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Il senso strategico di una telefonata

La telefonata di Obama a Letta, centrata sul problema della disoccupazione giovanile, manda messaggi di grande importanza per il governo italiano e per l ́Europa. È un vero e proprio endorsement che il presidente americano ha voluto fare a Letta, in riconoscimento delle posizioni che egli ha assunto verso l ́Europa e verso i giovani.

Dopo anni di politiche europee, fiscali e monetarie ad una sola dimensione, la difesa di banche e bilanci pubblici, senza alcuna attenzione alla sofferenza sociale e soprattutto al dramma della disoccupazione giovanile, emergono prepotentemente i danni di queste politiche e le direzioni di marcia da imboccare se si vuole evitare il fallimento dell ́Europa.

 

I fallimenti delle politiche europee di solo rigore emergono con chiarezza dai dati, che mostrano uno scenario mondiale a tre velocità, dove solo l ́Europa, anzi l ́Eurozona appare in crisi nera, economica e sociale. Mentre i paesi emergenti avanzano velocemente ed i paesi industriali hanno ripreso a marciare, c ́è una sola eccezione negativa, l ́Eurozona il cui Pil è in recessione per il secondo anno consecutivo. Se cercavamo un ́altra prova del fallimento delle politiche economiche europee, basate sul rigore, fine a se stesso, senza alcuna attenzione a crescita ed occupazione, i dati ce la danno “ad abundantiam”.

Quest ́anno, il Pil mondiale crescerà del 4% ed il Pil del mondo senza i 17 paesi dell ́euro crescerà del 5%. I dati parziali, stimati per la crescita del Pil nel 2013, sono i seguenti: Cina 9%, altre grandi economie emergenti asiatiche 6%, Asean (Indonesia, Malaysia, Filippine, Tailandia, Vietnam) 5%, America latina, 4%. Africa 3,5%. Europa centrale ed orientale, 3%. Australia 2,6%. S.U. 2,5%. Giappone, 1,5%. Eurozona – 0,5%. Italia – 1,5%.

Dopo l ́anno di crisi mondiale del 2009, col Pil che scese quasi del 15%, la ripresa mondiale c ́è stata, dapprima lenta sino al 2012, col Pil cresciuto poco più del 3% annuo e poi più sicura quest ́anno, con Pil previsto in crescita di più del 4%. La ripresa con occupazione non è facile. Come sempre capita in periodi di crisi, si bloccano le assunzioni prima di licenziare. E così i paesi industriali dell ́Ocse lamentano 26 milioni di giovani (15 – 25 anni) disoccupati, mentre la Banca mondiale parla di 262 milioni di giovani inattivi, quasi la popolazione degli Sati Uniti (311 milioni). Naturalmente l ́Italia, che partiva già svantaggiata da livelli occupazionali più bassi – solo 56% di occupati rispetto alla popolazione in età da lavoro 15 – 65 anni, rispetto al 65% europeo ed al 72% del nord Europa – ha sofferto di una disoccupazione giovanile più alta, del 38%, seconda in Europa solo a Grecia e Spagna.

La crisi mondiale innescata da una finanza predatrice si è subito trasformata in crisi economica da domanda, che le diseguaglianze crescenti degli ultimi decenni hanno alimentato. La scintilla partita dai pacchetti velenosi costruiti da una finanza senza controlli ha subito innescato le fiamme di un calo di domanda delle popolazioni impoverite da politiche redistributive della ricchezza profondamente sbagliate, quelle che hanno creato la società dei due terzi, un terzo sempre più ricco a spese dei due terzi sempre più poveri. È il dato delle diseguaglianze, con il conseguente calo della domanda delle masse impoverite, che spiega la giustezza di politiche monetarie di manica larga, come quelle della Fed in America e delle banche centrali giapponese e britannica, che non hanno prodotto affatto inflazione.

Politiche opposte a quelle di stretto rigore monetario e fiscale seguite da una Europa guidata dai tedeschi che pretendono di guidare oggi la macchina come fossero ancora ai tempi della Repubblica di Weimar. Sono queste politiche sbagliate che stanno portando l ́Europa, soprattutto l ́Europa dell ́euro, in un cammino senza sbocchi. In tutto il mondo, hanno prevalso le politiche neo keynesiane raccomandate da economisti come Stiglitz e Krugman, mentre in Europa ed in Italia hanno vinto le politiche della Bundesbank e dei nostri Alesina e Giavazzi, implicitamente e passivamente seguite anche dai nostri bocconiani. E oggi, solo nell ́eurozona, siamo a patire tassi di disoccupazione giovanile che si avvicinano al 50%, livelli insopportabili per ogni paese civile, tanto meno per paesi considerati, nel mondo, tra i più ricchi.

Il presidente Enrico Letta, sin dall ́inizio con il suo messaggio alle Camere poi coi viaggi a Berlino, Parigi, Bruxelles e Varsavia, ha mostrato di aver compreso chiaramente che il successo del suo impegno si misurerà dai molti problemi urgenti che riuscirà a risolvere ma uno su tutti darà la misura vera, la lotta alla disoccupazione giovanile. La telefonata di Obama è importante, perché il presidente del Consiglio avrà bisogno di molta decisione e forza morale, interna ed esterna, per combattere nei prossimi giorni e mesi, a Roma ed a Bruxelles, una battaglia per favorire, insieme a Parigi, Madrid, Varsavia, Bruxelles, le condizioni di investimento necessarie per combattere e vincere la battaglia del lavoro.

Battaglia non facile perché l ́Italia è ferma da decenni, perché dovremo superare due grandi ostacoli, prima agganciare la ripresa del resto del mondo, poi farlo con politiche labour intensive e non jobless, cose non facili, sopratutto la seconda. Perché l ́Italia è ancora tra i primi paesi manifatturieri al mondo, con Germania e Giappone, ma da vent ́anni l’occupazione manifatturiera si riduce in tutti paesi industriali, Italia, Germania e Giappone inclusi, sotto la spinta della concorrenza dei paesi dal costo lavoro un decimo inferiore al nostro. Perché l ́occupazione in tutti i paesi industriali da più di vent ́anni cresce solo nei servizi, che servono anche ad un ́agricoltura ed un ́industria moderne.

L ́Italia non solo non ha fatto la modernizzazione terziaria che ha consentito a tutti i paesi industriali di salvare occupazione e Pil, ma ha addirittura perso posizioni anche in settori come turismo e cultura dove aveva posizioni di testa. E infine, ma non per ultimo, in Italia manca completamente la cultura terziaria sia tra i politici, che tra industriali, accademici e sindacalisti.

(*) Presidente della società di business intelligence, Onesis SpA 

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