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La Giustizia del lavoro nella crisi

La (voluta) ambiguità del tema trattato in un recente convegno alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università “Sapienza” di Roma ha consentito ad autorevoli docenti, magistrati e avvocati di fare il punto sullo stato di salute di una delle riforme più importanti del Sistema Giustizia della Repubblica italiana risalente al 1973 (Il processo del lavoro) , tre anni dopo l’adozione dello Statuto dei lavoratori.

Ed infatti sotto il profilo della tutela dei diritti e dell’equilibrio fra tutela del contraente debole e libertà di iniziativa privata, il sistema ha finora retto sotto il profilo dell’interpretazione giurisprudenziale, che ha tenuto conto sia dei principi costituzionali che del diritto dell’Unione Europea.

Ora la Crisi ha fatto sì che a livello normativo si passi dalla tutela dei diritti alla tutela dell’occupazione. 

Questa affermazione non contraddetta deve far riflettere; soprattutto se dà per scontato l’inconciliabilità delle due tutele “nella crisi”.

Il tema è di estrema attualità all’indomani dell’emanazione del decreto legge sul Contratto a termine e sull’Apprendistato. E sembra confermare che tale legislazione si può conciliare con il Sistema costituzionale e soprattutto del diritto europeo solo se si presenta come  iniziativa emergenziale per traghettare il Paese verso la crescita, indispensabile per riattivare la domanda e quindi l’occupazione. Altrimenti, sarà inevitabile un’accentuazione del contenzioso che certamente non incoraggerà l’afflusso di capitali a sostegno delle imprese.

Ma salvo il rilievo che sempre spetta all’attualità, specialmente quando la componente del consenso politico immediato è rilevante in modo esasperato, il tema del convegno sarebbe stato sostanzialmente eluso se non fosse intervenuta la relazione di Antonino Sgroi che ha messo sul tavolo il contenzioso previdenziale, quello che – si potrebbe dire per eccellenza – si occupa della tutela dei diritti dei lavoratori che “hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.”

E qui la crisi della Giustizia del lavoro c’è e da tempi “non sospetti”, quando lo spread non condizionava la vita degli italiani.

Tanto ciò è vero che i Ministri del lavoro dell’epoca incaricarono ben due Commissioni di esperti (ambedue presiedute da Raffaele Foglia, Magistrato di Cassazione), che, specie in materia previdenziale, qualche  proposta innovativa l’aveva formulata, quali l’abolizione del doppio grado di giudizio e la terzietà delle Commissioni amministrative per il contenzioso sanitario.

L’unico effetto di queste proposte fu una levata di scudi – autorevolmente quanto opinabilmente sostenuta a livello scientifico – da parte degli istituti di patronato di estrazione sindacale e un assordante silenzio del massimo Ente previdenziale.

Ora queste proposte appaiono non così scandalose e ben venga un laico ripensamento alla luce dei preoccupanti dati statistici segnalati da Sgroi.

Sono rimasti tuttavia fuori del tema da cui siamo partiti due questioni fondamentali: la funzionalità del servizio giustizia del lavoro e della previdenza sociale e quella intimamente connessa della c.d. spending rewiev.

Il nuovo mantra è rappresentato dalla indispensabilità delle Riforme, che viene interpretato come un’ ulteriore modifica delle normative, mentre si continua a ignorare la drammatica situazione di come viene reso il Servizio Giustizia, in particolare nel Mezzogiorno .

Rendere più oneroso un Servizio, non significa risparmiare, significa solo imporre la rinuncia ad un diritto senza neanche aumentare l’occupazione.

La “riforma” che si appresta ad adottare il Ministro della Funzione Pubblica è, a quanto si capisce, una riesumazione di quanto disponeva il contratto di lavoro dei bancari di diversi anni fa che consentiva ai dipendenti di andare in pensione in cambio dell’assunzione di un figlio.

Ci eravamo sforzati di fare qualche riflessione sulla modifica dell’utilizzazione della Forza lavoro nelle Amministrazioni Pubbliche e del loro modo di lavorare quando si insediò il Commissario Cottarelli, ma, evidentemente, non abbiamo colto nel segno, se tutto si riduce a trasferire il risparmio retributivo (i giovani “costano” meno degli anziani) in un incremento della spesa previdenziale.

Il costo per unità di prodotto continua ad essere sconosciuto al Governo Renzi, né sembra che interessi molto alle Parti Sociali.

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