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La novita’ su dirigenza pubblica e politiche del lavoro

La pausa estiva non ha scoraggiato la produzione normativa del Governo e, indirettamente, delle Parti Sociali tornate responsabilmente al Tavolo delle trattative per concordare le loro “Proposte per le politiche del lavoro”.

Inoltre, i due documenti che, fra gli altri, meritano di essere segnalati sono lo schema di decreto legislativo recante la disciplina della Dirigenza pubblica e uno schema di decreto legge recante “Misure urgenti per la definizione del contenzioso presso la Corte di Cassazione, per garantire la ragionevole durata del processo e per l’efficienza degli Uffici giudiziari”.

Purtroppo in questi giorni l’ISTAT non autorizza prospettive ottimistiche per una ripresa produttiva, anzi sembra che si debba constatare che l’unico incentivo all’investimento anche da parte di grandi operatori multinazionali sia la massimizzazione del profitto attraverso benefici fiscali, come dimostra la coraggiosa iniziativa della Commissaria UE alla concorrenza nei confronti di Apple (la giustificazione di Cook apparsa sui giornali è un’offesa all’intelligenza dell’opinione pubblica) cui sono stati abbattuti dal Governo Irlandese gli oneri fiscali, alla faccia dei divieti europei degli aiuti di Stato.

Questo significa che ogni tentativo di razionalizzazione del modo di produrre e di lavorare sia inutile? Niente affatto; come dimostra proprio il decreto legislativo sulla dirigenza, che ha recuperato una delle proposte di Massimo Severo Giannini contenute nel suo Rapporto sui principali problemi dell’Amministrazione dello Stato del 1979 discusso e approvato dal Senato con un Ordine del giorno unitario del 10 luglio 1980.

Si tratta della collocazione della Dirigenza pubblica in tre ruoli unici (dei dirigenti statali, dei dirigenti regionali e dei dirigenti locali). Ogni dirigente iscritto nei ruoli predetti e in possesso dei requisiti previsti dalla legge, può ricoprire qualsiasi incarico dirigenziale.

Questa disposizione se da un lato accentua notevolmente la managerialità della funzione, dall’altro ne fa derivare la connessa specifica responsabilità in termini di efficacia del servizio per i soggetti utenti e soprattutto la mobilità (anche geografica) dei dirigenti medesimi, a prescindere dal ruolo nel quale sono iscritti.

Certo se si riuscisse a ridimensionare la residua giurisdizione del Giudice amministrativo in favore del Giudice del lavoro (competente per tutte le vertenze concernenti anche l’alta dirigenza privata) si sarebbe fatto un definitivo passo avanti in termini di efficienza e efficacia della Funzione pubblica.

Ma dovrebbe essere ormai chiaro a tutti che ogni intervento che aspiri ad essere una riforma e non un’iniziativa estemporanea, ha bisogno di tempi non brevi per andare a regime, cosicchè è illusorio ritenere che la sua approvazione alimenti la fiducia degli investitori, come pure si è autorevolmente affermato ai tempi dell’approvazione del c.d Jobs act; e la realtà attuale purtroppo lo conferma.

 

Nell’ambito dell’urgenza di rendere più “presentabile” il servizio giustizia, in particolare della Giustizia civile sommerso da un arretrato abnorme, continuano ad essere pressoché vani gli sforzi di adeguare la normativa processualistica, data la scollatura fra tale normativa e l’organizzazione del lavoro degli Uffici giudiziari.

Si tratta di un testo evidentemente in fieri, ma sorprende (e fa pensar male) che lo stesso si apra consentendo agli alti magistrati di procrastinare l’età della pensione di vecchiaia per abbattere l’arretrato della Corte di Cassazione.

E qui sì che si rivela carente la funzione organizzatoria degli Uffici giudiziari e dell’ambiguità della responsabilità di tali importanti strutture.

Non so se sarà mai adottato il decreto legge di cui stiamo parlando al quale ci potremo dedicare quando ciò avverrà, ma anche qui i suoi effetti positivi non potranno essere istantanei.

Nel frattempo la produzione industriale non riparte perché – si dice – non è appetibile per gli investitori stranieri, che tuttavia non disdegnano di venire a fare shopping in Italia dei sempre più pochi gioielli industriali rimasti, senza che peraltro i venditori evidentemente reinvestono nel loro Paese (a proposito di fiducia!).

In tale situazione di stallo la spesa pubblica non solo non diminuisce, ma tende ad aumentare.

E qui è eloquente il documento intersindacale recante Proposte per le politiche del lavoro che segna una tappa importante di un rinnovato impegno delle Parti sociali che il Governo deve saper cogliere.

E’ un documento meditato e dettagliato, ma pur sempre “difensivo” per far fronte alle situazioni di crisi in atto o future cui si è, temporalmente, contrapposto un intervento di Alberto Brambilla sul Corriere della Sera sui costi di previdenza, assistenza e sanità segnalando come per il finanziamento del nostro welfare non bastano le entrate per contributi e imposte dirette.

Questo non per svalutare gli interventi difensivi se servono a superare il tempo per avviare le c.d. riforme che evidentemente non è sufficiente annunciare e neanche pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale se si vuole suscitare la fiducia degli investitori non solo stranieri, ma soprattutto italiani. E fra questi anche dei risparmiatori orfani, ahime, di un sistema bancario affidabile.

Certo ci vorrebbe anche, per non dire finalmente, un segnale coraggioso da parte dell’imprenditoria nostrana che in questi ultimi tempi ha avuto largo ascolto in sede di innovazioni normative.

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