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Il maggiore “King” Kong, l’Iran, l’Europa: tempo di scelte toste

Guerre. Ormai al plurale, sempre più estese, ovunque cybernetiche, spesso senza sbocchi perché gli obiettivi sono plurimi o poco chiari. Se ne contano più di 60 nel mondo. Alcune intestine, interetniche, quasi tribali. Altre di liberazione da dittature vere e proprie, con o senza alleati esterni. Più di qualcuna, un po’ all’antica, di mera spartizione di territori e di risorse naturali.

Con quella che si è aperta tra Stati Uniti e Israele contro Iran, però, c’è stato un salto di qualità che supera tanto il tragico conflitto tra Israele e Palestina, quanto la drammatica vicenda dell’invasione della Russia in Ucraina. Gli obiettivi e le modalità scelti dagli Stati Uniti per aggredire, assieme a Israele, il regime autoritario e malvagio degli ayatollah fanno impallidire le esplicite convenienze squallidamente affaristiche che hanno guidato il ruolo di mediazione da parte di Trump a Gaza e rendono insignificanti i suoi tentativi di mettere d’accordo Putin e Zelenskyy.

Nei confronti dell’Iran – in barba al rispetto per il Senato statunitense, per l’ONU e per le convenzioni internazionali – Trump ha lanciato un’offensiva a freddo. Finanche un’economista molto competente e compassato come   Marcello Messori ha così commentato: “Il fatto che l’Iran sia un’efferata dittatura non cancella il fatto che Israele e Stati Uniti hanno giustificato la loro condotta in modi che offendono la logica e il senso del pudore. (Vige solo il potere della forza, InPiù 02/03/2026).

Infatti, premesso che Grossi, Direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha smentito Trump sui tempi ravvicinati dell’atomica iraniana, sostenendo che “rimane molto da fare: i detonatori, la progettazione della testata…” (intervista a Repubblica del 04/03/2026), lo scopo dell’attacco – anche dopo il successo del blitz israeliano che ha portato all’uccisione di Khamenei – non è affatto chiaro: cambio di regime? impegno a non costruire la bomba nucleare? democratizzare la vita sociale, civile e politica di quei 90 milioni di iraniani? Tutti e tre insieme? Oppure, come qualche osservatore insinua, ha come obiettivo vero, procurarsi uno scudo per i comizi nella campagna elettorale di middle term, che teme di perdere, secondo gli attuali sondaggi?

Chissà se un giorno lo sapremo. Trump si sta comportando come il maggiore “King” Kong che Stanley Kubrick propose nel film “Il grande dittatore” (1964). Cavalca l’arsenale di guerra statunitense come se fosse l’unica ragionevolezza che conosca, il grimaldello risolutivo di tutte le questioni in campo. Sembra non porsi il problema delle conseguenze che produce. “Non credete mai, mai, mai che una guerra possa essere facile e senza intoppi, né che chi intraprende questo strano viaggio possa prevedere le maree e gli uragani che incontrerà” (Winston Churchill, «My Early Life», 1930). Non penso che Trump abbia mai avuto tempo e voglia di leggere quelle parole. Eppure dovrebbe sapere che nessuno rinuncia a combattere se la prospettiva è la sottomissione o la morte. E quindi produce ogni sorta di controffensiva per vendere cara la pelle.

Infatti, l’Iran ha esteso a tutta l’area del Medio Oriente la sua aggressività, specie nei confronti dei Paesi più disponibili verso degli Stati Uniti, ha ottenuto il consenso della Cina e della Russia (per la verità, allo stato, molto parolaio ma senza seguito operativo), ha messo nei guai soprattutto l’Europa. Il blocco navale, con la chiusura dello stretto di Hormuz, ha fatto schizzare in alto il prezzo del petrolio; i nostri approvvigionamenti ne stanno già risentendo, pur avendo da tempo fatto scorta; il trasporto aereo è sconvolto e persone e merci devono fare i conti con questa crescente incertezza.

L’Unione Europea non è nelle corde di Trump; ai pochi capi di Stato europei che ha avvertito all’ultimo momento dell’attacco, non ha chiesto consiglio, non si è posto il problema di quali conseguenze avrebbe comportato quella scelta. La reazione della UE è stata lenta, incerta, nel caso dell’Italia senza una presa di posizione della Presidente Meloni che ovviamente non ha sorpreso nessuno. Eppure, se lo scontro tra USA e Iran durerà nel tempo, sconvolgerà le prospettive politiche ed economiche dell’Europa.

Che cosa deve ancora succedere, perché l’Europa dei 27 capisca che vanno prese immediate e radicali decisioni nella direzione di un sistema federale di aggregazione, pena l’irrilevanza nello scacchiere politico mondiale e la marginalità economica e sociale dei singoli Stati?

Il primo segnale da dare è quello di far saltare il diritto di veto di un solo partner che finora ha rallentato il processo decisorio. La situazione di emergenza lo impone, almeno come fase di sperimentazione per poi diventare a carattere permanente. Di fatto sta già avvenendo, ma definire un regolamento provvisorio può evitare equivoci, forzature, prevaricazioni. Nello stesso tempo invierebbe un messaggio rassicurante agli europei, circa la capacità di tenuta dell’unità sia pure nel rispetto delle possibili riserve.

In secondo luogo, definire con urgenza un piano di sostegno dell’economia e dell’occupazione, utilizzando i suggerimenti dei Rapporti Draghi e Letta; rompendo tutti gli indugi, il suo finanziamento deve essere assicurato dall’emissione di eurobond, destinati unicamente  a progetti comuni a tutti i Paesi (scudo difensivo prodotto in Europa, ricerca sulla Intelligenza Artificiale sul modello del CERN come sostiene il premio Nobel Parisi, PNRR per la formazione permanente degli adulti a seguito del cambiamento climatico e digitale, ecc.).

In terzo luogo, definendo una strategia di politica estera unica per costruire un sistema di sicurezza che riguardi tutta l’Europa, Russia compresa e per questa via compartecipare alla soluzione di pace giusta in Ucraina. Accanto a questa priorità, va data forza propositiva ad un nuovo multilateralismo, considerando gli accordi commerciali con il Mercosur e l’India come avamposti di un ridisegno della cooperazione mondiale.

 Se è vero che la democrazia non si esporta, è altrettanto vero che i valori democratici che sottostavano alla creazione e oggi al futuro dell’Unione Europea, devono poter vivere anche negli altri paesi che attualmente sono a rischio di dittatura o che sono sotto dittature feroci come quella iraniana, birmana, bielorussa etc. La UE pertanto deve contribuire a sostenere in modo robusto le forze democratiche di questi paesi perché si rafforzino e non agiscano in modo impari. Soltanto in questo modo, anche le relazioni con gli Stati Uniti potranno diventare sempre meno conflittuali e sempre più amicali.

Per un’Europa più autorevole, l’Italia dovrebbe essere tra le più convinte sostenitrici. Ha tutto da guadagnare, anche perchè è fuori da ogni orizzonte diventare la 51esima stella della bandiera statunitense; a tale assurdo traguardo porterebbe la conclusione della narrazione meloniana circa l’atlantismo del XXI secolo. Nell’altro secolo, essere atlantisti serviva a contrastare il comunismo e per far emergere l’economia sociale di mercato, fiore all’occhiello della cultura politica dell’Europa. Questa caratterizzazione non c’è più. Altre esigenze sono all’ordine del giorno; in particolare come ridefinire potere e libertà a fronte dell’emergere di tecnocrazie strapotenti e pluralismi culturali, linguistici, etnici e politici da esse aggrediti. Ovunque nel mondo.

E se si prende sul serio questa esigenza, anche un bambino capisce che le guerre non sono le soluzioni, ma come dice Trilussa sono solo “ li sospiri e li lamenti/de la gente che se scanna/per un matto che comanna;/ che se scanna  e che s’ammazza/ a vantaggio della razza/ o a vantaggio d’una fede/ per un Dio che nun se vede/ ma che serve da riparo/ ar Sovrano macellaro. (la ninna nanna della guerra, scritta nel 1914 è ancora di attualità; il testo completo è riportato in calce).    

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