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L’Europa non è più una parolaccia

Con la vittoria di Macron si consolida l’orientamento degli europei contrario a far prevalere i partiti o movimenti che hanno giocato le loro carte sull’alimentazione delle paure e delle rabbie. Brexit resta per ora un’eccezione. Ma non va sottovalutato il dato che gli sconfitti, di destra e di sinistra, hanno raccolto robusti consensi anche se non si sono trasformati in possibilità di governo. Per chi è sensibile all’analisi sociale, fa impressione che in questi consensi ci siano quote consistenti di operai, di lavoratori, di giovani, di extra urbani. Sono quelli che affollano le periferie culturali e sociali della società della “lunga crisi”, sono quelli che hanno urgenti e giuste richieste e si affidano alle parole d’ordine più estreme e illusorie.

Chi ha vinto – in Francia, come in Olanda – e chi si appresta a verifiche elettorali – in Germania, come Austria e Italia – non possono non tenere d’occhio questo magma di insoddisfazioni e bisogni. Anche perché il segnale che quasi unanimemente viene colto è che non è una vittoria difensiva, da barricade répubblicaine come fu quella di Chirac contro Le Pen padre. E’ la vittoria di un fronte riformista consapevole di dover reinventare la politica, dopo troppi anni di  congiunturalismo emergenziale. Impegno che ha come baricentro l’Europa e non più la Nazione.

In particolare, Macron ha impresso un’accelerazione di questa centralità. Ha vinto non solo contro le paure regressive, vere o presunte. Ha vinto soprattutto perché ha convinto con la sua narrazione di collocare la Francia in una posizione dinamica nella costruzione dell’Europa. Ha scosso le coscienze dei francesi e non solo di questi, sulla necessità di considerare l’Europa la dimensione ideale e necessaria per affrontare le questioni del benessere degli europei nel confronto mondiale e tra gli europei nel contesto unionale.

Anche nei Paesi che nel giro di un anno rinnoveranno i Parlamenti, lo scontro politico non solo riguarderà i sovranisti e gli europeisti, ma sarà stringente sull’agenda che qualificherà il futuro dell’Europa. Agenda finora dettata più dai primi che dai secondi, sul destino dell’euro, sull’accoglienza degli emigrati, sulla sicurezza di fronte al terrorismo, sulla tutela del lavoro contro la globalizzazione. Macron ha dimostrato che è convincente la scelta di fare dell’Europa la carta vincente per dominare le grandi trasformazioni della società del nuovo millennio.

E così la sfida continua sulle caratteristiche dell’Europa. L’alternativa a quella che Orioli ha chiamato “la stagione talebana del rigore e dell’austerità”( 24 ore 18/05/07) è nelle cose: interrompere la spirale delle disuguaglianze sociali, dare spessore programmatico all’accoglienza e all’integrazione, definire una governance operante e operosa delle istituzioni europee. In altre parole, delineare un’Europa “sociale” e più amica dei più deboli.

Sulle disuguaglianze sociali, un sistema di protezione europeo dalla miseria della parte più fragile della società sarebbe auspicabile ma deve avere caratteristiche solidali e non assistenziali (tipo reddito di cittadinanza). La maggiore corposità dell’intervento europeo deve riguardare la fiscalità e il lavoro. Per la fiscalità,  sarebbero significative misure che portino all’eliminazione della concorrenza fiscale verso le imprese, specie multinazionali, tra gli Stati dell’Unione e ad una legislazione omogenea sulla composizione e sulla tassazione dei bonus dei manager delle grandi imprese.

Quanto all’impatto occupazionale dell’innovazione tecnologica, che realisticamente produrrà più distruzione di posti di lavoro di quanti ne creerà, soltanto un consistente Fondo strategico, finanziato anche da una sorta di Tobin Tax europea, può fare da un lato da regolatore delle decisioni aziendali, premiando soltanto le aziende che innovano e riorganizzano il lavoro senza perdite occupazionali o con nuove assunzioni e dall’altro finanziando periodi sabbatici da utilizzare nel corso della vita dai singoli lavoratori per formazione e aggiornamento professionali.

Inoltre, sull’immigrazione, l’unica decisione strategica che può far scemare gli allarmi veri o presunti sugli arrivi imprevedibili e sulle paure d’infiltrazione terroristica è quella di creare corridoi umanitari sulla falsariga di ciò che stanno già facendo la Comunità di S.Egidio e la Chiesa valdese. Dare, con un’efficace regia europea, senso programmatico e controllato al fenomeno immigratorio è il modo migliore per andare oltre i salvataggi e i pattugliamenti nel Mediterraneo, per togliere argomenti a chi sostiene la necessità di autodifendersi armandosi, per controbattere chi ritiene che soltanto alzando muri si evitano le “invasioni”. E forse, risparmiando risorse rispetto a quelle che vengono impiegate attualmente.

E’ con politiche di questo tipo che si può cambiare nel profondo il fiscal compact, emblema irritante della politica dell’austerità. Assumere come criteri di valutazione delle politiche di bilancio altri indici – l’Italia ha previsto di usare dalla prossima legge di stabilità l’indice BES – significa fare concretamente quella comparazione europea che tiene assieme equilibri finanziari ed equilibri sociali, riducendo, per di più, quell’alone di mercanteggiamento con Bruxelles che si trascina l’attuale discussione sulle flessibilità.

 

Infine, sulla governance. Una modifica del funzionamento dell’Unione è la precondizione per proseguire verso gli Stati Uniti d’Europa. Su come procedere nelle modifiche il dibattito è aperto. Per rimanere al dibattito italiano, Renzi propone l’elezione diretta del Presidente dell’Unione Europea da parte di tutti i cittadini, insieme ad una Costituente dell’Europa federata. Scalfari è stato il primo a proporre l’istituzione del Ministro delle Finanze europeo. Galli della Loggia ed Esposito chiedono (sul Corriere della sera) di eleggere in un unico collegio paneuropeo i 73 parlamentari che dovrebbero sostituire quelli inglesi. Altri insistono sulla costituzione di un esercito e una polizia europei che dia certezza di tutela specie sul fronte terrorismo e ad un Frontex per l’immigrazione più coeso dell’attuale. Queste proposte sono in varia misura presenti nel dibattito in Europa. Lo sbocco però deve essere contenuto in tempi stretti, per essere efficaci.

In definitiva, sarebbe auspicabile un’ Europa attenta a quanti hanno più bisogno, a quanti temono per il proprio futuro, a quanti saranno il domani del nostro continente. Ormai è sempre più chiaro che ciò che capita in Germania o in Ungheria non è questione di quei popoli, ma di un solo popolo, quello europeo alternative.  I segnali elettorali ci dicono che il terreno è ancora fertile per l’europeismo, anche se eroso da anni di siccità propositiva. Saperli cogliere e mettere i sovranisti in difficoltà è un tutt’ uno.   

 

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