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L’Italia non può crescere davvero se il Sud non accelera *

Nel suo ultimo libro[1], Carlo Cottarelli scrive che «Se il reddito pro capite del Sud fosse pari a quello del resto del paese, il reddito medio italiano sarebbe di circa 32.500 euro, contro i 27.500 attuali (2016)». Come sottolineato dal vice direttore generale della Banca d’Italia, Fabio Panetta, nel triennio 2015-17 il Mezzogiorno è tornato a crescere, ma i divari restano elevatissimi.

Anche Prometeia ha dedicato la sua ultima discussion note alle disparità economiche regionali, evidenziando che l’Italia non può raggiungere tassi di sviluppo sostenuti se il Mezzogiorno non accelera il passo. Dalla sua nota si evincono alcuni tratti significativi dei divari. Se osserviamo la disoccupazione ad esempio, insieme alla Spagna rappresentiamo un’anomalia rispetto ai partner europei in termini di dispersione territoriale del fenomeno.

 

La dispersione si vede anche in termini di produttività nel settore industriale.

 

Secondo Emanuele Ciani, Andrea Locatelli e Marcello Pagnini (Banca d’Italia), a livello di produttività totale dei fattori nel settore manifatturiero, «Il forte svantaggio delle regioni meridionali è dovuto, oltre che alla diversa qualità del fattore lavoro, anche alla composizione settoriale e alla dimensione più ridotta delle imprese meridionali».

Qualità del fattore lavoro, composizione settoriale e dimensione delle imprese. Tre fattori chiave, evidenziati anche da Prometeia, che aggiunge – a livello più generale – la bassa qualità dei servizi pubblici (giustizia, istruzione, sanità, PA), criminalità organizzata e corruzione, i problemi infrastrutturali e il basso capitale umano. Proprio il capitale umano rappresenta un elemento essenziale, molto spesso sottovalutato, nonostante sia evidente la sua incidenza sulla qualità dei servizi pubblici e sul capitale sociale. Definito dall’Ocse come l’insieme delle “conoscenze, abilità, competenze e altri attributi degli individui che facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico”, rappresenta un problema maggiore per le regioni meridionali, sia per la situazione attuale…

 

…sia per il depauperamento in corso. Secondo SVIMEZ «Nell’anno accademico 2016/2017 (…), i meridionali iscritti all’Università sono complessivamente 685 mila circa, di questi il 25,6%, pari a 175 mila unità, studia in un Ateneo del Centro-Nord. La quota, invece, di giovani residenti nelle regioni del Centro-Nord che frequenta un’Università del Mezzogiorno è appena dell’1,9%, pari a 18 mila studenti. Ne deriva, quindi, un saldo migratorio netto universitario pari a circa 157.000 unità».

La situazione è aggravata dal mercato del lavoro, poiché «Tra gli aspetti che caratterizzano la struttura produttiva italiana rispetto a quelle degli altri paesi europei, vi è un minore utilizzo di forza lavoro qualificata. Tale dato è ancora più accentuato nel Mezzogiorno, le cui imprese hanno una minore incidenza di addetti in possesso di una laurea e che svolgono professioni a elevata qualifica». Il tutto in un’economia ancora troppo dipendente dal settore pubblico e caratterizzata da imprese di piccole dimensioni, soprattutto nei servizi, a basso valore aggiunto.

 

Il problema è dunque duplice, perché non solo servirebbe una maggiore attrattività degli atenei meridionali, ma occorrerebbe anche una domanda di lavoro idonea ad accogliere laureati. La complessità del fenomeno e l’estrema difficoltà nell’arginare il trend, risiede altresì nel fatto che oggigiorno è abbastanza “semplice” trasferirsi per motivi di studio o di lavoro in una grande città, italiana ed europea.

Il drenaggio di risorse è all’attenzione giornaliera dei media, ma forse occorrerebbe soffermarsi maggiormente sul fatto che i giovani che lasciano la terra natia non chiedono protezioni o rassicurazioni particolari – contrariamente a quanto sostiene la retorica da talk show – ma semplicemente ambienti più favorevoli al raggiungimento delle proprie ambizioni (in altre parole, valorizzazione del merito). Ma anche chi resta nelle regioni meridionali o (in Italia) avrebbe bisogno delle medesime opportunità (la ricerca del level playing field). Se ciò viene a mancare, competere con Milano, Parigi, Berlino, Londra ecc. appare un’impresa ardua.

Le risposte politiche sembrano essere inadeguate e le priorità del tutto lontane da questi problemi. Si continua a dibattere in termini meramente quantitativi di investimenti pubblici, senza ragionare su aspetti qualitativi o di metodo. In un recente working paper della Banca d’Italia (a cura di Ilaria De Angelis, Guido de Blasio e Lucia Rizzica), si mettono in relazione l’afflusso dei fondi strutturali europei e l’incidenza dei reati contro la Pubblica amministrazione, utilizzando i dati sui fondi destinati alle regioni meridionali tra il 2007 e il 2014. I risultati ottenuti dagli autori dimostrerebbero una correlazione positiva tra i trasferimenti pubblici in oggetto e il numero di reati contro la Pubblica amministrazione consumati. Si parla sempre di risorse da spendere, ma spendere bene è la più grande risorsa.

Cosa si dovrebbe fare invece? Nella riduzione dei divari, i diversi livelli di governo hanno rispettive responsabilità. Ne ho parlato all’interno di un recente evento promosso da The Smart Institute e Dla Piper. Richiamando i lavori di Acemoglu – Robinson[2] e di Emanuele Felice[3]si può ragionare sul ruolo delle istituzioni politiche ed economiche nel favorire (o nell’ostacolare nel caso delle istituzioni estrattive) i processi di cambiamento in aree storicamente meno prospere. Per fare ciò servirebbe un doppio livello di intervento, centrale e locale, perché sappiamo bene come non sia sufficiente il primo, ma non possiamo pensare che il secondo possa farcela da solo, considerati gli atavici problemi che si porta dietro.

Un tale approccio su più livelli non dovrebbe interessare solo il Mezzogiorno, perché ad esempio concerne anche la strategia nazionale sulle aree interne, troppo spesso trascurate (la tesi dualistica, come evidenziato da Salvatore Lupo[4], ha molti limiti, non tenendo conto delle numerose differenze all’interno delle macro-regioni).

Uscire dal circolo vizioso non è semplice, ma tutt’altro che impossibile. Approssimazione e panacee superficiali non aiutano, come neppure atteggiamenti che sembrano muovere da principi di autonomia, ma che tendono spesso a nascondere altri obiettivi conflittuali o di mero dualismo fine a se stesso.

Twitter @frabruno88

[1] Cottarelli C., “I sette peccati dell’economia italiana”, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano, cit. p. 131

[2]  Acemoglu D., Robinson J., “Why nations fail: the origins of power, prosperity and poverty”, traduzione a cura di Marco Allegra e Matteo Vegetti, La Cultura.

[3] Felice E., “Perché il Sud è rimasto indietro”, il Mulino

[4] Lupo S., “La questione”, Donzelli Editore

 

*Res Publica, 08/07/2018

** Avvocato, Master in Diritto ed Economia

 

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