nessuna condizione di inferiorità delle donne (come avveniva sovente nei lavori produttivi). Si aprono dunque possibilità nuove che rimettono in discussione i rapporti  nell’ambiente di lavoro (e indirettamente quelli familiari).

In questo excursus  di problemi  si è visto come cambiando la visione del  lavoro – da lavoro produttivo a lavoro di conoscenza e di relazione-cura – già si valorizzano tanti lavori e lavoratori sino a ieri marginali e come si aprono nuove prospettive per il lavoro e per le imprese.  Possiamo così dare una risposta  al quesito iniziale: la prospettiva emancipativa del lavoro non sta in un mitico cambiamento futuro, ma va invece individuata nella possibile e concreta valorizzazione attuale.

La partecipazione, in particolare quella diretta dei lavoratori in azienda, ha un valore emancipativo.

E dire che oggi il lavoro  è prevalentemente relazionale e di cura piuttosto che produttivo, vuol dire riscattare tanto lavoro sinora non considerato e dare un significato a un lavoro che non l’aveva perché non produttivo.

Non abbiamo al momento un termine onnicomprensivo e concorde per indicare il lavoro odierno che possa ereditare il posto  dominante che  per due secoli ha detenuto  il “lavoro produttivo”. Ma possiamo nel frattempo  parlare,  motivatamente, di lavoro di “cura”  perché non solo comprende direttamente la maggior parte dei lavori (la sanità, la scuola, il settore pubblico,  tanta parte del terziario, il lavoro domestico, il terzo settore e tanti altri),  ma anche perchè  vi si può associare il lavoro della conoscenza per la “cura” che richiede.

La parola cura mette inoltre  in contatto diretto il lavoro con l’ambiente; se la “Laudato sì” ci propone la “cura dell’ambiente” essa è sempre di più un’azione preventiva  che  deve esprimersi  in larga misura nei luoghi di lavoro  a causa dei problemi che vi si generano  (  l’inquinamento, i rifiuti, le scorie, i prodotti   insalubri, le lavorazioni nocive, gli imballaggi superflui….  )

Parlare di “cura” lega anche il lavoro al volontariato, al lavoro domestico, a chi ha bisogno di cura; rende meno distante il lavoratore garantito da chi invece si trova in una situazione meno fortunata. All’inizio del movimento operaio, la maggior parte dei lavoratori erano poveri; ora il sindacato si interessa dei lavoratori che sono difesi dai contratti e dalle leggi, mentre dei poveri si interessano le Caritas, le cooperative, le Onlus.  Parlare di “cura” significa gettare un ponte  tra queste realtà, non  consentire la separazione, ma fare tutto il possibile per tenerle unite. 

Ciò apre anche una prospettiva di maggior comprensione della reale condizione dei lavoratori  di tutto il mondo; la maggior parte di essi  (più  di 2 miliardi, su circa 3,5 miliardi totali) svolge un lavoro informale, cioè privo di ogni protezione contrattuale e legislativa, e vive in  condizioni di povertà. Oggi che siamo in un’economia globalizzata anche il mondo del lavoro  dovrebbe pensare a come mondializzarsi non solo a livello dei vertici, ma a partire dagli stessi lavoratori.  In campo industriale non è la Confindustria a fare la politica internazionale che è invece svolta da centinaia di migliaia di imprese  che operano in tutto il mondo. Non si può pensare a qualcosa di analogo anche per i lavoratori, occasione per affrontare meglio i propri problemi , di conoscere  meglio i problemi  degli altri, di capire l’immigrazione, di formarsi una coscienza  più ampia?

Rimane da affrontare una questione essenziale, presente nel dilemma iniziale: quella della mancanza di lavoro, altrimenti  la crisi rischia di invalidare ogni discorso sul lavoro. Dalla esperienza degli anni scorsi come dalle prospettive che si profilano, non sembra che ci si possa aspettare nel prossimo futuro uno sviluppo consistente.

La Settimana Sociale dei cattolici francesi di due anni fa  aveva posto al centro  del proprio dibattito la seguente questione: cosa succederà in Francia se nei prossimi 10 anni avremo un aumento medio del reddito ( PIL) dell’ 1%? . Questo è esattamente il problema italiano. Siamo di fronte a una situazione ormai strutturale di scarso sviluppo e l’ 1%, che rimane per noi  un obiettivo, non è sufficiente per garantire l’occupazione.

Ma se non aumenta la ricchezza  anche lo strumento classico del sindacato, la rivendicazione,  risulta  spuntato, perché  c’è poco da chiedere e da distribuire, tanto a livello dei salari che a livello dei benefici dello stato sociale.  Se non può più usare molto la rivendicazione il movimento dei lavoratori deve trovare altre strade  per rispondere all’esigenza primaria delle persone di avere un lavoro per vivere.

Ora la prima forma originaria di organizzazione dei lavoratori è stata il mutualismo, una solidarietà  tra lavoratori per aiutare chi aveva bisogno,  solidarietà tra eguali, un’azione   volontaria per affrontare direttamente i  problemi. Se per oltre un secolo ha dominato il rivendicazionismo, ora che  questo strumento  è frenato e limitato e per il sindacato è necessario percorrere altre strade, il mutualismo  può ritornare attuale.

Come diceva un bravo storico del movimento operaio, Pino Ferraris, il sindacato rivendicativo è l’organizzazione “contro”, il mutualismo è l’organizzazione “pro”. Nel primo caso si tratta di lottare e di chiedere; nel secondo invece si tratta di fare, costruire, realizzare direttamente sotto la propria responsabilità . Certamente dopo tanto tempo vissuto all’insegna pressoché esclusiva del rivendicazionismo non è facile aprire una prospettiva del tutto diversa. Ma è la necessità che spinge a cambiare.

Il sindacato deve ricordarsi di avere due gambe; una è quella  rivendicazionista, l’altra è quella mutualista; se  per tanto tempo ha usato la prima, ora è tempo di usare anche la seconda.

Il mutualismo può trovare concrete applicazioni sia sul piano economico che sul piano sociale: sul piano economico per ideare e avviare nuove soluzioni e nuove imprese per il lavoro, per gestire i beni comuni, per far nascere a livello di paese soluzioni comunitarie, per dare vita a nuove imprenditorialità evitando ogni assistenzialismo; in campo sociale, considerando che  non esiste un sistema nazionale paragonabile a quello sanitario, per trovare  risposte alla miriade dei problemi sociale emergenti ( fra cui la grande questione della condizione anziana) e per contribuire a delineare un’architettura generale. In questo impegno essenziale è la dimensione territoriale, perché è dal basso che occorre far maturare la coscienza civile che consente di dar vita a iniziative comuni volontarie, associative, inclusive, man mano più robuste, nella prospettiva di una valorizzazione responsabile dei cittadini.

   Concludendo c’è un grande lavoro da fare  speculare fra imprenditori e l sindacato.  Le imprese devono essere sempre di più imprese che valorizzano i lavoratori, che non discriminano le donne o gli immigrati, che non inquinano, che non sfruttano persone e risorse degli altri paesi; così il sindacato deve sviluppare una coscienza e una solidarietà che non è più strettamente lavorista, ma che  comprenda il rapporto uomo-donna, l’ambiente,  gli immigrati, insomma una solidarietà plurale.

Gli imprenditori poi come i sindacati devono promuovere, favorire, creare le condizioni perché  queste possibilità diventino effettive tra i lavoratori.

Ma il compito  primario spetta ai lavoratori che assumono, nella prospettiva delineata non il ruolo di semplici aderenti di un sindacato o di membri di un’organizzazione, ma quello di protagonisti diretti della partecipazione, della cura, come del mutualismo. Nessuno può farlo al posto loro. Occorre consentire loro di farlo.

 (*) Sandro Antoniazzi Segretario del CISL Milano, Membro della COMMISSIONE ”GIUSTIZIA E PAX” della diocesi di Milano

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