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L’ ONU metta al bando i paradisi fiscali

Sabato 25 febbraio scorso, una grande manifestazione popolare si è riversata nelle strade principali di Taranto per rivendicare la rinascita della città, il risanamento dell’ILVA ma anche per dire no all’accordo tra la famiglia Riva, l’ILVA in amministrazione straordinaria e le Procure di Milano e Taranto. Quell’accordo prevede che i Riva risarciscano 1,3 miliardi di euro. I tarantini ritengono che siano troppo pochi. Ma rischiano di non vederli. Quei soldi sono depositati in banche nell’isola di Jersey e la locale magistratura non ha dato ancora il via libera allo svincolo.

I paradisi fiscali, anche quando la segretezza salta, si dimostrano fortini resistenti agli assalti della legalità. Non a caso, la Banca d’Italia stima che la   fuga dei capitali all’estero è continua e crescente. E valuta che i capitali detenuti illegalmente all’estero dagli italiani e dalle imprese italiane o che lavorano in Italia sfiorano l’abbondante cifra di 200 miliardi di euro. L’equivalente di 10 leggi di stabilità come quella che si paventa per il 2018. Basta questa annotazione per comprendere che la lotta alle disuguaglianze non può essere soltanto domestica, ma deve spingersi inevitabilmente in una dimensione globale.

E qui il pessimismo può cogliere ciascuno di noi. Sta montando tanto di quel “sovranismo” nazionalistico, dall’Europa agli Stati Uniti, che può far sembrare titanica qualsiasi ipotesi di cooperazione internazionale di spessore culturale e politico come quella di smontare i paradisi fiscali. Eppure, questa è la via più realistica e irrinviabile per evitare che le contraddizioni, che la loro persistenza sta provocando sia ai paesi ricchi che a quelli poveri, si trasformino in conflitti sociali e politici inediti negli uni e negli altri.

Non a caso, a scala mondiale i Governi si stanno muovendo in modo più consistente e concreto, rispetto a qualche anno fa. Il core business di questo impegno multipolare consiste nel rendere più trasparente e possibile le attività di intermediazione che banche, fondi, studi professionali, agenzie svolgono per far collocare nei luoghi più “sicuri” i capitali vaganti in cerca di alti rendimenti e “tasse zero”. I “Panama Papers” hanno aperto gli occhi a molti politici sulla necessità di rendere sempre più stringente il controllo delle intermediazioni, piuttosto che la caccia al singolo esportatore clandestino di capitali. Dare un’occhiata su Google per averne conferma. Vi si trovano vere e proprie campagne pubblicitarie di intermediari che si candidano a fare da consiglieri a chi vuole evadere, anche in base ai rischi che si vogliono correre.

La repressione è certamente una strada da perseguire con determinazione. Ma occorre di più. Finchè uno Stato – per quanto piccolo fosse (e nella black list dei paradisi fiscali ve ne sono parecchi) – può fare da garante dell’anonimato e da competitor in termini di meno fisco, la mobilità illegale dei capitali resterà un ostacolo ad un’ equa distribuzione della ricchezza.

A voler fare le cose perbene, bisognerebbe arrivare al bando internazionale dei paradisi fiscali. Una decisione dell’ONU, come quella che consentì il blocco della produzione delle bombe cluster, che tanti danni alle popolazioni civili ha procurato per anni nelle guerre locali o come quella sul cambiamento climatico, sottoscritta finora da 170 Paesi membri.

Una decisione che si deve sostanziare nel vincolo per tutti i Paesi: a)  nel definire aliquote fiscali eque e progressive sui redditi d’impresa e personali, senza aggiramenti attraverso esenzioni fiscali non giustificate; b) creare un catasto mondiale dei patrimoni finanziari, che impedisca soprattutto alle multinazionali di trasferire fittiziamente i profitti nei Paesi più permissivi; c) istituire in ambito ONU un organismo internazionale che coordini il processo di riforma fiscale mondiale e che assicuri il monitoraggio della condotta fiscale in rapporto anche allo sviluppo sostenibile dei Paesi più esposti.

Non sarebbe velleitario che l’Italia, attraverso le proprie istituzioni, si facesse portavoce di un’iniziativa sia per la messa all’ordine del giorno di questa proposta all’ONU, sia per alimentare la necessaria pressione dell’opinione pubblica (coinvolgere i cittadini sarebbe un passo di grande importanza). Chissà che gli esportatori illegali, volontariamente, iniziassero a disertare i paradisi fiscali e si trasformassero in cittadini o imprese rispettosi delle regole di convivenza civile.

   

 

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