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L’Europa (e non solo la BCE) sia il traino della crescita

La questione culturale e politica più cruciale per l’Europa è come rispondere alla montante disillusione sulla sua unità, che fa crescere spinte nazionalistiche e tentazioni disgregatrici. Non riguarda soltanto Paesi come la Grecia, l’Italia o la Spagna che hanno visto, nell’ossessione per l’austerità che ha dominato la scena della crisi economica dal 2008 in avanti, più cinismo che rigore, più attenzione per gli interessi forti che per gli ultimi. Riguarda anche tutti gli altri Paesi, a partire dalla Germania, che hanno fatto di quell’austerità una religione, senza però immunizzarsi dalle pressioni anti europeistiche.

Basta questa osservazione per concludere che la dominanza del fiscal compact non  ha prodotto quella coesione sociale necessaria per fare andare avanti una Unione Europea, tenuta assieme soltanto dalla moneta unica. Questa consapevolezza è diffusa nelle elités politiche ed economiche europee più avvedute. Ma la ricerca della nuova via è estenuante, confusa, aprogettuale. Ne ha fatto le spese anche Renzi che, durante il semestre a guida italiana, ha dovuto rimettere nella borsa tutte le belle intenzioni che aveva espresso a braccio al Parlamento europeo.

Tutti quelli che auspicano che si proceda con determinazione sulla strada della cessione di sovranità da parte degli Stati membri a favore della dimensione europea esprimono un’esigenza condivisibile ma inattuabile. Non solo perché riguarderebbe materie sensibili come la politica estera, la difesa, la fiscalità, ma soprattutto perché occorrerebbero una pressione ed una condivisione dal basso che l’attuale appeal dell’Europa non suscita anche tra i più favorevoli a tale evoluzione. Ogni forzatura in questa direzione potrebbe trasformarsi in un’ulteriore rinculo isolazionista nei singoli Stati.

Così hanno la meglio i sostenitori dell’attenuazione dell’austerità. Ma l’ambiguità dell’impostazione rischia di produrre atteggiamenti contraddittori da parte della Commissione: debole con i forti (il caso Francia) e forte con i deboli (il caso Grecia). La sacralizzazione del conseguimento del deficit al 3% se non viene ricondotta allo stato laicale, produrrà continuamente tensioni e dolori sociali ed individuali. Questa crisi è stata troppo a lungo considerata soltanto come un’occasione per far fare i compiti a casa a chi non aveva i conti in ordine. Si è perso tempo prezioso per discutere e ragionare sulla necessità che l’apparato produttivo europeo fosse messo nelle condizioni per uscire dalla crisi in condizioni di maggiore robustezza.

Fortunatamente, la Bce ha operato con determinazione e sistematicità nella direzione di usare la leva monetaria per supplire alle carenze delle decisioni di politica economica. E passo dopo passo, è arrivata a stampare più moneta per alimentare un supplemento di liquidità a sostegno degli investimenti. Draghi, nonostante le riluttanze tedesche, preferisce keynesianamente, più inflazione e meno recessione. Ma ancora una volta non è l’Europa che agisce in prima persona per rilanciare la domanda di investimenti e consumi. Lo fa, nella sua autonomia rivendicata e praticata, la Banca centrale europea, mettendo ancor più in evidenza la pochezza dei 21 miliardi di euro del piano Juncker, frutto di un’estenuante braccio di ferro tra rigoristi e flessibilisti.

Tutto questo serve per dire che o c’è una nuova soggettività dell’Unione Europea o non c’è Bce che regga. I cittadini europei devono essere messi nelle condizioni di apprezzare l’esistenza della sua leadership economica, sociale e politica. Negli Stati Uniti è la soggettività della Casa Bianca e del Congresso che emerge nella definizione delle politiche essenziali del Paese. I singoli Stati hanno le loro autonomie, ma le tendenze di fondo sono federali. In assenza di un processo di federalizzazione europea, il ruolo dell’Europa, per essere incidente, passa necessariamente da scelte parziali ma significative, che siano vissute come irreversibili dalla gente.

Non mancano i terreni di qualificazione di questa visibilità e alcuni articoli di questa newsletter lo dimostrano con abbondanti argomentazioni. A pretenderlo non dovrebbe essere il Ministro greco Varoufakis, ma quello tedesco Schaeuble. La virtuosità della Germania sarebbe meglio apprezzata se non fosse confinata nel recinto della predicazione e rivendicazione dell’austerità, ma si allargasse alla volontà di dare dimensione europea a scelte di investimenti e innovazioni come quelli che sono in corso in quel Paese (come il programma energiewende) per diventare tutti “economie 2.0”, a vantaggio di tutti.

In altre parole, le spinte anti europee si possono contrastare se l’Europa assumesse il compito di dare senso e prospettiva alla ripresa economica che sembra più consistente di quanto si potesse prevedere qualche mese fa. La pratica dell’obiettivo della cessione di sovranità darebbe a questa un valore positivo e alle persone la certezza che è un passo conveniente anche per la gente comune, anche per meglio difendere la dignità dei più umili. L’Europa dei piccoli passi è senza prospettive. Non occorre fare miracoli, ma saper scegliere ciò che unisce individui.

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