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Con il PNRR fare ”il tagliando annuale” degli aumenti salariali

I sindacati confederali, in questo momento così carico di tensioni internazionali ed epocali, non possono smettere di fare il loro mestiere. Il che non è facile, specie se si ragiona in termini tradizionali. Specie se riguarda i rinnovi contrattuali, che sono numerosi quest’anno. Il contesto non consente la routine. Incombono le conseguenze – ancora ignote, ma non certamente irrilevanti – della guerra scatenata dalla Russia di Putin contro l’Ucraina; la crescente consapevolezza che, per non rischiare una fase di recessione, basti accelerare il PNRR, ci vorrà ben altro; la fine dell’illusione che l’inflazione abbia carattere congiunturale, specie per l’Italia, soprattutto per i costi energetici incomprimibili nel breve periodo. 

Eppure, bisogna agire, anche perché piove sul bagnato. Tutte le indagini statistiche concordano che il salario reale dei lavoratori italiani non gode ottima salute e in ogni caso non tiene il passo con gli andamenti francesi e tedeschi. Inoltre, che negli ultimi anni è cresciuto il lavoro povero di contenuti professionali e monetari. Soprattutto nel settore terziario. Chiedere ai salariati e ai sindacati di stare fermi, di attendere tempi migliori, è insensato. Ma non possono neanche farsi male, per esempio inseguendo l’inflazione semmai – come sostengono alcuni importanti dirigenti sindacali – limitandosi a cancellare l’Ipca o facendosi aiutare dalla detassazione degli aumenti salariali contrattati nazionalmente. Sarebbe la 504esima forma di esenzione presente nel sistema fiscale italiano. 

Ciò che serve ai lavoratori e al sistema economico è un governo puntuale della crescita dei salari per fare una politica d’anticipo rispetto alle spinte inflattive. In questo modo, diventerebbe un punto di riferimento per la dinamica di tutti gli altri costi della produzione. Molto spesso, gli aumenti salariali sono stati motivo di innalzamento dei prezzi ben oltre il loro incremento, consentendo extraprofitti non più tollerabili nella fase che stiamo attraversando. Inoltre, è conveniente che rimangano margini di redistribuzione della produttività da destinare alla remunerazione dell’innalzamento delle professionalità, specialmente per i settori più interessati dall’attuazione del PNRR.

Infine, non è da sottovalutare la necessità di non creare diseguaglianze ancora più estese tra i lavoratori dei vari settori, a scapito di quelli più esposti alla competitività internazionale o tra lavoratori delle aree maggiormente sindacalizzati e quelli meno protetti. Immaginare che queste disparità possano essere rimarginate con l’introduzione del salario minimo è buttare il cuore oltre l’ostacolo. Anche in sua presenza, quell’imprenditore che ha proposto un salario orario minore di quello previsto per legge e che il lavoratore ha momentaneamente accettato per bisogno, perché sia ricondotto a comportamenti legali dovrà essere portato dinanzi ad un giudice. Se quel lavoratore si consulta con un buon avvocato o un buon sindacalista, non chiederà di essere remunerato al livello del salario minimo, ma a quello contrattuale. L’efficacia del salario minimo nel sistema contrattuale italiano, è concretamente minima, anche se simbolicamente significativa.

La strategia deve essere un’altra. Recuperare lo spirito della concertazione sperimentata nel corso degli anni 80 e consolidatasi all’inizio degli anni 90 del secolo scorso. Adattandola alla fase attuale. Allora, Governo e Parti sociali decisero di prendere nelle loro mani le sorti dell’Italia attanagliata dalla stagflation, in presenza di un Parlamento reso incapace di supportare adeguatamente il risanamento dell’economia e la tutela della coesione sociale. Soprattutto Mani pulite, a torto o a ragione, aveva delegittimato i partiti e decimato le istituzioni pubbliche. Non siamo nello stesso scenario, ma l’impotenza del Parlamento è identica. L’elezione di Mattarella è la plastica dimostrazione che questo Parlamento non è in grado di gestire il cambiamento.

Quindi, le Parti sociali dovrebbero rimboccarsi le maniche e fare la fatica di trovare il giusto equilibrio tra l’interesse generale e quello specifico derivante dalla loro rappresentanza. Sempre che Putin non ci costringa a scenari apocalittici, la stagione dei rinnovi contrattuali dovrebbe prendere una strada non “continuista”. Quella della scissione tra contrattazione degli aumenti salariali e quella delle modifiche delle altre parti del contratto vigente. Per quest’ultime, la triennalità può essere ragionevolmente governabile, dato che è l’ambito dove potrebbe intervenire la contrattazione decentrata alla quale non vanno posti vincoli. Per la parte salariale, invece, sarebbe più opportuna una deroga, almeno per la durata di attuazione del PNRR. Essa dovrebbe prevedere una contrattazione annua sufficientemente condizionata alla conclusione in tempi certi. Ogni anno, si stabilisce una sorta di “tagliando salariale” di tutte le categorie, proceduralizzato in modo che nessuno possa menar il cane per l’aia. 

Le ragioni sono state indicate in precedenza. Va solamente aggiunto che l’unità di intenti e di iniziativa fra CGIL, CISL e UIL è decisiva. La ferita dello sciopero generale deciso da CGIL e UIL all’inizio dell’anno non va sanata con un atto di buonismo o di buona educazione che ripristinino la concordia. Ma dalla comune consapevolezza che essa è necessaria per essere protagonisti nel cambiamento dell’Italia. Non è un optional scegliere di assolvere questo ruolo. E’ l’unico modo per essere determinanti nelle scelte decisive per il futuro degli occupati e dei disoccupati italiani.  

 

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